Felicità: mito o meta?

di Jacopo Scafaro 
Desiderare, sperare, progettare e battere territori sconosciuti: unica terapia per la paura dell'avvenire: ecco una riflessione del nostro Caporedattore. 

“Alla ricerca della felicità” è il famoso film con Will Smith. Profondo, ben costruito, a tratti geniale, sicuramente emozionante. Alla ricerca della felicità, però, non è solo un film. Per molti è una missione, un obiettivo che, almeno nelle intenzioni, è perseguito da tutti

Cos’è la felicità? La parola è talmente semplice da essere estremamente ricca di significato. La felicità è uno stato di emozioni positive e potenti, da farci dimenticare ogni pensiero negativo, ogni preoccupazione e darci una forza che fino a quel momento, forse, credevamo inesistente. La felicità è quando ripensi al passato con entusiasmo e non con rammarico, è quando le tue scelte, anche se fallimentari, ti hanno portato in seguito al successo.

La domanda, però, è: la felicità è un momento o un periodo? Un secondo o una vita? Per qualcuno è un secondo che valga una vita, per altri una vita da vivere a pieno. Il tempo stesso è fatto di piccoli attimi, inesorabilmente veloci e fugaci, continui. Allora è l’attimo che fugge ad avere più valore di un intero tempo che è passato, perché in quell’attimo e nella soddisfazione di esso è racchiusa la verità che vale la pena essere vissuta, perché nella soddisfazione di un attimo non si desidera altro che il perdurare di quella sensazione di potenza e pienezza.

Un bacio, un abbraccio, una carezza, il sorriso di un bambino, lo scarto di un regalo, la vittoria al tiro alla fune, due cuori vicini che si amano. Questi non sono attimi di felicità? Piccole mete raggiunte passo dopo passo? Felicità non è forse anche quell’immenso lucente attimo di una pausa della propria mente, quando gli occhi sono chiusi, gli odori sono profondi, le orecchie sono tese e in piena armonia senti il brivido e il sussurro del vento? E lì capisci che l’attimo è stato vissuto, che in tanto tempo sprecato, c’è stato un momento in cui con certezza hai potuto affermare: ho vissuto.

Allora, cosa deve esserci in una vita piena e felice? La realizzazione di tutti i sogni? Se tutti i sogni sono realizzati, però, non si sogna più e cos’è la vita senza sogni? Allora, forse è la realizzazione della maggior parte di questi sogni, quelli più importanti? E cosa resta dopo se non piccoli effimeri desideri di avidità? Una volta raggiunto il massimo come ci si può accontentare del minimo?

Forse è l’amore? L’amore per cosa? O per chi? Una ragazza? Una donna? La madre? La famiglia? Gli amici? Il lavoro? Amore di sé? Potrebbe avere un senso, se ami te stesso evidentemente sei felice. E allora felicità vuol dire amare se stessi? E come si può amare ciò che è imperfetto e incompleto? Il mito della mela di Platone non si basa proprio sulla ricerca di completezza? Sulla ricerca di quella persona che ti cambi la vita? Allora cos’è l’amore? Chi bisogna amare e perché per essere felici?

Felicità, ma l’uomo può essere felice? Penso che si chiami “ricerca della felicità” per un motivo ben preciso: è uno stato per qualcuno prossimo al compimento per altri perenne e parallelo alla vita evidentemente non vissuta.

E allora la felicità è un mito o una meta? lo credo che esistano delle persone che si possano definire felici, per cui la felicità non è un mito. Penso, però, che le persone felici siano quelle che non hanno fatto della ricerca della felicità il loro obiettivo, la loro meta, ma abbiano semplicemente colto l’attimo, i piccoli momenti di gioia vissuti con serenità. Poi, semplicemente ripensando al passato e ai bei ricordi, si sono rese conto di aver vissuto bene e felicemente.

Tu che ne pensi? Come chiede Aldo: sei felice?

Buon Anno da RPFashion & GlamourNews

A cura di Roberta Pelizer e Jacopo Scafaro 

Tutta la redazione di RPFashion & GlamourNews augura un buon Anno nuovo ai nostri lettori, con la speranza che il 2023 sia veramente un anno migliore.

