Buon Anno da RPFashion & GlamourNews

A cura di Roberta Pelizer e Jacopo Scafaro 

Tutta la redazione di RPFashion & GlamourNews augura un buon Anno nuovo ai nostri lettori, con la speranza che il 2023 sia veramente un anno migliore.

Non so se anche voi provate la stessa sensazione, ma a me il Capodanno fa sempre un po’ impressione, perché è allo stesso tempo la fine e l’inizio di un ciclo. È difficile lasciarsi qualcosa alle spalle: è un’azione che prevede un salto nel buio, un tuffo a occhi chiusi verso nuove esperienze, che potranno rivelarsi positive o negative. È un’occasione per ricominciare da zero o per continuare quel che abbiamo iniziato e vale la pena portare avanti. È un modo – scrive il Caporedattore Jacopo Scafaro – per stabilire nuovi obiettivi o per rivalutare quelli vecchi, cercando di capire se ci stanno portando proprio dove vogliamo arrivare. È anche una sfida con noi stessi, il momento giusto per metterci in discussione e capire cosa ci piace di noi e cosa vogliamo cambiare. A tutti auguri per un anno spettacolare”.

Roberta Pelizer, Direttore Editoriale del nostro giornale ci dice: “Eccoci qui, alla fine di questo lungo e complicato 2022, come sempre accade il 31 dicembre tiriamo sempre le somme di quello che è successo nei 365 giorni appena trascorsi, alla famiglia, il lavoro, i soldi, gli amici, alle occasioni perse e a quelle colte. Per ognuno di noi c’è qualcosa che non vorremmo più ritrovare mentre per altri la speranza è che resti tutto così com’è, siamo tanti e tutti diversi ma l’augurio che ci accomuna tutti e’ quello che sia più bello per tutti sotto tutti i punti di vista. Abbiamo lottato contro una pandemia che ci ha colpiti tutti per vari motivi, ad alcuni ha causato danni ingenti ad altri un po’ meno ma questo non ci deve abbattere, ma rafforzare. Il mio augurio è quello di poterci affacciare al 2023 con la forza e la speranza, la grinta e la giusta cattiveria per realizzare i nostri desideri e sogni.”

La vita umana è bella e va vissuta in pienezza anche quando è debole ed avvolta dal mistero della sofferenza” diceva Papa Benedetto XVI. Buona vita e buon anno e tutti.

Debutta in Oltrarno Orto San Frediano.

Riceviamo e pubblichiamo. 
La prima garden kitchen in città creata dalla chef Enrica Della Martira. 

Il progetto, realizzato durante il lockdown, ha reso possibile la riqualificazione dell’antico vivaio del Giardino Torrini: un’area verde di 3.500 metri quadri, tre serre ristrutturate, ortaggi a chilometro zero e una grande cucina per private dining, corsi individuali e collettivi, catering e organizzazione di eventi.

Nel cuore dell’Oltrarno, da un’idea della chef Enrica Della Martira, nasce “Orto San Frediano”, la prima garden kitchen fiorentina, uno spazio di nuova concezione in cui la passione per la cucina prende forme inedite e coinvolgenti. 

Il progetto, concepito durante i lunghi mesi del lockdown, è fortemente connesso al luogo in cui sorge: il Giardino Torrini, un’area verde di 3.500 metri quadrati, che fino agli anni Ottanta è stato sede di un importante vivaio di proprietà della famiglia. 

Lo spazio è stato completamente riqualificato nel rispetto del paesaggio, della sua vocazione e dei suoi elementi storici più preziosi, come un uliveto secolare che ancora produce ottimo olio. Orto San Frediano apre dunque alla città le porte del Giardino Torrini, a pochi giorni dal G20 dedicato all’agricoltura, per offrire molteplici esperienze di gusto e di bellezza, in uno scambio continuo tra il dentro e il fuori. La garden kitchen, quartier generale di Enrica Della Martira, ruota intorno all’orto-giardino, disegnato e allestito dal vivaista Paolo Mati (Mati 1909). In cucina, esperienza, professionalità e creatività incontrano la freschezza dei vegetali a chilometro zero. Il potager coltivato con cura e passione circonda le antiche serre trasformate dall’architetto Tommaso Villa (Art of Building) in luoghi di convivialità easy chic, scambio e apprendimento. 

Orto San Frediano nasce dal desiderio di raccontare nuove storie in cucina. Una realtà con molte “anime”, aperta alle contaminazioni e in continuo divenire. Orto San Frediano è anche e soprattutto una scuola di cucina innovativa nella quale convergono le diverse esperienze che Enrica ha maturato in anni di attività e di collaborazioni: un’offerta formativa contemporanea e connessa al territorio con corsi collettivi e lezioni individuali per una reale “garden to table experience”. All’interno del Giardino Torrini, Orto San Frediano organizza anche private dining ed eventi corporate e istituzionali con menu custom made. A completare l’offerta, infine, i servizi di catering e di delivery. 

“Un’opera che recupera un terreno nel cuore di Firenze rimasto finora nascosto – ha detto l’assessore all’Urbanistica e ambiente Cecilia Del Re – e che connette anche due importanti parti dell’Oltrarno come via Pisana e lungarno Santa Rosa. Un progetto innovativo che mette insieme la vocazione verde e agricola di questo spazio, con il recupero della sua storia e un approccio al cibo improntato alla qualità e prossimità. In piena sintonia con la visione che stiamo portando avanti di riscoperta e valorizzazione della dimensione agricola urbana degli orti, dei frutteti e degli spazi verdi come luoghi di coinvolgimento e responsabilizzazione dei cittadini nella transizione ecologica di Firenze”.

