Buon Anno da RPFashion & GlamourNews

A cura di Roberta Pelizer e Jacopo Scafaro 

Tutta la redazione di RPFashion & GlamourNews augura un buon Anno nuovo ai nostri lettori, con la speranza che il 2023 sia veramente un anno migliore.

Non so se anche voi provate la stessa sensazione, ma a me il Capodanno fa sempre un po’ impressione, perché è allo stesso tempo la fine e l’inizio di un ciclo. È difficile lasciarsi qualcosa alle spalle: è un’azione che prevede un salto nel buio, un tuffo a occhi chiusi verso nuove esperienze, che potranno rivelarsi positive o negative. È un’occasione per ricominciare da zero o per continuare quel che abbiamo iniziato e vale la pena portare avanti. È un modo – scrive il Caporedattore Jacopo Scafaro – per stabilire nuovi obiettivi o per rivalutare quelli vecchi, cercando di capire se ci stanno portando proprio dove vogliamo arrivare. È anche una sfida con noi stessi, il momento giusto per metterci in discussione e capire cosa ci piace di noi e cosa vogliamo cambiare. A tutti auguri per un anno spettacolare”.

Roberta Pelizer, Direttore Editoriale del nostro giornale ci dice: “Eccoci qui, alla fine di questo lungo e complicato 2022, come sempre accade il 31 dicembre tiriamo sempre le somme di quello che è successo nei 365 giorni appena trascorsi, alla famiglia, il lavoro, i soldi, gli amici, alle occasioni perse e a quelle colte. Per ognuno di noi c’è qualcosa che non vorremmo più ritrovare mentre per altri la speranza è che resti tutto così com’è, siamo tanti e tutti diversi ma l’augurio che ci accomuna tutti e’ quello che sia più bello per tutti sotto tutti i punti di vista. Abbiamo lottato contro una pandemia che ci ha colpiti tutti per vari motivi, ad alcuni ha causato danni ingenti ad altri un po’ meno ma questo non ci deve abbattere, ma rafforzare. Il mio augurio è quello di poterci affacciare al 2023 con la forza e la speranza, la grinta e la giusta cattiveria per realizzare i nostri desideri e sogni.”

La vita umana è bella e va vissuta in pienezza anche quando è debole ed avvolta dal mistero della sofferenza” diceva Papa Benedetto XVI. Buona vita e buon anno e tutti.

La “Moda” che ritorna sempre : gli anni 90.

di Roberta Pelizer 
Roberta Pelizer, titolare del
brand Rp Event ci racconta il ritorno della moda degli anni 90.


Estate 2021 , tutte le tendenze.

Una regola assoluta della moda è che tutto torna, questa estate è una delle testimonial più significative per quanto riguarda questo argomento, in questo articolo riscopriremo assieme gli anni 90.

Il primo capo a ritornare è la giacca oversize, da abbinare con un look informale in modo da creare il contrasto e sdoganare finalmente il blazer, magari con un paio di short di jeans ed una canotta. Parlando di oversize non dimentichiamoci della camicia che a seconda delle occasioni è molto versatile: ad esempio con un bel costume intero in tinta unita, oppure con short e top minimal e per le occasioni un più “importanti“ , si può infilare dentro ad un paio di pantaloni lunghi, ma rigorosamente a vita alta.

Direttamente dalle serie cult come “ Beverly hills 90210”, torna il vestitino con le spalline leggero, rigorosamente a fiori che abbinato alle sneakers è un outfit perfetto, anche in queste giornate così afose.

Restando in tema floreale, non può mancare il top con le maniche a sbuffo, che scopre l’ombelico con la sua inconfondibile arricciatura in vita, anch’esso da abbinare a pantaloncini di jeans sfrangiati o gonne a campana, ma tutto rigorosamente, sempre a vita alta . Per un look un pochino più elegante ma allo stesso fresco la moda 2021 propone anche questo completo: gonna a vita alta con lunghezza midi e spacco laterale, completa l’outfit un top con spalline con lo scollo a cuore.

Le parole d’ordine quindi sono fiori e leggerezza, ed il gioco è fatto.

RP FASHION & GLAMOUR NEWS: ci siamo rifatti il look!

di Roberta Pelizer 
La proprietaria e direttore editoriale di Rp Fashion & Glamour News, ci illustra il nuovo percorso editoriale che intraprenderà il nostro giornale. 

È con grande piacere che vi presentiamo il nostro nuovo sito web. Riteniamo che per il giornale sia fondamentale essere presente online con contenuti chiari ed esaustivi sul proprio operato e sugli argomenti che offre, consentendo in tal modo agli utenti di leggere notizie specifiche e sempre interessanti. Abbiamo perciò cercato di arricchirlo di informazioni utili, pur mantenendo una navigazione semplice e intuitiva, oltre che esteticamente accattivante. La necessità di rinnovarci è scaturita perché il sito e la linea editoriale presa nell’ultimo anno, non rifletteva più con le nostre esigenze e i nostri obiettivi, perciò come proprietaria ho deciso di dare una ventata d’ossigeno fresca a tutta la struttura del giornale.

C’è un nuovo direttore responsabile, il Dott. Roberto Marzano, che ha sposato in pieno la linea mia e di tutta la Redazione di RPFashionGlamourNews. Roberto oltre ad avere un bagaglio culturale importante, ha un’esperienza ultra trentennale nel mondo del giornalismo e porterà oltre ad un rinnovato entusiasmo, alcune nuove rubriche. Avremo anche nuovi ingressi nella redazione, dove i redattori già presenti, avranno più libertà creativa; anzi colgo l’occasione per dire a chiunque voglia raccontare esperienze personali o emozioni, di contattarci. Jacopo è stato promosso a Vice Coordinatore di Redazione ed appena la situazione epidemiologica lo permetterà tornerà ad emozionarci con il racconto di concerti e spettacoli teatrali, oltre ai suoi consueti articoli.

Per quanto riguarda la sottoscritta, cercherò di raccontare la moda sia maschile, che femminile, ma anche le emozioni che giornalmente mi vengono raccontare o che vivo in prima persona . Vi preannuncio che intensificheremo la collaborazione con Clarissa D’Avena e la Red&blue music relations, ma di questo vi racconterò più avanti.

È stato un lavoro lungo, ma abbiamo voluto prenderci tutto il tempo necessario per riflettere, progettare, fare e rivedere ogni singolo dettaglio. Ora siamo contenti del risultato, ma l’ultima parola va a voi che ci leggete.

A presto.