Non so se anche voi provate la stessa sensazione, ma a me il Capodanno fa sempre un po’ impressione, perché è allo stesso tempo la fine e l’inizio di un ciclo. È difficile lasciarsi qualcosa alle spalle: è un’azione che prevede un salto nel buio, un tuffo a occhi chiusi verso nuove esperienze, che potranno rivelarsi positive o negative. È un’occasione per ricominciare da zero o per continuare quel che abbiamo iniziato e vale la pena portare avanti. È un modo – scrive il Caporedattore Jacopo Scafaro – per stabilire nuovi obiettivi o per rivalutare quelli vecchi, cercando di capire se ci stanno portando proprio dove vogliamo arrivare. È anche una sfida con noi stessi, il momento giusto per metterci in discussione e capire cosa ci piace di noi e cosa vogliamo cambiare. A tutti auguri per un anno spettacolare”.

Roberta Pelizer, Direttore Editoriale del nostro giornale ci dice: “Eccoci qui, alla fine di questo lungo e complicato 2022, come sempre accade il 31 dicembre tiriamo sempre le somme di quello che è successo nei 365 giorni appena trascorsi, alla famiglia, il lavoro, i soldi, gli amici, alle occasioni perse e a quelle colte. Per ognuno di noi c’è qualcosa che non vorremmo più ritrovare mentre per altri la speranza è che resti tutto così com’è, siamo tanti e tutti diversi ma l’augurio che ci accomuna tutti e’ quello che sia più bello per tutti sotto tutti i punti di vista. Abbiamo lottato contro una pandemia che ci ha colpiti tutti per vari motivi, ad alcuni ha causato danni ingenti ad altri un po’ meno ma questo non ci deve abbattere, ma rafforzare. Il mio augurio è quello di poterci affacciare al 2023 con la forza e la speranza, la grinta e la giusta cattiveria per realizzare i nostri desideri e sogni.”

La vita umana è bella e va vissuta in pienezza anche quando è debole ed avvolta dal mistero della sofferenza” diceva Papa Benedetto XVI. Buona vita e buon anno e tutti.

UN INCONTRO ALL’OUTLET

di Antonio Scafaro 
Per la rubrica racconti e poesie, il nostro redattore ci racconta di un incontro…

Quale maschio, latino e non, una volta nella vita non ha sognato di conoscere una fotomodella di fama? Tutti noi ci siamo chiesti: ma queste donne, nella vita reale, esistono davvero e se sì, dove sono?

In un villaggio dello shopping, quale l’outlet di Serravalle, per esempio, dove a me è capitato di incontrarne una.

Ero in coda davanti al baracchino delle crepes, un triciclo tutto colorato e addobbato con gigantografie di nutella spalmata su grosse fette di pane. Nel suo minuscolo spazio, due ragazze, le cui gote rosse facevano ben intendere il caldo immagazzinato in quelpiccolo spazio, cucinavano una crepe dietro l’altra su cui spalmavano, senza alcuna riserva, palettate di crema di cioccolato, a cui aggiungevano nuvole di zucchero polverizzato.

Lei era davanti a me, mi superava in altezza almeno di quindici centimetri, per sentirmi meno piccolo guardai subito le sue scarpe, tacco dodici, il mio orgoglio si riprese qualche punto.” alla fine mi supera solo di qualche centimetro”, pensai.

Con finta noncuranza feci prima un passo di lato e, con malcelata indifferenza, mi piazzai a lato della ragazza, creando così una doppia fila. Incominciai a studiarla, lasciando per ultimo l’esplorazione del viso. 

I tacchi dodici mostravano una riga longitudinale di piccoli zirconi di un colore verdastro che abbellivano la semplicità della forma, su di essi appoggiava una tomaia lineare di pelle da cui partivano quattro laccetti che formavano un piccolo fiocco sormontato da uno zircone, sempre di colore vede, della grandezza di un’oliva.

I piedi, di tipo egizio, formavano un tutt’uno con i sandali, le dita, con la perfetta progressione di altezza, mi fecero venire in mente una scala musicale discendente. Dalle caviglie, a cui un braccialetto d’oro, con la scritta “Love” donava un pizzico di civetteria, si elevavano, come uno sbuffo di geiger, gambe affusolate, ma al contempo con una tonicità eccitante che si evidenziava quando la ragazza cambiava postura, la muscolatura infatti guizzava progressivamente e maliziosamente fin sotto le ginocchia.