“Bellissima iniziativa. Grazie a Enrica della Martira – ha detto l’assessore al commercio e alle attività produttive Federico Gianassi – per questa intuizione che coniuga il cibo di qualità con la bellezza dei luoghi di un’area verde nel centro della città restituita ad antico splendore. Ottima cucina, spazi verdi che tornano a vivere, un luogo dalla forte identità: Orto San Frediano è una filiera intrigante dentro un progetto che raccoglie gli obiettivi che Firenze sta perseguendo in questa fase di rilancio”.

Il progetto è stato possibile anche grazie al contributo del bando ex POR FESR TOSCANA 2014 – 2020 – AZIONE 3.1.1. sub-azione 3.1.1a3) “Aiuti finalizzati al contenimento e al contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19” “Fondo investimenti Toscana – aiuti agli investimenti”. 

Orto San Frediano è su Facebook e Instagram 

Info su http://www.ortosanfrediano.com

Paje a Montappone. Il mondo del cappello diventa esperienza

a cura della redazione.
Il 31 luglio ed il 1° agosto il Grand Tour delle Marche esplora le alte terre del Fermano. 
Pic-nic sulle balle di paglia, la manualità del cappello, performance artistiche con materiali di riciclo

Siamo nel distretto del cappello, un vero e proprio “ecosistema” dominato dal costante dialogo tra terra, saper fare e bellezza. Un processo ininterrotto da quando i contadini impararono, con sapiente manualità, a realizzare copricapo con gli steli del grano per proteggersi dai cocenti raggi del sole durante le lunghe ore di lavoro nei campi. Oggi i “discendenti” di quei cappelli fanno bella mostra nelle boutique più esclusive del mondo come icone dell’Italian Style.

Sabato 31 luglio e domenica 1° agosto a Montappone, nelle alte colline del Fermano, va in scena Paje, terza edizione dell’iniziativa il cui emblematico sottotitolo è “Acqua2O”, concepita per vivere al tempo della transizione ecologica il mondo del cappello in versione “green”. 

Sabato sera, dalle 20:30, anteprima con l’apertura del Pajebar e le prime performance artistico-musicali. Domenica pomeriggio, a partire dalle 17:00 e fino a mezzanotte, tanti “quadri live” di arte, lavoro e rapporto uomo-ambiente. Il tutto a telefonini spenti!

Sarà possibile rivivere in diretta le fasi della lavorazione tradizionale che dalla paglia porta al cappello. Un contest artistico-ambientale accompagnerà gli ospiti in questo viaggio esperienziale nelle terre del cappello, con il susseguirsi di proposte musicali e performance nelle quali gli artisti realizzeranno oggetti d’arte con il materiale di riciclo proveniente dalle fabbriche di cappelli del territorio.

Cena in piazza con la tipica “malletta”, il tradizionale pic-nic dei contadini racchiuso all’interno di un panno per facilitarne il trasporto e la conservazione. All’interno le prelibatezze locali da consumare nella suggestiva piazzetta del paese antico, con il bagliore di una lieve illuminazione per gustare appieno le atmosfere del borgo.

La manifestazione rappresenta anche l’occasione per visitare la Mostra dedicata alle aziende del distretto del cappello ed acquistare un souvenir ufficiale, ossia un copricapo locale brandizzato “Paje”.

La terza edizione di Paje è organizzata dal Comune di Montappone in collaborazione con le associazioni C-lindro e San Giorgio ed è sede di tappa del Grand Tour delle Marche, il circuito di eventi proposto da Tipicità ed ANCI, in collaborazione con Regione Marche e la partnership progettuale di Banca Mediolanum e Mediolanum Private Banking.

Nella piattaforma www.tipicitaexperience.it le informazioni per vivere tutti gli aspetti dell’esperienza Paje.

FAI – Luoghi del Cuore: Marina di Curinga e Castello Aragonese… in Calabria

a cura della Redazione

La Calabria è protagonista della rubrica “FAI – I luoghi del cuore 2018”: iniziamo con le provincie di Catanzaro e Cosenza.

Marina di Curinga, Curinga (Catanzaro) – 102° posto con 4192 voti
marina di curinga - catanzaroLa Marina di Curinga, è stata inglobata, per quasi tutta la sua estensione nei Siti di Interesse Comunitario (SIC) “Dune dell’Angitola” con il codice identificativo IT93330089. Il SIC “Dune dell’Angitola” è caratterizzato da un lungo tratto di costa sabbiosa compreso tra il Torrente Turrina a nord e la Foce del Fiume Angitola a sud, sul litorale tirrenico calabrese. Il territorio ricade in minima parte nella provincia di Vibo Valentia (comune di Pizzo Calabro) e in gran parte nella provincia di Catanzaro (comuni di Curinga e Lamezia Terme). L’ampia spiaggia sabbiosa è in contatto nella porzione interna con ambienti palustri ricadenti nel SIC contiguo “Palude di Imbutillo”. Il SIC è costituito da un’ampia spiaggia sabbiosa con lunghi allineamenti di dune costiere con ambienti palustri e lacustri nella parte interna. Per un ampio tratto le dune sono ricoperte da vegetazione psammofila ed in alcuni tratti è tuttora presente la fascia di vegetazione retrodunale a ginepri, cisti e ginestre. Dal punto di vista faunistico nella Marina di Curinga si segnala la presenza di tartarughe Caretta.