FICO: riapre a Bologna la “Fabbrica del Grana Padano”

Riceviamo e pubblichiamo
FICO apre al pubblico da giovedì 22 luglio. Per il Consorzio di Tutela Grana Padano sarà l’occasione per tornare a raccontare la storia del prodotto DOP più consumato al mondo.

La Fabbrica del Grana Padano all’interno di FICO, il parco tematico di Bologna dedicato al settore agroalimentare e alla gastronomia, è pronta a riaprire i battenti. L’appuntamento è per la serata di mercoledì 7 luglio con la prima visita riservata a giornalisti e blogger, mentre il pubblico potrà tornare a riempire gli spazi del ex centro agroalimentare petroniano a partire da giovedì 22 luglio nei seguenti orari: dal giovedì alla domenica dalle 11:00 alle 22:00, sabato fino alle 24:00.

Per il Consorzio di Tutela Grana Padano sarà l’occasione per tornare a raccontare la storia, dalle origini a oggi, attraverso la filiera sostenibile, del prodotto DOP più consumato al mondo, con un video proiettato sulle vetrate del Caseificio.  Riprenderanno gli educational aperti a visitatori e scolaresche su prenotazione, dove verrà fornito anche il materiale promozionale di Grana Padano.
In occasione della riapertura di FICO, nei pressi della Fabbrica, è stata posizionata l’installazione di una forma di formaggio, metà Grana Padano DOP e metà Parmigiano Reggiano, dove all’interno un breve percorso racconterà ai visitatori le fasi di creazione più importanti per ottenere i formaggi italiani più celebri al mondo.

Buon 100° compleanno Wayne Thiebaud!

Riceviamo e pubblichiamo
Il Museo Morandi di Bologna invia gli auguri per i 100 anni del grande artista Wayne Thiebaud  ricordando la sua personale organizzata nel 2011dopo la quale Wayne donò al museo felsineo ben otto opere tra cui lo splendido “Tulipe Sundeae” del 2010.

Il Museo Morandi di Bologna si unisce agli auguri per i cento anni che il grande artista Wayne Thiebaud compirà domenica 15 novembre. Nato nel 1920 a Mesa, in Arizona, Thiebaud è considerato una figura chiave nell’ambito dell’arte contemporanea americana e non solo: suoi lavori sono esposti nelle collezioni di importanti musei come il MoMA e il Whitney Museum of American Art di New York, il San Francisco Museum of Modern Art e l’Art Institute di Chicago.

Wayne Thiebaud
Tulip Sundae, 2010
olio su tela montata su tavola
Courtesy Istituzione Bologna Musei | Museo Morandi
Foto Matteo Monti, 2011

Nel 2011 il Museo Morandi ne ha ospitato la personale Wayne Thiebaud at Museo Morandi curata da Alessia Masi con la collaborazione di Carla Crawford, facendo dialogare i suoi lavori con quelli di Giorgio Morandi. A seguito della mostra l’artista ha generosamente donato al museo e alla città di Bologna otto opere, tra cui lo straordinario dipinto Tulip Sundae del 2010.
Frequentemente associato alla Pop Art, Thiebaud ha però sempre rifiutato di essere inscritto in un movimento artistico, proprio come Morandi. Se ad avvicinarlo apparentemente agli artisti Pop è la scelta dei soggetti dipinti – oggetti simbolo del consumismo quali dolci, caramelle, chewing gum, hot dog, cosmetici, giocattoli – a differenziarlo dai cliché spersonalizzanti e meccanici propri della pittura Pop sono l’assenza di critica così come di celebrazione della cultura americana, la ricerca nella tecnica pittorica, la pennellata lenta, pastosa e materica, l’uso della luce modulata e discreta, l’accurata attenzione verso l’impianto prospettico e gli aspetti formali e geometrici della composizione attraverso i quali fa emergere l’anima degli oggetti. È in particolare questa attenzione verso la disciplina della pittura – parlando di sé si è sempre autodefinito “pittore” più che artista – ad accomunare Thiebaud a Giorgio Morandi e ad altri modelli di riferimento quali Jean-Baptiste-Siméon Chardin ed Edward Hopper.

Wayne Thiebaud

Il generoso omaggio di Wayne Thiebaud al Museo Morandi testimonia la sua ammirazione verso il grande pittore bolognese. Una ammirazione già dichiarata pubblicamente in una celebre intervista pubblicata sul New York Times nel 1981 e testimoniata nell’intervista pubblicata in occasione della mostra bolognese del 2011 di cui riportiamo uno stralcio: “Ci sono tante lezioni da imparare studiando il lavoro di Morandi. Cose che hanno a che fare con questioni delle quali, secondo me, ogni serio pittore dovrebbe avere consapevolezza. Una di queste penso sia la meraviglia dell’intimità e l’amore per lo sguardo prolungato: fissare a lungo ma nello stesso tempo muovere l’occhio per scoprire veramente cosa c’è dietro; e poi ci sono così tante sottigliezze, elementi che possono sembrare una cosa in un momento e un’altra il momento dopo. C’è sempre, in Morandi, quella sensazione di “instabilità”, e nonostante questo un sentimento di totalità dolce, completo. È sempre una gioia poter guardare il suo lavoro, che per noi pittori contiene anche un avvertimento: ci mette in guardia contro la tentazione di eccedere, strafare. Va bene il dramma, ma non il melodramma. Sì, si possono davvero imparare tante cose da lui”.

Patrimonio Siti Unesco: 75 anni di vita. Emilia-Romagna candidata per l’Italia nel 2021

Riceviamo e pubblichiamo
Il 16 novembre ricorrono i 75 anni della fondazione dell’Unesco - Nel 2021 l'Emilia-Romagna rappresenterà l'Italia per le nuove nomine, con la candidatura dei Portici di Bologna - In attesa del verdetto, ci sono 12 luoghi da vedere in Regione, già inseriti nella lista Unesco: Ravenna, Ferrara, Modena, la Foresta integrale di Sasso Fratino (Fc) e poi Parma, Faenza, Cesena, Bologna, l'Appennino Tosco Emiliano, il Parco Regionale del Delta del Po, il Grande Po.

Sono 75 e tutti vissuti in bellezza. Il prossimo 16 novembre ricorrono i 75 anni dalla fondazione dell’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite (oggi la sede è a Parigi) che protegge il patrimonio artistico e paesaggistico mondiale.
In tre quarti di secolo l’Unesco ha riconosciuto 1121 siti in 167 Paesi del mondo. L’Italia e la Cina, con 55 siti, detengono il record di riconoscimenti. La lista italiana si potrebbe allungare grazie all’Emilia-Romagna. Nel 2021 sarà proprio la Regione a rappresentare l’Italia alle prossime nomine, con la candidatura dei Portici di Bologna, un’architettura unica al mondo, nata nel Medioevo per riparare i passanti dalle intemperie. Bologna sarà in lizza assieme ad altri 27 siti internazionali.