Proprio sopra quest’ultima il bordo di seta di un abito a sottoveste, di un intenso azzurro fiordaliso, limitava la vista al resto del corpo. L’abito fasciava in modo sensuale il deretano che mostrava la sua forma di cuore rovesciato e la leggerezza della seta lasciava intravedere, in modo discreto, l’intimo alla brasiliana. Il lato B era una continuazione della forma a cucchiaio, al limite della lordosi, del basso schiena, Il vestito si appoggiava su un dorso diritto, tonico con i muscoli dorsali che si opponevano perfettamente alla grandezza dei seni, una terza calcolai, di forma sferica, simmetrici.

L’insieme, non so perché, mi richiamò l’immagine di una perfetta chiave di violino, rivestita di seta.

Proprio nel momento in cui mi apprestavo a guardarla in viso si girò e, con voce armoniosa, e carezzevole, mi disse:

– Le crepes sono molto buone, queste ragazze sono bravissime, sono qui da due giorni per la sfilata annuale e le ho assaggiate quasi tutte, mi manca solo quella al GrandMarnier.

Così dicendo si avvicinò al bancone perché era arrivato il suo turno. La osservai mentre conversava amichevolmente con le ragazze del triciclo, aveva un viso a diamante con gli zigomi prominenti che mettevano in risalto il naso a taglio diritto, gli occhi erano grandi e mi confermarono l’idea, che a prima vista mi ero fatta di lei, di una ragazza con un’apertura mentale incredibile.

La bocca con labbra ad arco di Cupìdo, carnose, quasi sicuramente aiutate da qualche iniezione di botulino, conferivano sensualità e sollecitavano piacevoli sensazioni.

Anche i lobi delle orecchie, in parte nascosti da folti e lunghi capelli lisci e spessi, di un castano scuro con qualche mesches più chiara che regalavano loro più luce, erano adornati da orecchini con la scritta “Love” che continuava il messaggio d’amore del braccialetto alla caviglia e di quelli che adornavano i polsi, quest’ultimi accompagnavano mani lunghe e affusolate, da pianista, abbellite da unghie lunghe, a mandorla, color cipria.

Completava la parure una sottile collana in oro, anch’essa unita dalla scritta “Love” che ingentiliva un collo lungo, da cigno, ma non “Modiglianesco”, quella giusta lunghezza che seduce gli uomini.

Due spalline sottili appoggiate su spalle di color ambrato, permettevano al vestito di distribuirsi perfettamente sul corpo abbronzato.

Si allontanò con grazia, con la sua apparente fragilità fisica e, mentre con sensualità e attenzione avvicinava alla bocca la crepe, si girò e mi strizzò pudicamente l’occhio.

Con la bocca aperta e gli occhi spalancati, come lo stupore tipico degli animali, mi avvicinai al triciclo per ordinare la mia crepe. Le ragazze mi accolsero con un sorriso malizioso e posso immaginare i loro commenti divertiti quando mi allontanai con il mio dolce in mano che, non so perché, quel giorno non aveva alcun sapore.

“Le farfalle nello stomaco”

di Anonimo 
Il nostro collaboratore “Anonimo” torna per raccontarci le sfaccettature dell’amore.. 

Quante volte lo abbiamo sentito dire: “le farfalle nello stomaco”, ma qualcuno, questa sensazione a dir poco meravigliosa, l’ha mai provata almeno una volta nella vita?

Quando una sensazione non la vivi, tu credi di averla vissuta, ed allora la prendi con più leggerezza e non le dai abbastanza peso o importanza al contrario, invece, provare certe emozioni è più unico che raro se non addirittura un dono.

Perché la vita è veramente complicata e tortuosa ma se si ha la grande fortuna di ricevere l’amore “quello vero” ed altrettanto provarlo, allora questa è la ricchezza più grande. Le farfalle nello stomaco rappresentano l’amore assoluto, l’amore che va sopra ogni cosa, l’amore che ti fa risolvere o qualsiasi problema, ma soprattutto l’amore che ti fa affrontare ogni ostacolo sapendo che sei invincibile.

La sensazione di ricevere una vera e propria botta nello stomaco non appena vedi il tuo amore, lo senti o ricevi un suo messaggio; beh ecco quella è la sensazione che ti fa riconoscere la differenza tra un innamoramento e l’amore unico, puro e vero.