Castello Aragonese, Castrovillari (Cosenza) – 262° posto con 1110 voti

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ph F. Caruso

Castello Aragonese di Castrovillari tra arte e natura. Imponente complesso di età tardo-medievale, il castello di Castrovillari venne fortemente ristrutturato nel 1490 per volontà del re Ferdinando d’Aragona. Giunto in Calabria per sedare l’infausta congiura dei Baroni, Ferdinando fece rinforzare alcuni castelli ritenuti strategici per il controllo dei suoi possedimenti, tra i manieri sottoposti a revisione figurarono quelli di Corigliano, Pizzo, Belvedere Marittimo e Castrovillari. Edificato quasi certamente sul sostrato di un fortilizio più antico di età sveva, il castello si erge sopra un istmo pianeggiante del borgo antico di Castrovillari, a strapiombo sulle valli del Coscile e del Fiumicello. Il castello, adibito a carcere dal 1495 al 1995, si presenta come un unico blocco murario trapezoidale all’esterno e rettangolare all’interno, interrotto soltanto da quattro torri angolari cilindriche: quella meridionale ha una copertura conica ed è la più massiccia; diametralmente opposta è la torre più grande con copertura a terrazza resa invisibile all’esterno da un alto parapetto sollevato per permettere ai prigionieri di godere di passeggiate all’aperto. La torre a oriente è l’unica che può essere chiusa all’interno, fin dalla base, ed è ornata da una corona di mensole e archetti in tipico stile aragonese. L’ultima torre, la più piccola, è una piramide tronca a dodici lati con copertura a cono ed è provvista di feritoie. La cortina muraria del castello di Castrovillari ha un solo ingresso, un tempo munito di ponte levatoio, e nel lato di nord-est sono state recentemente praticate delle aperture per dare luce ai vani interni del castello. L’interno attualmente presenta un ampio arioso cortile in cui si aprono gli ingressi alle varie abitazioniSul portale una lapide in pietra particolare recante l’iscrizione: “Ad continendos in fides cives” del XV secolo, la stessa è stata riscontrata negli altri castelli calabresi costruiti o rinforzati da Ferdinando d’Aragona dopo la congiura dei Baroni. Tutte le iscrizioni terminano infatti con la data del 1490. Singolare anche la ripetitività dei fregi di queste lapidi con al centro lo stemma aragonese sostenuto da due putti realizzati in stile fiorentino del Quattrocento. Vero e proprio fortilizio medievale, tozzo e massiccio, il castello aragonese di Castrovillari, adibito a carcere fino al 1995, per quanto sia stato di recente rimaneggiato, resta comunque uno dei castelli aragonesi meglio conservati in Calabria.

FAI – Luoghi del Cuore: Parco Naturale del Fanes-Sennes e il Castello Taufers in provincia di Bolzano

a cura della Redazione

Proseguiamo il nostro viaggio tra alcuni dei numerosissimi Luoghi del Cuore 2018 FAI della provincia autonoma di Bolzano.

Parco Naturale del Fanes – Sennes, Badia (Bolzano) – 670° posto con 16 voti
38202_parco-naturale-del-fanes-sennes-braiesLa valle di Fanes si estende dal rifugio Fanes, appena dopo un luogo chiamato il parlamento delle marmotte, fino al Ccol de la Locia, che scende fino alla Capanna Alpina, nella val Parola per una superficie di 25680 ettari, uno dei più grandi dell’Alto Adige. È un lungo pianoro a 2000 metri, percorso dal rio Fanes, una verde valle con alpeggio con accesso solo a piedi. Il parco naturale comprende i comuni di Badia, La Valle, Marebbe, Valdaora, Braies e Dobbiaco. Le catene montuose che si trovano nel parco naturale sono in gran parte composte da rocce sedimentarie come calceri e dolomie che si sono sviluppate grazie alla sedimentazione di microorganismi sul fondo marino. Una delle caratteristiche principali del parco naturale è la geomofologia, in altre parole il fenomeno del carsismo. L’anidride carbonica contenuta nell’acqua dei tempi passati, ha intaccato e disciolto in un modo molto particolare le formazioni calcaree riconducibli al Giurassico. Per questa ragione nel parco naturale possono essere ammirati campi carreggiati, fenditure, pozzi e in generale paesaggi tipici carsici che stupiscono i visitatori. Parte del parco naturale è anche il Lago di Braies, la perla delle Dolomiti che è considerato il lago più suggestivo delle Dolomiti. Punto d’attrazione, sia d’estate che d’inverno è anche il Prato Piazza, altopiano a 2.000 m di altitudine. C’è un’antica mitologia che racconta dei salvan e delle Ganes (personaggi silvani e positivi) che abitavano quelle zone. Il Centro Visite parco naturale Fanes-Senes-Braies si trova a San Vigilio di Marebbe e fornisce informazioni sulla formazione delle Dolomiti, i fossili, i pascoli alpini e l’orso del Conturines, ricostruito con uno scheletro. Un sentiero natura invece si snoda sopra San Cassiano nel comune di Badia. Questo sentiero collega i masi di Rüdeferia e Rü e offre sette stazioni educativi ed informazioni sulle diverse forme di paesaggio presenti nel parco naturale.