Dei 62 km totali di portici bolognesi (fra centro e periferia), ne sono candidati 12 tratti: via Santa Caterina con le sue case colorate, la “poesia” di Piazza Santo Stefano, il monumentale complesso del Barracano, la nobile via Galliera, il portico del Pavaglione e Piazza Maggiore, via Zamboni nel quartiere dell’Università più antica del mondo occidentale, il portico della Certosa, il Portico di San Luca che sale in collina, Piazza Cavour e Farini con i soffitti decorati, i portici di Strada Maggiore, quelli del MamBo (Museo di Arte Moderna di Bologna), nel quartiere Barca, i portici dell’edificio chiamato il Treno.  
In attesa del verdetto, ecco intanto i dodici luoghi, da vedere in Emilia-Romagna, già presenti nella lista mondiale Unesco: Ravenna, Ferrara, Modena, la Foresta integrale di Sasso Fratino (Fc) e poi ancora Parma, Faenza, Cesena, Bologna, l’Appennino Tosco Emiliano, il Parco Regionale del Delta del Po, il Grande Po. In corsa per il riconoscimento ci sono oggi anche la Via Francigena e la Vena del Gesso Romagnola.

Quattro Siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità
Dal 1995 Ferrara, città del Rinascimento, e il Delta del Po
Ferrara fu la prima città in Europa dove si realizzò il sogno umanistico della ‘città ideale’. Il progetto dava la precedenza, invece che alla bellezza dei singoli edifici, all’armonia perfetta e sublime delle prospettive, alla bellezza complessiva dell’intera città. Il centro storico ha l'impianto di "città ideale" rinascimentale, come aveva voluto il Duca Ercole d'Este, che chiamò a corte architetti, matematici e anche astrologi e cabalisti. Dal 1999 il riconoscimento include anche il Parco del Delta del Po, patria del birdwatching, e le Delizie Estensi, circa 30 ville dove gli Este organizzavano feste e vacanze.
1996 Monumenti paleocristiani di Ravenna
Il sito Unesco a Ravenna è composto da otto monumenti paleocristiani e bizantini: la Basilica di San Vitale, il Mausoleo di Galla Placidia, il Mausoleo di Teodorico, la Basilica di Sant'Apollinare Nuovo, Sant'Apollinare in Classe, il Battistero degli Ariani, il Battistero Neoniano e la Cappella di Sant'Andrea. Tutti straordinari. Il mausoleo di Teodorico per esempio, costruito con blocchi di pietra d'Istria, è l'unico esempio superstite di una tomba di un re barbarico di questo periodo. Ravenna è stata anche l’ultimo rifugio di Dante Alighieri che qui è sepolto e di cui nel 2021 si celebreranno i 700 anni dalla morte.
1997 Modena: Cattedrale, Torre Civica e Piazza Grande
Il Duomo, candido e abbagliante, svetta in Piazza Grande. È uno degli esempi più alti del Romanico europeo: colonne, capitelli, bassorilievi, figure di profeti, esseri fantastici. La torre si chiama Ghirlandina per le balaustre che si attorcigliano come “ghirlande”.
2017 Foresta di Sasso Fratino
Circa 800 ettari di foresta, con faggete tra le più antiche d'Europa, di quasi 600 anni di età. È un territorio di altissimo pregio quello di Sasso Fratino, parte del Parco delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, tra Santa Sofia (Fc) e Bagno di Romagna (Fc). Parco Nazionale Foreste Casentinesi.
Gli altri otto riconoscimenti Unesco.
2005 Biblioteca Malatestiana di Cesena (XV secolo) è stata la prima biblioteca civica in Europa, aperta cioè ai cittadini. E’ l'unica biblioteca monastica umanistica al mondo rimasta perfettamente conservata. Dal 2005 è nel Registro della Memoria del MondoCesena Cultura - Malatestiana Antica
2005 Monumento di Pace Unesco: l’Abbazia di Santa Cecilia alla Croara In un’atmosfera mistica, l’Abbazia della Croara, dedicata a Santa Cecilia, si trova appena fuori Bologna, sulle colline di San Lazzaro di Savena. Era parte di un antico convento.
2006 Bologna Città Creative della Musica. Tra il XVII e XIX secolo, Bologna fu meta dei maggiori musicisti: Mozart, Liszt, Farinelli, Rossini e Donizetti. Oggi è culla di tanti artisti e ospita luoghi prestigiosi dedicati alla musica. Home - Bologna Città della Musica.
La Chiusa di Casalecchio di Reno. L'Unesco l’ha dichiarata "Patrimonio messaggero di una cultura di pace a favore dei giovani". La Chiusa è un'opera medievale idraulica. È nel punto, dove il fiume Reno abbandona il suo percorso naturale per entrare, forzata, in pianura. www.parcodellachiusa.it 
2011 MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche, di Faenza, è Testimone Unesco di una cultura di pace. Il Museo (1908) raccoglie circa 60.000 pezzi d’arte. Sono produzioni ceramiche di ogni epoca e da ogni continente: dai reperti archeologici dell’Antica Mesopotamia a quelli dei più grandi artisti contemporanei (Picasso, Matisse, Chagall).
2015 Parma Parma City of Gastronomy: il cuore del gusto parmigiano. È stata nominata dall'Unesco Citta Creativa della Gastronomia. Qui hanno sede l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, Alma, la Scuola di cucina internazionale e un sistema unico di Musei del cibo. Parma è Capitale Italiana della Cultura 2020+2021.
2015 La Riserva MAB Unesco dell’Appennino Tosco Emiliano. Si espande sul crinale dell’Appennino Tosco-Emiliano nei territori di Parma e di Reggio Emilia. L’area ospita il 70% delle specie presenti in totale in Italia, tra cui 122 specie di uccelli, anfibi, rettili, mammiferi e pesci, oltre ad almeno 260 specie di piante acquatiche e terrestri.
2015 la Riserva MAB Unesco del Parco Delta del Po. È la spettacolare zona in cui il Po si divide in tante lingue di acqua, prima di gettarsi in mare. Un paesaggio di dune, lagune, pinete, zone umide salmastre, un’antichissima Salina. Qui vivono indisturbate 360 specie di uccelli, come l’Airone Viola e 10.000 fenicotteri rosa.
2019 Il corso del Fiume Po. Anche l’area Po Grande è ora tra le Riserve MAB Unesco. E’ la zona golenare, fra filari di pioppeti, boschi fluviali, piccole spiagge e borghi padani lungo il corso del Grande Fiume nei territori di Piacenza, Parma e Reggio Emilia.
In cammino per il riconoscimento a Patrimonio Unesco ci sono la Via Francigena, cioè la strada dei pellegrini medievali che andava da Canterbury a Roma attraversando nel suo percorso il Po e l'Emilia-Romagna. E la Vena del Gesso Romagnola, una catena montuosa gessosa, con grotte fra le più grandi d’Europa. La Vena del Gesso insieme ai Gessi Bolognesi e le Evaporiti triassiche del Reggiano sono i tre nuclei della candidatura che la Regione Emilia-Romagna ha presentato a Unesco Italia.