Io l’ho provato una volta sola nella mia vita e posso ritenermi una persona fortunata ad averlo vissuto e per quel grande amore, lo provo ancora e lo proverò per sempre perché certi amori sono indelebili.

La speranza: un racconto breve di Antonio Scafaro

Antonio Scafaro in occasione della "Giornata della Memoria” ci propone questo racconto breve, "La speranza", da lui scritto. 
LA SPERANZA ( Il giorno della memoria)

Franz nacque nell’inferno e ne uscì all’età di cinque anni.
Dapprima fu adottato da una famiglia russa, in seguito, per inspiegabili cavilli WhatsApp Image 2020-01-28 at 18.56.24burocratici, fu affidato a un orfanotrofio a Singapore. Lì rimase fino all’età di 12 anni, finalmente ritornò a casa, in Germania, adottato da una coppia senza figli, che lo amò come proprio. Studiò fino a laurearsi in ingegneria, imparò perfettamente 11 lingue e, nonostante la sua menomazione e le infinite peripezie, amava la vita.
Una domenica tornò a far visita ai suoi genitori adottivi, dopo pranzo, mentre   girovagava per la campagna, notò un casolare abbandonato.
Entrò spinto dalla curiosità e notò, in una stanza con muri di mattoni scrostati e con il pavimento in terra cruda, un letto in ferro battuto con la sola testiera e pediera, senza rete.
Avvertì un leggero malore, fu scosso da brividi e un ricordo gli salì con violenza: una WhatsApp Image 2020-01-28 at 18.57.23stanza piena di luci e adulti in camice bianco che ridevano mentre lo legavano a un letto di ferro.
Aveva bisogno di ricordare e di capire, doveva tornare ai luoghi della sua fanciullezza, nel tenebroso inferno.
Il treno per Dachau partiva alle nove e quarantacinque, fu colpito dalla moltitudine di passeggeri, fu infastidito dal vociare confuso, una babilonia, ma erano al corrente del luogo dove li avrebbe traghettati Caronte?
Lui purtroppo sì, lo sapeva.
ARBEIT MACHT FREI : il lavoro rende liberi.
La scritta lo intimorì nonostante l’avesse avuta sotto gli occhi per cinque anni. Attraversò la sala dei ricordi, arrivò alle baracche, vergognosamente linde e ordinate nella loro WhatsApp Image 2020-01-28 at 18.57.19glaciale normalità. Si diresse al blocco degli esperimenti medici, appena varcò la soglia rimase pietrificato come se avesse incrociato lo sguardo delle Gorgoni. Il letto era lì nello stesso posto di sessanta anni prima, capì il perché della strana sensazione provata nel casolare.
Si rivide bambino, terrorizzato mentre possenti braccia lo bloccavano al letto, ricordò di essersi svegliato in una enorme stanza, circondato da adulti e bambini piangenti, lui non aveva lacrime, nessuno gli aveva trasmesso sentimenti, era nato nel campo, non aveva conosciuto chi l’aveva concepito.
Stupito notò che gli mancava il braccio destro, la benda sporca di sangue copriva il WhatsApp Image 2020-01-28 at 18.57.24moncherino poco sopra il polso.
L’innocenza dei bambini non gli concesse di provare odio, il solo sentimento che gli ispirò il suo animo gentile fu di stupore… perché, si chiese: lui era il campo, lui era loro o almeno lo credeva.
Lasciò il campo di concentramento sereno, il peso di sessanta anni di tristi ricordi lo affidò al firmamento, la scritta sotto la Menorah, che recitava “Per non dimenticare” riaccese in lui la speranza che, come Pandora, aveva tenuta ben stretta nel suo animo angosciato.

Il rapporto con noi stessi

di Jacopo Scafaro
Oggi vi proponiamo una riflessione che ha scritto il nostro caporedattore Jacopo Scafaro. Una riflessione che ci porta a ragionare sul rapporto che abbiamo e che dovremmo avere con noi stessi.