Castello Taufers, Campo Tures (Bolzano) – 673° posto con 13 voti
21578_castello-taufersIl Castello Taufers è uno dei castelli più grandi, belli e maestosi dell’Alto Adige e troneggia sopra Campo Tures nella Valle di Tures, in una posizione dominante fiancheggiato dall’imponente panorama delle vette dolomitiche. Prima del XIII secolo vi risiedevano i signori di Tures, famiglia di nobili tra le stirpi più apprezzate del Tirolo i quali vennero nominati per la prima volta attorno il 1136. Quando però nel 1340 la famiglia si estinse il castello passò nelle mani di diversi proprietari e nel corso del tempo iniziò a cadere in abbandono. Dal 1907 fu ristrutturato da Ludwig von Lobmayr. Nel 1945 invece Hieronymus Gassner, procuratore generale dell’ordine dei benedettini austriaci a Roma, restauró nuovamente Castel Tures. Per questa ragione il castello è composto da elementi di diversi stili architettonici: una parte romanica, originaria del periodo dei Signori di Taufers ed una sezione gotica risalente al tempo dei Vescovi di Bressanone. Mastio e dongione, la torre abitabile con le doppie finestre ad arco e la cappella del castello in stile romanico invece risalgono al primo periodo di costruzione nel XIII secolo. Complicati portoni, i ponti levatoi ed anche il granaio vennero aggiunti nel 1500. Nel 1977 l’Istituto dei Castelli dell’Alto Adige entró in possesso dell’imponente castello. Ben un terzo dell’intera struttura oggi é accessibile al pubblico. Il particolare carattere abitativo di Castel Tures è la rocca dinastiale. L’armeria colpisce soprattutto i bambini, mentre chi ama l’arte si fan rapire piuttosto dagli affreschi di Michael Pacher. Interessanti da vedere sono la cappella con i suoi affreschi, la Stanza degli Spiriti con letto a baldacchino e stufa in maiolica, la Sala del giudizio, la Camera delle Torture e le Prigioni, e la Biblioteca. . Il castello è completamente arredato con mobili, oggetti e opere d’arte dal XII al XVII secolo e ha 64 stanze.
Inoltre il castello offre una taverna, ideale per una sosta dopo una visita al castello. Esiste anche una leggenda legata a questo castello. Si narra, infatti, che lo sposo fu ucciso da una freccia il giorno del suo matrimonio e la sposa, Margarete Von Taufers, impazzita dal dolore si rinchiuse nella sua stanza, dopo 7 anni dalla morte del fidanzato si gettò dalla finestra e morì…Alcuni raccontano che ancora oggi, in certe notti, si sente un pianto provenire dalla Stanza degli Spiriti… Bellissimi i panorami che si possono ammirare dalle finestre ed atmosfere magiche.

FAI – Luoghi del Cuore: Pieve di San Pietro a Sillano (Firenze) e Palazzo del Marchese Bourbon Del Monte (Siena)

a cura della Redazione

Chiudiamo con i Luoghi del Cuore 2018 – FAI della Toscana attraverso le provincie di Firenze  e di Siena.

Pieve di San Pietro a Sillano, Greve in Chianti (Firenze) – 46° posto con 8536 voti
Pieve di San Pietro a Sillano - FirenzeLa chiesa è piccola, ma la storia che racconta è grande. Grande e antica. Seminascosta e dimenticata, al margine della Strada dei Poggi, il percorso di crinale fra la Valle della Greve e quella della Pesa, la Pieve di San Pietro a Sillano si identifica con quella del Chianti fiorentino. La chiesa è citata nelle pergamene della Badia a Passignano già nell’anno 884; un altro, successivo, ci dice che mise a disposizione due dei suoi poderi per la vicina Abbazia di Passignano. La pieve fu poi confermata ai vescovi di Fiesole dai pontefici Pasquale II e da Innocenzo II rispettivamente nel 1003 e nel 1034. Era di patronato della famiglia Gherardini di Firenze. È stata soppressa nel 1986. Ma il nome del luogo, Sillano, ci porta ancora più indietro, al I secolo a. C,quando venne attribuito ai veterani di Silla, il generale romano che aveva sconfitto il rivale Mario. Rimasta ai margini dei nuovi percorsi stradali, la chiesa deve al suo isolamento la conservazione della sua struttura romanica, ma anche lo stato di abbandono attuale,aggravato dal terremoto del dicembre 2014, che ne mette seriamente a rischio la sopravvivenza. Si presenta come un edificio che presenta numerosi collegamenti con il romanico lombardo e ciò si denota soprattutto nelle riseghe e nel coronamento ad arcatelle pensili nell’abside. L’interno è a tre navate suddivise tra loro da cinque valichi di ampiezza diseguale e poggianti su pilastri rettangolari. La navata centrale è sopraelevata rispetto a quelle laterali. Il tetto presenta una copertura a capriate lignee. Sul fianco destro si trova il campanile.

Palazzo del Marchese Bourbon Del Monte, Piancastagnaio (Siena) – 541° posto con 148 voti
Palazzo del Marchese Bourbon Del Monte - SienaIl palazzo Bourbon Del Monte fu costruito nel 1603 ad opera del generale Giovan Battista Bourbon dei marchesi Del Monte. Il Palazzo costituisce un raro esempio di architettura feudale del 1600 ed è una costruzione non comune nell’intero Granducato di Toscana. Nel periodo a cavallo tra il 1500 ed il 1600, infatti, non si osserva la realizzazione di molti edifici di analoghe dimensioni, neppure nelle grandi città. Il progetto è da attribuirsi a Valentino Martelli, membro della corporazione dei “pittori di Perugia”, in gioventù allievo di Michelangelo a Roma. I marchesi conservarono all’Amiata i loro vasti possedimenti anche dopo le riforme dei Lorena del 1749 e del 1786, che avrebbero dovuto portare all’abolizione dei feudi. La residenza dei Bourbon-Del Monte, con tutti i possedimenti di Piancastagnaio, venne venduta, nel 1871, dalla marchesa Maria Maddalena a Mons. Antonio Pellegrini. Il palazzo fu allora trasformato in deposito di derrate agricole e rimase di proprietà dei Pellegrini fino al secondo dopoguerra, quando venne venduto a privati e frazionato in diversi nuclei. Con il frazionamento ebbe inizio una serie di lavori tesi a trasformare le vaste sale in appartamenti e in locali pubblici, nonché in laboratori artigianali e in cantine. Questa è la situazione nella quale rimase il palazzo fino alla fine degli anni ‘80 del secolo passato quando, a causa del manifesto dissesto, fu dichiarato inagibile dalla Pubblica Autorità.