Bologna riscopre la sua centralità nell’arte rinascimentale

Riceviamo e pubblichiamo
Foto di Paolo Righi
Giovedì 29 ottobre 2020 Sky Arte la celebra con un documentario dedicato ai Bentivoglio, studiosi e ricercatori ne discutono in una giornata di studi internazionale.

La Bologna quattrocentesca rappresenta uno dei grandi centri del primo Rinascimento italiano, un crocevia culturale, artistico e intellettuale di livello europeo, grazie alla vivacità sociale ed economica che la caratterizzava e a un ruolo di primo piano nello scenario politico nazionale e internazionale, sotto la guida della magnifica signoria dei Bentivoglio. Tuttavia, nella percezione comune la città rimane legata a un’immagine solo comunale e medievale, e viene messa in ombra dalla vicinanza della Firenze dei Medici, della Ferrara degli Este, della Mantova dei Gonzaga, come se fosse stata una città di secondo piano, quando invece era magnifica quanto le altre e come tale era percepita dai contemporanei” spiega Fabio Roversi-Monaco, Presidente Genus Bononiae.

Musei nella città. Oggi finalmente, partendo dalla mostra “La Riscoperta di un Capolavoro” dedicata al Polittico Griffoni, Bologna ritrova la centralità che le spetta: il 29 ottobre Sky Arte trasmette il documentario in prima visione “I Bentivoglio. Potere e splendore nella Bologna del Rinascimento”, mentre studiosi e ricercatori si riuniscono in una giornata internazionale di studi per confrontarsi sul Polittico Griffoni e l’importanza dell’opera nel contesto dell’arte rinascimentale.
I Bentivoglio. Potere e splendore nella Bologna del Rinascimento” – Documentario, 30’. Realizzato da 3D Produzioni, a cura di Arianna Marelli. Regia di Claudio Poli – In onda giovedì 29 ottobre 2020 ore 20.45, Sky Arte
Signori di fatto a fasi alterne per circa un secolo, dall’inizio del Quattrocento fino alla rovinosa cacciata avvenuta nel 1506, per mano del pontefice Giulio II e degli stessi cittadini, i Bentivoglio furono protagonisti di una stagione unica di potere e splendore artistico a Bologna: nel bellissimo documentario di Sky Arte, prodotto da 3D Produzioni su un’idea di Fabio Roversi-Monaco e Paolo Cova, il racconto dell’ascesa e della cacciata di una dinastia diventa l’occasione  per compiere un percorso tra le architetture e le opere d’arte rinascimentali che ancora impreziosiscono piazze e strade, chiese e musei della città. Punto di partenza è, ancora una volta, il Polittico Griffoni: Francesco del Cossa e Ercole de’ Roberti diventano, infatti, un riferimento per i più importanti artisti della generazione successiva, come Lorenzo Costa e Francesco Francia, di cui a Bologna si trovano tutt’ora i dipinti.

Il viaggio attraverso il tessuto urbano alla ricerca delle tracce dell’età dei Bentivoglio rivela tutta la magnificenza di una stagione unica: dalla splendida architettura del Palazzo del Podestà in Piazza Maggiore ai magnifici dipinti del Francia e di Del Cossa in San Giacomo Maggiore, celebrazione del potere dei Bentivoglio, dalla “Cappella Sistina Bolognese” nell’Oratorio di Santa Cecilia, opera dello stesso Francia assieme a Lorenzo Costa e Amico Aspertini, all’unicità della forza espressiva del Compianto sul Cristo morto di Niccolò dall’Arca, capolavoro d’ineguagliabile bellezza, fino alle prove scultoree nella Basilica di San Domenico di un giovanissimo Michelangelo, il cui stile esce profondamente trasformato dal soggiorno bolognese del 1494. Il documentario accompagna lo spettatore alla scoperta di opere d’arte meravigliose conservate nei musei bolognesi, a partire dal Museo della Storia di Bologna di Palazzo Pepoli e dà voce, con interviste inedite, a studiosi che a questo capitolo della storia bolognese hanno dedicato analisi approfondite: la storica Francesca Roversi-Monaco, lo studioso di letteratura Andrea Severi, e gli storici dell’arte Daniele Benati e Paolo Cova. Il documentario si conclude con la cacciata dei Bentivoglio e la distruzione della loro fastosa dimora, soprannominata Domus Magna per la sua ambiziosa maestosità, e con l’arrivo a Bologna del capolavoro di Raffaello, l’Estasi di Santa Cecilia, che inaugura definitivamente una nuova stagione.

Il documentario è realizzato anche grazie al supporto del Comune di Bologna. “Ringrazio il Presidente Roversi-Monaco per avere ideato questo documentario, un lavoro importante che abbiamo sostenuto – spiega Matteo Lepore, assessore alla Cultura del Comune di Bologna – Attraverso questa produzione torna alla luce un periodo storico di Bologna legato al Rinascimento italiano, un tassello in più per comprendere l’evoluzione culturale della nostra città. Sono certo che questo lavoro sarà visto e valorizzato al meglio anche in futuro, così da permettere a quante più persone la riscoperta di una Bologna al centro della scena artistica e culturale, quale era nell’età dei Bentivoglio”.
Giornata Internazionale di Studi sul Polittico GriffoniGiovedì 29 ottobre h. 9.30 – 18.30
Diretta streaming su https://piattaformaventiventi.genusbononiae.it, previa registrazione alla piattaforma.
Il Polittico Griffoni dei ferraresi del Cossa e de’ Roberti, dipinto tra il 1470 e il 1472 per l’omonima cappella di famiglia nella Basilica di San Petronio e poi smembrato e disperso nel corso del Settecento, è forse la rappresentazione più emblematica della vivacità e della originalità figurativa della città di Bologna nel panorama dell’arte rinascimentale: la presenza fisica delle opere nelle sale di Palazzo Fava ha messo in evidenza l’eccezionale forza espressiva e l’incomparabile perfezione tecnica dei dipinti, che nessuna restituzione fotografica avrebbe mai potuto simulare.