Foglie.
Verdi, gialle, marroni e poi cadute.
Alberi.
Forti, accesi, sciupati e poi spenti.
Persone.
Felici, distratte, inconsapevoli, morte e poi rinate.
Quante volte ci fermiamo a guardare veramente cosa abbiamo davanti agli occhi ? Penso mai.
La vita è un susseguirsi di : “lo farò”, “ora non posso, lo guarderò dopo”, “massi tempo ne abbiamo”.
Sembra tutto cosi fottutamente scontato.
È scontato essere amati, è scontato dare e ricevere, è scontato contare per qualcuno e pensare tu possa contareper loro, ma ancora più grave, superfluo è scontato vivere.

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Basta uno schiocco di dita, recitare abracadabra e tutto svanisce.
Ti ritrovi al punto di partenza con le quattro gomme più quella di riserva a terra, squarciate.
Sei tu, le tue gambe, la tua mente, il tuo cuore a fare i conti con quanto hai seminato fino ad all’ora, perché se tutte le ruote ti abbandonano (può essere per tuo volontà, può essere per una malattia, per uno scherzo del destino, per dei tuoi sbagli ti ritrovi nel bene o nel male a fare i conti con chi sei stato fino a quel momento.
Credetemi tutti noi diremmo – porca miseria che cavolo ho fatto ?
Ci domandiamo il motivo per cui in passato abbiamo agito in determinati modi, ed ora che tutto ciò è davanti ai nostri occhi, ci sembra tanto stupido.
È nel momento in cui le ruote ti scaricano che tu tocchi il fondo, quando sembri arrivato alla fine per qualche incomprensibile motivo la vita, il fato, Dio o chiunque voi crediate esista si gira, ti tende la mano e ti dice : “sei caduto, bene rialzati ed ora che hai capito, vivi in modo giusto dando peso alla persone ed alle cose”.
Per essere chiari, l’apparizione alla quale tu hai appena subito, non ti renderà migliore, perfetto da un momento all’altro, ti da solo un punto di partenza. È il tuo tasto reset, il tuo punto 2.0; se no sarebbe troppo facile e tutti ricorrerebbero ogni tre per due a questa terapia d’urto.
WhatsApp Image 2019-09-15 at 19.08.53Tu semplicemente riparti affrontando i tuoi sbagli, i tuoi errori; ci sbatti contro con la faccia bella aperta, capisci cosa sia realmente importante per rendere una vita tale d’essere vissuta.
Prendi la tua croce te la carichi sulle tue belle spalle sanguinanti e ricominci il tuo cammino e ad ogni stazione (scusate se uso metafore bibliche) le ferite, le croste, il peso stesso della croce si alleggerisce e tu, si proprio tu evolvi in essere nuovo.
All’inizio ti guarderai allo specchio e dirai – chi sei ? – poi col tempo, la pratica ed il continuo ricordare cosa ti ha fatto diventare così riguardandoti allo specchio dirai – ma dove sei stato tutto sto tempo, fossi arrivato prima non mi sarei perso badilate di cattiverie addosso.
Bastarsi.
Capirsi.
Comprendersi.
WhatsApp Image 2019-09-15 at 19.08.50 (1)Quanti termini ci sono per descrivere il rapporto che abbiamo con noi stessi ?
Molto spesso ti ritrovi fuori a guardare il cielo in una notte fredda, ma neanche troppo.
E la mente viaggia, finché non incontra il più terribile dei tuoi avversari.
Te stesso.
In un primo momento lo scontro è totale, il tuo io è forte, risponde colpo su colpo ad ogni tuo pensiero, riflessione, affermazione, voglia di cambiamento. Ma alla fine è quello che ti sa – nel profondo del tuo cuore – convincerti a prendere la strada giusta.
È un po’ un testa dura, ma senza di lui non potresti vivere.

Non ti ho mai dimenticato

Oggi per la rubrica “Racconti e Poesie” pubblichiamo la lettera di anonimo dal titolo “Non ti ho mai dimenticato”

Non ti ho mai dimenticato, non ho mai smesso di pensarti, non ho mai smesso di sognarti ma soprattutto non ho mai smesso di amarti.

Mi dispiace non viverti più, mi dispiace non sentirti più, non sapere come stai, cosa fai, a cosa pensi e chissà se mi pensi. Io non so se mi ami ancora, se provi qualcosa per me, io si e ti amo ancora, e ti amerò per tutta la vita come se non fosse mai passato nemmeno un minuto.