FAI – Luoghi del Cuore: il Ponte Medioevale a Pistoia e l’Abbazia di San Giusto al Pinone in provincia di Prato

a cura della Redazione

Pistoia e Prato sono le provincie di oggi per i Luoghi del Cuore 2018 FAI della Toscana.

Ponte Medioevale sul Vincio di Montagnana, Pistoia – 476°  posto con 225 voti
Ponte Medioevale sul Vincio di MontagnanaSi incontra il ponte attraverso una breve strada padronale, tra un gruppo di case e l’antico Oratorio della Verginina (immagine sacra posta lungo la strada), posto al crocicchio che conduce al ponte, lungo la via di Pieve a Celle. Sulla facciata dell’antico oratorio ancora ben conservata la lapide marmorea che attesta la sua costruzione nel 1844 da parte di Cesare Ippoliti. Nel medioevo i viandanti si fermavano a pregare prima di attraversare l’antico ponte lastricato in pietra che conduceva al plebato di Groppoli. La struttura del ponte, tipica medioevale, a groppa d’asino, slanciata, i due accessi in lieve pendio, in piano nella parte centrale. Largo metri 1,30, le sue luci metri 13,50 e metri 6,50. Qui il torrente Vincio misura metri 30 e il ponte rende il luogo come incantato, come il tempo si fosse fermato centinaia di anni fa. Ci si aspetta di vedere da un momento all’altro un viandante a cavallo che passa sul ponte, in uno stretto corridoio costruito al massimo per un uomo a cavallo, con grossi ciottoli di fiume, immerso in una folta vegetazione selvatica. Si dice che il ponte fosse un importante collegamento tra il plebato di Celle e quello di Groppoli, e da lì si andava verso Lucca, una delle vie lombarde che collegava Lucca, Pisa e Livorno con il nord Italia.

Abbazia di San Giusto al Pinone, Carmignano (Prato) – 650° posto con 36 voti
3332_abbazia-di-san-giusto-al-pinoneL’Abbazia di San Giusto fu edificata nel XII sec. nella campagna pratese ed è uno degli edifici romanici più suggestivi della zona. Nacque probabilmente in virtù dell’antica viabilità altomedievale, essendo su un crinale che dall’Arno, attraversato nel punto più stretto (area della Gonfolina), giungeva nel pistoiese. Si sarebbe quindi trattato di un antico ospedale, punto di sosta per i pellegrini, fino alla torre di Sant’Alluccio ed il successivo ospizio di San Baronto. Secondo la tradizione locale l’Abbazia faceva suonare giornalmente la sua campana, chiamata “La Sperduta”, per richiamare a sé tutti i viandanti dispersi prima di notte. Fino al Trecento fu canonica, diventando successivamente oratorio per poi essere abbandonata. Dopo una parziale ricostruzione ottocentesca, fu ripristinata nel dopoguerra; oggi è interamente leggibile rivelando un’interessante struttura romanica, con influssi dell’architettura monastica cluniacense. La facciata è animata dal bianco e verde dei cunei di marmo e di serpentino degli archi del portale e della bifora soprastante. All’interno la pianta è a croce commissa con un’unica navata coperta con volta a botte, ritmata da grandi archi trasversali; il presbiterio, a tre absidi separate, è rialzato su una bassa cripta con piccole navate sorrette da pilastri, rifatte dopo il crollo duecentesco. Per decenni si è stati incerti sulla proprietà della chiesa, fino al ritrovamento di un documento della fine dell’Ottocento che la indica come di proprietà del Comune di Carmignano. Chiusa dai primi anni ’90, è stata recentemente riaperta al pubblico da un’associazione locale che vi organizza anche eventi e attività di promozione. La comunità, che l’ha spesso scelta per celebrarvi i matrimoni quando era ancora aperta, vi è molto legata. Oggi i cittadini ne chiedono il recupero e una stabile fruizione pubblica.

FAI – Luoghi del Cuore: la Pieve di Santo Stefano a Sorano (MS) e la Rocca di Ripafratta (PI)

a cura della Redazione

Ancora due provincie della Toscana per i Luoghi del Cuore 2018 FAI: Massa Carrara e Pisa.

Pieve di Santo Stefano, Sorano di Filattiera (Massa Carrara) – 643° posto con 43 voti
Pieve Santo Stefano FilattieraLa Pieve romanica di  Santo Stefano a Sorano è situata sul fondovalle della Magra sull’antica via Francigena in direzione di Luni. La pieve di ed è attestata per la prima volta fra le pievi confermate nel 1148 da papa Eugenio III al vescovo della Diocesi di Luni. Però durante i lavori di restauro sono state ritrovate fondamenta di epoche precedenti e tombe ben conservate. Si suppone che una di queste sia di Leodegar, il primo vescovo che arrivò nella valle di Lunigiana e “idola fregit”, ossia distrusse gli dei pagani e introdusse la religione cristiana. Ne dà testimonianza una lapide del 752 d.C. Non a caso tutto il territorio era disseminato di statue steli, alcune conservate ancora nella Pieve. Maestosa e possente è caratterizzata da tre absidi realizzate dai Maestri Comacini. Privato di parte della copertura fin dal XVIII secolo, l’edificio ha impianto basilicale a tre navate (le laterali in parte riadattate a cappelle in epoca moderna). Costruita in ciottoli sbozzati fluviali, è percorsa nell’abside da specchiature includenti rombi definiti da arcate cieche importate su lesene. Agli inizi del XXI sec è stata rifatta la copertura e sono state ritrovate due statue stele, fra cui quella di un guerriero, reincisa con armamento di tipo celtico nel VII secolo a.C.. Controversa è la sua datazione, che viene fatta oscillare attorno all’XI secolo.