Di fronte al dirompente impatto visivo di questo insieme temporaneamente restituito a Bologna, sono emersi con nuova forza alcuni interrogativi di fondo che hanno coinvolto gli studiosi che partecipano al convegno. Esso si articola attorno a quattro grandi temi:
l’ambiente culturale all’interno del quale ha preso forma la committenza del polittico e la sua realizzazione; l’architettura del retablo e le responsabilità rispettive dei due maestri che lo hanno dipinto (Francesco del Cossa e Ercole de Roberti); la polivalenza degli artisti e le relazioni tra pittori, scultori e intagliatori; le analisi tecniche e i “segreti” della pittura.  La giornata, a cura di Mauro Natale, che della mostra è curatore con la collaborazione dalla professoressa Cecilia Cavalca, vedrà la partecipazione di studiosi illustri e ricercatori più giovani, in un ideale dibattito tra campi di indagine, metodi d’approccio e generazioni diverse.
La sessione del mattino sarà introdotta da Fabio Roversi-Monaco, Presidente di Genus Bononiae  e da Mauro  Natale, e moderata da Emanuela Daffra, Direttore del Polo Museale Regionale della Lombardia; interverranno Adriano Prosperi (Scuola Normale Superiore di Pisa, Emerito), Franco Bacchelli (Università di Bologna), Alessandra Mantovani (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia), Massimo Ferretti (Scuola Normale Superiore di Pisa), Daniele Benati (Università di Bologna) e Vincenzo Farinella (Università di Pisa).
La sessione del pomeriggio sarà moderata da Andrea Bacchi, direttore della Fondazione Federico Zeri e professore dell’Università di Bologna: interverranno Alessandro Serrani (Università di Bologna), Marco Scansani (Scuola Normale Superiore di Pisa), Saida Bondini (Courtauld Institute of Art di Londra – Università di Losanna), Luca Ciancabilla (Università di Bologna, sede di Ravenna), John Delaney (Washington, National Gallery of Art), Ulderico Santamaria (Musei Vaticani) e Gianluca Poldi (Università di Bergamo, Centro Arti Visive).
La giornata verrà trasmessa in diretta streaming su  https://piattaformaventiventi.genusbononiae.it
La partecipazione è gratuita, previa registrazione su piattaforma.

Bologna: Incontro di stelle al Grand Hotel Majestic “già Baglioni”

Riceviamo e pubblichiamo
Lo chef Marcattilii a Bologna insieme a Mometti e Gino Fabbri per una serata speciale. Il prossimo lunedì 26 ottobre, il 5 stelle lusso bolognese si prepara ad accogliere lo chef Valentino Marcattilii del San Domenico di Imola, per un appuntamento in cui le eccellenze dell’Emilia Romagna si alterneranno sotto gli affreschi del ristorante I Carracci. Un evento speciale da vivere al meglio con la proposta di ospitalità ideata per l’occasione.

Al Grand Hotel Majestic “già Baglioni”, lunedì 26 ottobre, si terrà una serata dedicata alle eccellenze dell’Emilia Romagna: il ristorante I Carracci ospiterà Valentino Marcattilii del San Domenico di Imola, due stelle Michelin, locale di grande prestigio che lo chef ha guidato verso il successo internazionale e a cui ha dedicato il suo libro «Il San Domenico, la mia vita», ed. Minerva.

Tra le pagine, scritte insieme al giornalista Mauro Bassini, con la prefazione di Massimo Bottura, emergono, indissolubilmente legate, la storia di Marcattilii e, in parallelo, quella del celeberrimo locale, due stelle Michelin di Imola, creato da Gianluigi Morini.
Il volume è l’ideale proseguimento di “Il San Domenico di Imola.Ricette e segreti di un cuoco tra le stelle”, il libro di Massimiliano Mascia, uscito a dicembre 2018.
La presentazione del libro avverrà alle ore 18.30, interverranno gli autori Valentino Marcattilii e Mauro Bassini. Modererà la presentazione Elisa Azzimondi, direttrice della collana “Ritratti di gusto”, ed. Minerva.

Valentino Marcattilii

L’esclusivo appuntamento, ideato e promosso da Edizioni Minerva, prosegue con un originale menù a 4 mani realizzato da Valentino Marcattilii e dallo chef di casa Cristian Mometti, con la speciale partecipazione del Maestro Pasticcere Gino Fabbri.
Il menù spazia infatti dalle entrées  – pasticcio di fegato d’oca tartufato per il San Domenico, baccalà mantecato con chips di polenta al nero di seppia e cannella per I Carracci – alle code di mazzancolle in crosta di corn flakes, preparate con spinaci al sesamo e mousseline alla soya, del San Domenico.

Cristian Mometti

È sempre Marcattilii a firmare il primo, proponendo la ricetta più iconica del suo ristorante – depositata alla Camera di Commercio – l’uovo in raviolo “San Domenico” in burro di malga, parmigiano dolce e tartufo di stagione. Mometti risponde con l’anatra: il petto, precisamente, con mille foglie di patate al timo, pere allo zafferano e rabarbaro.
Il gran finale riserverà agli ospiti una sorpresa, con la piccola pasticceria del Maestro Pasticcere Gino Fabbri.I vini in abbinamento sono il frutto del lavoro della Famiglia Ceretto di Alba in Piemonte, wine partner dell’evento. 