Le ore i giorni e i mesi passano inesorabili e il dolore del tuo distacco non si placa, anzi, si fa sempre più forte e non mi do pace perché tu non sei con me, perché non sento più i tuoi abbracci, non respiro più il tuo profumo e non bacio più la tua pelle.

Tu sei la mia anima gemella e la sarai per tutta la vita, un amore così non esisterà mai più, niente e nessuno potrà mai sostituirti: il mio cuore è tuo, lo è sempre stato e lo sarà per sempre.

Tu sei la mia vita e sei l’unico amore che c’è e ci potrà mai essere, non so cosa darei per sentirmi ancora dire “A domani per sempre “ da te.

RP FASHION & GLAMOUR NEWS: ci siamo rifatti il look!

di Roberta Pelizer 
La proprietaria e direttore editoriale di Rp Fashion & Glamour News, ci illustra il nuovo percorso editoriale che intraprenderà il nostro giornale. 

È con grande piacere che vi presentiamo il nostro nuovo sito web. Riteniamo che per il giornale sia fondamentale essere presente online con contenuti chiari ed esaustivi sul proprio operato e sugli argomenti che offre, consentendo in tal modo agli utenti di leggere notizie specifiche e sempre interessanti. Abbiamo perciò cercato di arricchirlo di informazioni utili, pur mantenendo una navigazione semplice e intuitiva, oltre che esteticamente accattivante. La necessità di rinnovarci è scaturita perché il sito e la linea editoriale presa nell’ultimo anno, non rifletteva più con le nostre esigenze e i nostri obiettivi, perciò come proprietaria ho deciso di dare una ventata d’ossigeno fresca a tutta la struttura del giornale.

C’è un nuovo direttore responsabile, il Dott. Roberto Marzano, che ha sposato in pieno la linea mia e di tutta la Redazione di RPFashionGlamourNews. Roberto oltre ad avere un bagaglio culturale importante, ha un’esperienza ultra trentennale nel mondo del giornalismo e porterà oltre ad un rinnovato entusiasmo, alcune nuove rubriche. Avremo anche nuovi ingressi nella redazione, dove i redattori già presenti, avranno più libertà creativa; anzi colgo l’occasione per dire a chiunque voglia raccontare esperienze personali o emozioni, di contattarci. Jacopo è stato promosso a Vice Coordinatore di Redazione ed appena la situazione epidemiologica lo permetterà tornerà ad emozionarci con il racconto di concerti e spettacoli teatrali, oltre ai suoi consueti articoli.

Per quanto riguarda la sottoscritta, cercherò di raccontare la moda sia maschile, che femminile, ma anche le emozioni che giornalmente mi vengono raccontare o che vivo in prima persona . Vi preannuncio che intensificheremo la collaborazione con Clarissa D’Avena e la Red&blue music relations, ma di questo vi racconterò più avanti.

È stato un lavoro lungo, ma abbiamo voluto prenderci tutto il tempo necessario per riflettere, progettare, fare e rivedere ogni singolo dettaglio. Ora siamo contenti del risultato, ma l’ultima parola va a voi che ci leggete.

A presto.

Il sogno di Iris… terza parte

di Roberta Pelizer
Terza parte del racconto “Il sogno di Iris” di Roberta Pelizer.

La notizia tanto bella quanto inaspettata aveva colto di sorpresa tutti, Iris era emozionata ma anche un pochino spaventata perché sapeva benissimo che sarebbero cambiate le cose.
Sicuramente l’emozione di dove fare la mamma la elettrizzava ma alla stesso tempo era consapevole del fatto che la sua vita avrebbe avuto una svolta completamente diversa.
Una volta rientrata a casa Iris aspettò che il marito rientrasse dal lavoro, dato che era stato fuori per alcuni giorni con il camion, per dargli la bellissima notizia,.
Gli fece trovare la loro abitazione piena di palloncini rosa e azzurri, scarpette da ballo e palloni da calcio… voleva fargli una sorpresa per dargli la bellissima notizia creando una sorta di futuro immaginario perché il loro sogno era che i figli potessero fare un’infanzia spensierata e piena di gioia dato che entrambi provenivano da due famiglie con pochi mezzi e numerose e di conseguenza non aveva potuto godere di alcuni privilegi.