Rocca di Ripafratta, Ripafratta (Pisa) – 44° posto con 8922 voti
Rocca di Ripafratta PisaLa Rocca di San Paolino è una fortezza di origine medievale che domina dall’alto il borgo di Ripafratta, nel comune di San Giuliano Terme (PI). Il borgo e la Rocca sorgono sulle rive del fiume Serchio, a ridosso della porzione più occidentale del Monte Pisano. La Rocca è nata come avamposto doganale, essendo il territorio di Ripafratta situato sul confine tra il territorio di Pisa e quello di Lucca. Fondata nell’XI sec. dalla consorteria dei nobili Da Ripafratta, feudatari lucchesi, la Rocca (intitolata per l’appunto a San Paolino patrono di Lucca), è entrata progressivamente nell’orbita della Repubblica di Pisa, che ne acquisì il possesso e la fortificò massicciamente nel XII-XIII secolo, affiancandole due poderose torri di avvistamento sui colli circostanti. Il castello è stato conteso nei secoli dalle due città avversarie, con la costruzione di un vasto sistema di fortificazioni in tutta la valle del Serchio, a guardia proprio del confine “caldo”. Con il dominio fiorentino sul territorio pisano, nel 1504 la Rocca venne ristrutturata da Giuliano da Sangallo con pareri di Leonardo da Vinci, per renderla adatta alle nuove esigenze belliche dettate dalle armi da fuoco. Cimate le antiche torri medievali, vennero costruite possenti scarpe addossate alle mura, due rivellini contrapposti in prossimità dell’ingresso, e un corridoio di accesso “a mano destra”. Con la “pacificazione” fiorentina, la Rocca risulta abbandonata già nel primo 1600. Il complesso ha riacquistato visibilità a seguito di un’intensa campagna di scavi archeologici negli anni ‘80 del ‘900, che ha permesso di riportare alla luce le strutture medievali, dimenticate dal tempo. Ad oggi, è proprietà di privati e necessita di un’importante operazione di consolidamento e messa in sicurezza per poterla rendere nuovamente fruibile al pubblico e alla sua comunità.

FAI – Luoghi del Cuore: Acquedotto Leopoldino a Livorno e Fortezza di Montalfonso in provincia di Lucca

a cura della Redazione

Rimaniamo ancora in Toscana con i Luoghi del Cuore 2018 FAI delle provincie di Livorno e di Lucca.

Acquedotto Leopoldino, Livorno – 547°  posto con 142 voti
Acquedotto Leopoldino LivornoAntico acquedotto settecentesco (conosciuto come Acquedotto Leopoldino, Acquedotto del Poccianti o Acquedotto di Colognole) caratterizzato da maestose strutture architettoniche che si snodano dalle Sorgenti di Colognole (frazione collinare del Comune di Collesalvetti), con tempietti, conserve e casotti di stile neoclassicheggiante, per oltre 18 km di arcate, muraglioni, viadotti, gallerie, in un affascinante percorso dalla centenaria lecceta di Colognole attraverso boschi e torrenti della riserva naturale regionale dei monti livornesi fino alla città di Livorno, dove sono visibili la strutture del Cisternino o Purgatorio di Pian di Rota (alle porte della città) e le strutture di città (Cisternone o Gran Conserva del Riseccoli e Cisternino di città o Piccola Conserva). L’acquedotto, iniziato nel 1793 e terminato nel 1868, rappresenta un rilevante esempio di architettura storica, magnificamente inserita nel contesto naturalistico e paesaggistico dei monti livornesi, fornendo inoltre approvvigionamento idrico per la città di Livorno per l’intero periodo 1816-1912 e tutt’oggi funzionante per le frazioni collinari colligiane. L’acquedotto è meta adorata di appassionati di natura e di storia locale, di fotografi, turisti, scolaresche e gruppi organizzati accompagnati da guide ambientali e necessita da molti anni di interventi di restauro conservativo e messa in sicurezza per salvaguardare questo patrimonio tanto amato dalla collettività. Un luogo magico immerso in una natura rigogliosa, ricco di storia e di sensazioni: un vero luogo del cuore.