Durante la serata sarà possibile acquistare e farsi autografare dallo chef il libro «Il San Domenico, la mia vita», in cui l’autore Marcattilii, insieme al giornalista Mauro Bassini, racconta momenti indimenticabili, ritagli di vita, clienti memorabili del celeberrimo locale due stelle Michelin di Imola.
Per concludere, ci sarà la possibilità di pernottare nel 5 stelle lusso con una speciale proposta ideata per vivere al meglio la serata.
Per partecipare alla presentazione del libro delle ore 18.30, inviare mail con nominativi dei partecipanti a: ufficiostampa@minervaedizioni.com
Per prenotare la cena alle ore 20.30, contattare il Ristorante I Carracci: tel. 051225445 – ristorazionecarracci@duetorrihotels.com
Per maggiori informazioni sulla cena e la proposta di pernottamento:
https://grandhotelmajestic.duetorrihotels.com/it/hotel-5-stelle-lusso-bologna-italia/il-san-domenico-la-mia-vita-cena-4-mani

I PROTAGONISTI
VALENTINO MARCATTILII
Formatosi sotto la scuola di Nino Bergese, oggi è Executive Chef e comproprietario del ristorante, due stelle Michelin, San Domenico di Imola. Propone una cucina che unisce grande rispetto per Ia tradizione, freschezza dei prodotti del territorio, rigore e semplicità di preparazione a un’efficiente organizzazione.  Introduce, per la prima volta nella ristorazione italiana, quella idea di “cucina di casa” che fino ad allora era stata custodita entro le spesse mura delle dimore patrizie. Alla fine degli anni 80 partecipa e conduce programmi per BBC e World Class (Channel 4). Nel giugno deI 1988 il ristorante San Domenico apre a New York al 240 di Central Park South. In luglio Brian Miller, critico del New York Times, gli assegna 3 stelle: riconoscimento che non aveva mai dato prima a un ristorante italiano.
CRISTIAN MOMETTI
Diplomato all’Istituto Alberghiero di Treviso nel 1993 sviluppa il suo percorso attraverso collaborazioni per i ristoranti di diverse catene alberghiere italiane e straniere come Exedra di Roma e il New York Palace di Budapest. Specializzatosi poi nella vasocottura, diventata poi ispirazione e sua filosofia in cucina, dal 2018 è Executive chef al ristorante I Carracci del Grand Hotel Majestic “già Baglioni” di Bologna.
GINO FABBRI
Scopre la sua passione per i dolci nella pasticceria del paese di nascita, dove inizia a lavorare fin da adolescente. Nel 1996 entra a far parte dell’Accademia Maestri Pasticceri Italiani, prestigiosa associazione di cui è stato eletto Presidente nel 2011. Nel 2009 è stato eletto dai suoi colleghi Pasticcere dell’anno. Nel 2015 Sigep Rimini lo premia riconoscendogli un ringraziamento speciale come padre della pasticceria italiana, capace di promuovere l’arte dolciaria nel mondo. Sempre nel 2015, in qualità di Presidente del Club de la Coupe du Monde de la Patisserie, accompagna la squadra italiana a Lione conquistando la medaglia d’oro e riportando quindi in Italia la Coppa dopo 18 anni.
MAURO BASSINI
Giornalista bolognese. Dal 1977 lavora per il gruppo "il Resto del Carlino" - "La Nazione" - "Il Giorno". È stato capocronista di Bologna, caporedattore centrale e vicedirettore. Da sempre si interessa di buona tavola e libri antichi. Con Minerva ha pubblicato Nosterchef, Nosterchef 2018 (ampie guide a ristoranti e trattorie di Bologna e provincia), Diana. Bologna è un ristorante e Il San Domenico la mia vita (scritto con lo chef stellato Valentino Marcattilii del ristorante San Domenico di Imola).
IL LIBRO: “IL SAN DOMENICO, LA MIA VITA”
Momenti indimenticabili, ritagli di vita, clienti memorabili: il libro amalgama sapientemente vari ingredienti, restituendo intatta la freschezza e la genuinità di un percorso di vita e professionale unico. Lo chef ha innalzato il ristorante, che quest’anno festeggia i suoi primi 50 anni, ai vertici della cucina internazionale. Questo vero e proprio tempio della cucina emiliano-romagnola, al centro di innumerevoli reportage e interviste, festeggerà attraverso eventi, mostre e cene a quattro mani con alcuni dei più grandi chef italiani ed internazionali.
Edizioni Minerva
Collana:Ritratti
Formato:17 x 24 cm
Pagine:256 + Cop. cartonata
Edizione:Novembre 2019
Illustrazioni:Interamente illustrato, a colori e in BN
WINE PARTNER: CERETTO VINI
Una storia di famiglia. 160 ettari di vigneti di proprietà, 4 cantine, 17 vini prodotti, 150 collaboratori tra vigna, cantina e ufficio, 5.000 clienti tra enoteche e ristoranti in Italia, 60 paesi d’esportazione. Il territorio e le persone sono da sempre i valori guida della Ceretto: la valorizzazione della tipicità delle Langhe e dei suoi vini e il coinvolgimento delle risorse umane che lavorano in azienda sono il fil rouge della filosofia aziendale, da sempre.

Bologna: da FICO gemellaggio Bologna – Valencia dedicato a paella e sangria

Riceviamo e pubblichiamo
Lo sapevi che le città di Bologna e Valencia sono gemellate? Sabato 12 e domenica 13 Settembre sbarca a FICO Eataly World l’unica e inimitabile paella valenciana di carne e di pesce. Ed è quella che potrai gustare solo da FICO, il parco del cibo di Bologna, in partnership con Grandi Riso e il Consorzio della Paella di Valencia.

FICO riparte con la celebrazione del riso, l’alimento presente in tutte le culture del mondo e che può essere cucinato in tantissimi modi diversi.
In questo periodo particolarmente sfidante per due Paesi culturalmente molto affini come l’Italia e la Spagna, è importante ancora di più unire le forze. E dato che andare a Valencia di questi tempi non è facilissimo, Valencia viene a Bologna!
E così nel parco del cibo italiano più grande del mondo, proprio per festeggiare questo bel gemellaggio, sabato 12 Settembre dalle 18.00 alle 23.00 e domenica 13 Settembre dalle 11.00 alle 16.00, sarà possibile avere un assaggio del piatto più conosciuto della gastronomia spagnola, la paella, accompagnato dall’immancabile sangria, bevanda apprezzata e bevuta in tutto il mondo. Un viaggio in collaborazione con i grandi chef valenciani, per regalarti momenti spensierati da condividere con gli amici o la famiglia, in cui potrai:
Assistere alla preparazione tradizionale, all’aperto, della vera e unica paella valenciana, preparata con il riso “Arroz de Valencia D.O.” (tra i più importanti prodotti certificati spagnoli ed essenziale per la buona riuscita del piatto) e le verdure tipiche del piatto, introvabili in Italia, che provengono direttamente dalla Spagna.
Scegliere il tuo piatto tradizionale di paella di carne o di pesce, cucinato nei tipici padelloni.
Mangiare comodamente nel frutteto di FICO.