Dopo qualche mese scoprirono che si trattava di un maschietto e la gioia di Ervis fu incontenibile perché avere un figlio maschio era sempre stato un suo desiderio, da quel giorno iniziarono a fantasticare sul nome da dargli, di che colore avrebbe avuto gli occhi, che tipo di attitudine potesse avere e che scuola avrebbe frequentato .
Decisero che si sarebbe chiamato Lukas e che lui sarebbe stato il piccolo principe della casa, amato e coccolato, accudito ed educato con tutte le attenzioni possibili ma soprattutto avrebbe capito sin da subito che la famiglia è il bene più prezioso .
Prosegue …

“Il mistero del libro senza titolo”, settima parte del nuovo racconto di Faber 1961

Oggi per la rubrica “Racconti e Poesie” ospitiamo la settima parte del racconto di Faber 1961: “Il mistero del libro senza titolo”
Il mistero del libro senza titolo
di Faber 1961

Ci alziamo contemporaneamente, il conte apre la porta e mi fa entrare per primo e mi segue richiudendo dietro di se la porta.
Mi accomodo sedendomi nella poltrona vicino al camino, Massimiliano, invece, sul divano venendo a ricreare le posizioni di due giorni fa quando ci fu il nostro primo incontro.
Il conte congiunge le mani tra la bocca e il naso: rimane un attimo in raccoglimento quindi incrociando le dita mi guarda: «Ti racconterò tutto, del resto penso che immagini già cosa ora andrò a dire».
Mi metto comodo, rilassandomi: «Sono tutto orecchie».
«La scorsa settimana  – attaccò il conte con la sua confessione – di notte, quando Luisa si ritirò nella sua stanza e Antonio era tornato a casa, ricevetti tre amici per un incontro segreto. Volevamo evocare degli spiriti per venire a sapere di alcune vicende. Però nessuno di noi era pratico di sedute spiritiche e la situazione, forse, ci è scappata di mano chiedendo di più di quanto potevamo. Quando abbiamo capito che stavamo sbagliando abbiamo chiuso la seduta però forse in modo errato…».
Il padrone di casa rimane in silenzio per alcuni secondi sufficienti perché sia io a prendere la parola.
«Vedi Massimiliano le sedute spiritiche non vanno prese alla leggera, se si sbaglia a gestirle poi è difficile rimediare e voi avete evocato spiriti molto pericolosi e sicuramente il libro è un ammonimento».
Il viso del conte, mentre parlavo, faceva trasparire tutta la sua preoccupazione.
«Vedi Massimiliano il libro potrebbe essere un Necronimicon, un testo di magia nera, ‘La descrizione della legge dei morti’, un libro satanico, detenerne una copia significa sfortuna, significa portare sfortuna nella casa. Bisogna fare in modo di neutralizzare questa presenza».

«E come facciamo Vittorio?»
«Ci penseremo dopo pranzo: ora dobbiamo capire dove avete  sbagliato nella seduta oltre che nel chiudere in modo errato che già di per se  è stato un disastro. Che tipo di seduta avete praticato?»
«Quella classica a bicchierino: credevamo fosse facile e invece…».
«… invece avete fatto, e scusami il termine, un’enorme cazzata: anche in questo tipo di seduta è necessaria la presenza di una guida che sappia gestirla evitando errori irrimediabili».
Il conte abbassa la testa, se la prende per le mani sentendosi improvvisamente impotente davanti a un destino che si stava palesando sempre più drammatico.
Rialzando il capo Massimiliano si rivolge a me quasi in tono supplicoso: «Cosa si fa ora?»
Per prima cosa mi ritirerò in biblioteca e cercherò di mettermi in contatto con le forze che stanno dietro e, soprattutto, dentro il libro; poi a pranzo ti dirò come dobbiamo procedere».
Il conte annui, mi alzo, apro la porta e mi incammino in direzione della biblioteca.
Apro la porta e mi accorgo immediatamente che il libro non è più sul tavolo.
Mi avvicino al ripiano dove si trovava il libro ma non era nemmeno lì.
Il mistero si infittiva.
Cerco in ogni angolo della stanza ma di quel libro non c’era più traccia.
Mi fermo, fisso la libreria.
Qualcosa mi passa per la mente, apro la porta, lascio la biblioteca e mi avvio in direzione della mia stanza.
Ho capito tutto…

(fine settima parte)
©Fabrizio Capra