Fortezza di Montalfonso, Castelnuovo di Garfagnana (Lucca) – 130° posto con 3573 voti
Fortezza di Montalfonso LuccaLa Fortezza di Montalfonso è situata sulla sommità di un colle da cui si domina tutta la valle del Serchio fino al Passo dei Carpinelli e la valle della Turrite. Sulla parte più alta, a quota 452 m s.l.m., si trovava il paesino di Monti, che per la sua posizione più elevata rispetto all’area cinta da mura, prese successivamente il nome “Rocca di Monti” e, nel 1700, fu completamente ristrutturata destinando le sue case a carceri. Il duca Alfonso II di Ferrara, particolarmente interessato alla costruzione di un sistema di fortificazioni a protezione del proprio territorio, accolse la richiesta degli abitanti di Castelnuovo, presentata più volte ancora prima che l’Ariosto fosse inviato a governare la Garfagnana, di realizzare una fortezza in cui potessero rifugiarsi in caso di attacco nemico. I cittadini, dietro richiesta del Duca, contribuirono con l’ingente somma di 30.000 scudi alla costruzione della Fortezza. I lavori iniziarono nel 1579 e terminarono circa sei anni dopo nel 1585. Il progetto fu redatto dall’ingegner Marco Antonio Pasi. Con la scoperta della polvere da sparo cambiò profondamente il sistema delle fortificazioni. Fino ad allora si era fatto affidamento alle alte mura per contrastare gli attacchi all’arma bianca, ma le prime fortificazioni moderne (1500), dette fortezze, per resistere ai bombardamenti dell’artiglieria avevano mura più basse, ma spesse e con terrapieni, e dal profilo angolato per deviare le palle dei cannoneggiamenti. Il Pasi, dopo aver visitato i luoghi, individuò nel colle del paese di Monti, sito in posizione dominante rispetto al sottostante abitato di Castelnuovo, l’area ideale per costruire una Fortezza. La sommità del colle, anche con adeguati lavori di sbancamento e riporto del terreno di risulta, ben si prestava a realizzare una Fortezza. I suoi bastioni molto prominenti rispetto al tracciato delle mura costituivano una specie di doppia testa di ponte che accerchiava come in una “tanaglia” gli assilitori. La Fortezza per l’estensione del circuito murario, per l’importanza storica e le soluzioni architettoniche militari innovative adottate costituisce il nucleo fortificato più evoluto e più significativo dell’intera Valle del Serchio. Ha una superficie di circa 65000 mq ed è un’autentica porta di accesso alle bellezze della Garfagnana con una vista a 360° che spazia dalle Alpi Apuane con il gruppo delle Panie fino all’Appennino tosco-emiliano. La cinta muraria, con 7 baluardi, ben adattata alla morfologia del terreno, è lunga circa 1120 mt con altezza variabile tra 8.00 e 12.00 mt ed è in muratura a calce con pietra di fiume, parzialmente squadrata. Dentro la cinta muraria, oltre che riutilizzare le vecchie case dell’antico paesino di Monti di cui si hanno notizie sino dal 1045, quando la chiesa, intitolata a San Pantaleone, era sotto la giurisdizione del convento di S. Ponziano di Lucca, vennero costruiti diversi edifici per accogliere la guarnigione, come il “Quartiere del Maggiore”, il “Quartiere del Capitano”, una piccola fonderia per la forgia delle armi, i magazzini, gli alloggi per la guarnigione, l’osteria ed altre costruzioni minori. Con l’Unità d’Italia la Fortezza divenne proprietà del Demanio e alla fine dell’800 fu venduta a privati che trasformarono tutta l’area in terreno agricolo spianandolo e distruggendo così le postazioni dei cannoni. I fabbricati esistenti vennero in parte abbandonati e, dopo la prima guerra mondiale, i proprietari praticamente si disinteressarono di tutto il complesso lasciando andare in rovina le diverse costruzioni colpite anche dal terremoto del 1920. Nel 1980 la Fortezza fu acquistata dalla Provincia che eseguì, a partire dagli inizi del 2000, sotto la Presidenza di Andrea Tagliasacchi oggi Sindaco di Castelnuovo di Garfagnana, il recupero e il restauro delle mura della Fortezza e dei fabbricati esistenti. Sono rimasti da recuperare e restaurare le Carceri e la Casamatta del Baluardo della Forbice e del Capitan Rinaldo Rinaldi.

FAI – Luoghi del Cuore: Toscana, a Cortona (Ar) e Roccastrada (Gr)

a cura della Redazione

I Luoghi del Cuore 2018 FAI ci portano oggi in Toscana, nelle provincie di Arezzo e Grosseto.

Santuario Santa Maria delle Grazie al Calcinaio, Cortona (Arezzo)  – 656° posto con 30 voti
35422_santuario-santa-maria-delle-grazie-al-calcinaioIn questo luogo, nella domenica di Pasqua del 1484, un’immagine della Madonna col Bambino, dipinta sulla parete di una vasca adibita alla concia del cuoio e detta calcinaio per la calce viva usata a questo scopo, iniziò ad operare miracoli. Quell’immagine sacra è oggi visibile sull’altare maggiore, posizionato molto probabilmente sul luogo dell’antico tabernacolo. In seguito alla crescita di devozione, l’arte dei Calzolari, proprietaria della concia, decise di erigere un “sacro tempio”. Venne scelto come architetto Francesco di Giorgio Martini. Il Martini redasse il progetto già nello stesso 1484, poco dopo aver disegnato la chiesa di San Bernardino ad Urbino. I lavori ebbero inizio nel 1485 e già allo scadere del primo quarto del Cinquecento la chiesa aveva raggiunto, almeno all’esterno, la sua veste definitiva. Così ci appare infatti in un affresco del Papacello nel Palazzone Passerini di Cortona databile al 1525 circa, dove si vede innalzata anche la cupola disegnata dall’architetto fiorentino Pietro di Domenico di Norbo e realizzata a partire dal tamburo fra il 1509 e il 1514. La chiesa venne inizialmente affidata alle cure degli Scopetini, ai quali fu tolta nel 1653 per aggregarla al Seminario vescovile, riaperto proprio nei locali del soppresso convento adiacente alla chiesa. Richiuso il Seminario (1674), dopo un periodo di abbandono fu restaurata e risistemata dagli Scolopi che la riaprirono al culto nel 1730. Trasferitisi gli Scolopi in città (1777), il complesso fu restituito al Seminario, ma era un fardello troppo grande per le finanze dell’istituto. Così nel 1786 alla chiesa fu trasferito il titolo di parrocchia di San Biagio a Salcotto. La struttura della chiesa consiste in una navata affiancata da due cappelle laterali con un transetto e una cupola all’intersezione dei bracci del presbiterio. Martini la progettò applicando rigorosamente i principi architettonici della proporzione e della prospettiva cari all’architettura rinascimentale. Negli spazi risuonano echi albertiani, in un progetto che non è immune da assonanze con Brunelleschi, ma i disegni di Francesco di Giorgio sono assolutamente originali, al punto da rappresentare uno dei livelli più alti della sintesi degli spazi nel Rinascimento. Le ampie superfici esterne sono divise in linee orizzontali e verticali da modanature e pilastri e sono movimentate da finestre con timpani. Gli ultimi interventi procedettero più lentamente, tanto che il portale principale fu terminato nel 1543 e al 1549 risale l’esecuzione del pavimento (l’attuale è frutto di un recente rifacimento). Tutti i dipinti che si trovano nelle cappelle sono ispirate dall’iconografia mariana, dall’Assunzione all’Annunciazione, dall’Immacolata concezione ai vari ritratti della Madonna fra i santi. La preziosità di questo luogo, dichiarato monumento nazionale, implica un grosso impegno per preservarlo al meglio e conservarlo in buono stato. Per aumentarne la visibilità presso l’opinione pubblica, i cittadini della zona si sono mobilitati nel 2014, raccogliendo numerosi voti in occasione del Censimento Luoghi del Cuore. Grazie a tutte le segnalazioni oggi il Santuario può beneficiare di un intervento del FAI.