Gustarti un bicchiere rinfrescante di Sangria Lolea, preparato secondo tradizione fatta con buon vino e ingredienti naturali. Ogni famiglia in Spagna ha la sua ricetta sangria e in Casa Lolea hanno la propria miscela segreta, completamente artigianale, una perfetta combinazione di vino e frutta con un tocco frizzante.
Il gemellaggio di Grandi Riso con il Consorzio di Valencia nasce dal pensiero comune di garantire al consumatore un prodotto autentico e controllato che nasce in un territorio incontaminato. Grandi Riso è una riseria italiana con sede a Codigoro, in provincia di Ferrara, dove il riso viene coltivato in maniera artigianale e dove i chicchi crescono in un terreno ricco di sostanze naturali come lo iodio e i minerali. L’azienda detiene la certificazione IGP per 4 varietà: Carnaroli, Arborio, Baldo e Volano. Il riso Bomba del Consorzio di Valencia si sposa perfettamente con l’idea di utilizzare i giusti ingredienti e la materia prima di qualità per la realizzazione delle pietanze regionali. Come l’originale risotto richiede un riso autentico italiano anche la vera paella richiede la varietà di riso corretta.
Per maggiori informazioni e/oper acquistare subito il tuo pranzo o la tua cena: https://www.eatalyworld.it/it/paella-day

Ma quando e come nasce la paella?
A Valencia, nel Parco Naturale dell’Albufera, si coltiva riso da più di 1200 anni.12 secoli di coltivazione hanno dato vita a un paesaggio unico attorno al riso e una gastronomia molto particolare, la cui protagonista è la paella.
Si sa poco o nulla del momento in cui è nata. Gli arabi introdussero il riso a Valencia nell’VIII secolo ma fino alla fine del XVIII secolo non c'era alcun riferimento scritto alla paella, dato che anche a quei tempi non si presentava come paella ma come riso valenciano.
Una cosa sembra ovvia. Il recipiente ha dato forma al piatto. La paella è un piatto unico perché il riso è cotto in eccesso di liquido ma rimane asciutto una volta finito. Per ottenere ciò è fondamentale cuocerlo nel tipico padellone, che favorisca l'evaporazione del brodo. Si può quindi intuire che sia arrivato prima il contenitore e poi la paella.
In tutta la Spagna, e principalmente a Valencia, è un piatto da festa. Non si cucina la paella il martedì mattina per nutrire i propri figli. È un piatto che i valenciani preparano la domenica, senza fretta e in compagnia dei propri amici. In questi festosi raduni la paella è la protagonista. Tutto ruota intorno a lei. La preparazione della paella è un rito a cui si uniscono tutti gli ospiti che circondano il cuoco e danno il loro parere sul piatto, sorseggiando nel frattempo un bel bicchiere refrigerato di sangria.
Eh sì perché non dobbiamo dimenticarci della sangria, parte integrante della storia e del turismo del paese, soprattutto d'estate, poiché si tratta di una bevanda rinfrescante, sinonimo di spiaggia, sole e un bel bar sulla spiaggia. È la bevanda per eccellenza simbolo di festa e di gioia con gli amici e la famiglia.
Per quanto riguarda la ricetta, in ogni città, in ogni famiglia, ci sono variazioni che la rendono diversa.

Bologna: al MAST “Uniform”, la divisa da lavoro nelle immagini di 44 fotografi

Riceviamo e pubblichiamo
“Uniform into the work / out of the work” è il titolo di una mostra che rimarrà aperta fino al 20 settembre al MAST a Bologna. Esposti oltre 600 scatti di grandi fotografi internazionali che mostrano le molteplici tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali differenti.  Ingresso gratuito su prenotazione. Visitabile anche la mostra monografica del fotografo americano Waled Beshty  “Ritratti industriali”.

È possibile visitare fino al 20 settembre al MAST a Bologna, a ingresso gratuito, la grande esposizione fotografica UNIFORM, riaperta al pubblico lo scorso 4 luglio dopo il periodo di chiusura imposto dall’emergenza sanitaria.

Paolo Pellegrin

UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK, è il progetto espositivo curato da Urs Stahel dedicato alle uniformi da lavoro che, attraverso oltre 600 scatti di grandi fotografi
internazionali, e mostra le molteplici tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali differenti.
Nate per distinguere chi le indossa, le uniformi da un lato mostrano l’appartenenza a una categoria, ad un ordinamento o a un corpo, senza distinzioni di classe e di censo, dall’altro possono evidenziare la separazione dalla collettività di chi le porta. Le parole “uniforme” e “divisa” rivelano, allo stesso tempo, inclusione ed esclusione.

Irving Penn
Les Garçons Bouchers

UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK comprende una mostra collettiva sulle divise da lavoro nelle immagini di 44 fotografi e un’esposizione monografica di Walead Beshty, che raccoglie centinaia di ritratti di addetti ai lavori del mondo dell’arte incontrati dall’artista per i quali l’abbigliamento professionale è segno distintivo, una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme.
La mostra collettiva raccoglie gli scatti di 44 artisti: celebri protagonisti della storia della fotografia tra cui, Manuel Alvarez Bravo, Walker Evans, Arno Fischer, Irving Penn, Herb Ritts, August Sander e fotografi contemporanei come Paola Agosti, Sonja Braas, Song Chao, Clegg & Guttmann, Hans Danuser, Barbara Davatz, Roland Fischer, Andrè Gelpke, Helga Paris, Tobias Kaspar, Herline Koelbl, Paolo Pellegrin, Timm Rautert, Oliver Sieber, Sebastião Salgado, immagini tratte da album di collezionisti sconosciuti e otto contributi video di Marianne Müeller.
In tutto il mondo si distingue ancora oggi tra “colletti blu” e “colletti bianchi”, due espressioni che si sono imposte in molte lingue della società industrializzata. Ispirandosi all’abbigliamento da lavoro, si opera una distinzione tra diverse forme e categorie professionali e poi sociali: da un lato la casacca o la tuta blu degli operai delle fabbriche, dall’altro il colletto bianco quale simbolo del completo giacca e pantaloni, camicia bianca e cravatta di coloro che svolgono funzioni amministrative e direttive.

Ulrich Burchert

La mostra è un viaggio tra le uniformi, che sollecita una riflessione sull’essere e sull’apparire: le casacche da lavoro fotografate da Graciela Iturbide, i grembiuli protagonisti dei “piccoli mestieri” – come li chiama Irving Penn – del pescivendolo e dei macellai, le tute degli scaricatori di carbone nel porto de L’Avana ritratti da Walker Evans, gli abiti dei contadini negli scatti a colori di Albert Tübke, le tute da lavoro delle operaie nelle officine di montaggio della Fiat, a Torino, nelle fotografie di Paola Agosti.
Nelle immagini di Barbara Davatz gli abiti da lavoro dei collaboratori di una piccola fabbrica svizzera si confrontano con le uniformi degli apprendisti del più grande rivenditore di generi alimentari “Migros” della Svizzera fotografati da Marianne Müller, i colletti bianchi di Florian Van Roekel fanno da contrappunto alle tute nere dei minatori nelle foto del cinese Song Chao e alle lavoratrici di una fabbrica di abbigliamento immortalate da Helga Paris.
L’abbigliamento da lavoro comprende anche gli indumenti protettivi, che sono al centro delle immagini sia del messicano Manuel Álvarez Bravo, sia di Hitoshi Tsukiji che si sofferma sui guanti di sicurezza della Toshiba, sia di Sonja Braas, di Hans Danuser e Doug Menuez che si concentrano sulle tute.

L’abito non rispecchia solo la diversa occupazione, né obbedisce esclusivamente alla funzionalità del lavoro, ma indica anche una distinzione di classe e di status come mostra il grande Ritratto di gruppo dei dirigenti di una multinazionale di Clegg & Guttmann dove la luce illumina solo i volti, le mani e i triangoli sfolgoranti formati dai risvolti, dalle camicie bianche e dalle cravatte.
Nei nove ritratti di August Sander, considerato uno dei più famosi ritrattisti del XX secolo, emerge la simbiosi tra persona, professione e ruolo sociale più che l’essenza dei singoli individui.
L’attenzione del fotografo è infatti sulla funzione sociale, piuttosto che estetica della fotografia, con l’intento di costruire un’immagine fedele della propria epoca.
L’esposizione ci guida dall’abbigliamento da lavoro all’uniforme con i sette imponenti ritratti del soldato “Olivier” di Rineke Dijkstra, le uniformi civili delle serie di Timm Rautert, abiti del monaco e della suora fotografati da Roland Fischer fino ad arrivare ai ritratti di Angela Merkel nelle nove fotografie di Herlinde Koelbl, la celebre artista tedesca che ha dedicato un progetto pluriennale, “Traces of Power” alla raffigurazione anno per anno di alcuni dei maggiori leader politici tedeschi, a partire dal 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino.

Weronika Gęsicka

Sebastião Salgado immortala il riposo di un operaio della Safety Boss Company, in Kuwait, impegnato nelle operazioni di spegnimento dei pozzi petroliferi dati alle fiamme dagli iracheni nel 1991 durante la Guerra del Golfo.
Le opere di Olivier Sieber, Andreas Gelpke, Andri Pol, Paolo Pellegrin, Herb Ritts e Weronika Gesicka descrivono la progressiva trasformazione dell’abbigliamento da lavoro e dell’uniforme in stile e moda assieme alla serie “Beauty lies within” di Barbara Davatz che fotografa alcuni commessi di H&M fuori dal contesto lavorativo. Le fotografie dei ricami di Tobias Kaspar, tratti dagli archivi di un produttore tessile svizzero, chiudono idealmente la mostra.
Su grandi monitor otto addetti alla sicurezza in uniforme di servizio, protagonisti di altrettanti video di Marianne Müller, “vigilano” sui visitatori.
WALEAD BESHTY “RITRATTI INDUSTRIALI”
La mostra monografica del fotografo americano WALEAD BESHTYRITRATTI INDUSTRIALI”, allestita nella Gallery/Foyer, raccoglie 364 ritratti, suddivisi in sette gruppi di 52 fotografie ciascuno: artisti, collezionisti, curatori, galleristi, tecnici, altri professionisti, direttori e operatori di istituzioni museali.

Walead Beshty

Sono fotografie di persone con cui l’artista è entrato in contatto nel suo ambiente di lavoro, mentre realizzava la sua arte o preparava le mostre. Nel corso degli ultimi dodici anni Walead Beshty ha fotografato circa 1400 persone con una macchina di piccolo formato e pellicola analogica di 36 mm, per lo più in bianco e nero. Dal totale degli scatti effettuati il fotografo ha scelto un ritratto per ogni singolo soggetto, per la mostra al MAST ne sono stati selezionati 364. L’obiettivo di Walead Behsty, ispirandosi al lavoro di inizi del ‘900 del ritrattista August Sander, non è quello di esprimere l’aspetto, il carattere o la natura della persona fotografata – scopi che il ritratto in studio ha perseguito fin dagli albori della fotografia – ma è quello di rappresentare le persone nel loro ambiente di lavoro (che è anche il suo), la loro funzione e il ruolo professionale che svolgono in seno al mondo e al mercato dell’arte. É da qui che deriva il titolo della sua opera “Industrial Portraits”. “Da un lato in questo titolo possiamo riconoscere il riflesso di una tecnica per certi aspetti standardizzata, dall’altro possiamo dire che i ritratti in mostra e la serie nel suo insieme (1400-1500 elementi in continuo aumento) costituiscono a loro volta una sorta di “ritratto” di una specifica realtà industriale, cioè l’industria dell’arte nel suo complesso. In questo senso, gli “Industrial Portraits” rendono visibili e mettono in evidenza gli attori che si muovono in questo settore che si ritiene tendenzialmente libero da strutture gerarchiche”, spiega il curatore della mostra Urs Stahel.

Walead Beshty Collector

I 364 ritratti di Beshty evidenziano la riluttanza dei protagonisti per l’uniformità dell’abbigliamento professionale. Non bisogna apparire come l’altro, uniformati, omologati. Con il rischio però che questa definizione in negativo si riveli nuovamente, per tutti gli attori che operano in quell’ambiente, un atteggiamento uniformato e standardizzato.
Nonostante lo sforzo con cui ogni singolo individuo ritratto mira a mostrare una presenza e un’immagine unica, personale e originale, i protagonisti pare rimangano dipendenti dal contesto, prigionieri del loro atteggiamento individualistico.

La Fondazione MAST ha messo a punto misure specifiche per il contenimento del virus COVID-19 con l’obiettivo di preservare la salute dei visitatori, del personale e garantire un’esperienza di visita piacevole e rilassante. L’accesso alle aree espositive è contingentato e solo su prenotazione per gruppi di massimo 6 persone accompagnate da un mediatore culturale in una visita secondo percorsi stabiliti.
Per prenotare scrivere a: gallery@fondazionemast.org oppure telefonare al numero 3459317653.
Per approfondire tutte le informazioni utili a pianificare la visita:
https://www.mast.org/visita-in-sicurezza 
Martedì-Domenica ore 10-19. Ingresso gratuito solo su prenotazione.
MAST- via Speranza 42, Bologna - www.mast.org