Cripta dell’Abbazia di Giugnano, Roccastrada (Grosseto) – 211° posto con 1982 voti
Cripta Abbazia di GiugnanoNascosta dalle ombrose fronde di un boschetto di lecci, la Cripta di Giugnano costituisce l’unica struttura superstite di un vasto complesso monastico dedicato al Salvatore le cui origini risalgono al secolo XI, precocemente decaduto e reso particolarmente affascinante dalla sua singolare collocazione e conservazione. Siamo in Maremma, a poca distanza dal Castello di Montemassi immortalato da Simone Martini nel celebre affresco conservato nel Palazzo Pubblico di Siena, e si può accedere alla Cripta attraverso un varco praticato nella volta, scendendo gli instabili gradini di una scala a pioli. Le bozze di pietra e i muretti sparsi in superficie per un raggio di circa 200 metri quadrati testimoniano come tutta l’area fosse in origine edificata e questo fa ricostruire approssimativamente l’impianto del primitivo edificio di culto, una chiesa ad aula o a croce latina, conclusa da un abside, orientata e larga quanto la cripta sottostante, cui probabilmente si affiancavano anche alcune strutture destinate alla vita comune del clero. Con la crisi del monastero, trasformato in grancia del monastero di S. Galgano a Montesiepi, queste andarono velocemente in rovina, tanto da non esser nemmeno menzionate nelle visite degli auditori granducali e dei vescovi, che del resto sembrano non conservarne neanche la memoria. Al totale degrado dei suoi edifici concorse la successiva frequentazione di queste zone, prima per una fiorente attività mineraria e metallurgica, poi agricola, probabilmente accompagnate da sistematiche demolizioni finalizzate al recupero del materiale da costruzione. La posizione appartata e le buone condizioni statiche hanno preservato nei secoli la cripta, che era in gran parte interrata fino all’intervento di restauro condotto alla metà degli anni Settanta. La cripta è costituita da un unico vano rettangolare, concluso a oriente da una grande abside e diviso in tre navatelle da quattro sostegni, sui quali s’innesta la copertura voltata, che alcune mensole raccordano ai muri perimetrali dell’edificio. Le volte, a crociera o di forma approssimativamente triangolare, delimitate e rinforzate da sottarchi, sono costituite da pietrame di varia natura, avvolto in un abbandonate letto di malta e nascosto in origine da un intonaco, di cui restano sporadiche tracce. La decorazione dei quattro sostegni contribuisce all’animazione plastica del vano, con colonne e pilastri di sezione ottagonale sormontati da capitelli variamente lavorati, dove gli scalpellini, con rude semplicità, hanno rielaborato antiche tipologie e adottato soluzioni innovative: un capitello presenta forme vagamente ioniche, due recuperano il repertorio vegetale dei prototipi corinzi, che combinano a nuove e misteriose raffigurazioni, l’ultimo infine, di forma cubica, sembra volutamente ignorare le tipologie canoniche per compiere un’autonoma ricerca estetica. La Cripta di Giugnano si inserisce, così, a pieno titolo nella cultura formale del primo romanico, che guarda e rielabora i modelli antichi sperimentando forme sempre nuove. Allo stesso ambito cronologico conduce la planimetria della cripta, concepita non più solo come ambiente di passaggio destinato ad accogliere le reliquie venerate, ma come spazio architettonicamente rilevante dove la comunità poteva sostare e pregare. In una fase successiva fu edificata l’aula che si trova a poca distanza dalla cripta, che ha caratteri architettonici gotici. Da tempo si parla di un nuovo restauro e di un percorso che colleghi Giugnano alle altre testimonianze che il Medioevo ha lasciato nel territorio di Roccastrada, ma l’intervento non è semplice. Qualcuno sostiene che l’unica soluzione sarebbe riempire nuovamente la cripta di terra per impedirne il collasso e consegnarla integra ai posteri, rimandando al futuro la scoperta delle fasi costruttive del monastero, della sua planimetria e delle molteplici attività che vi si svolgevano. Ma sarebbe davvero un peccato.