Il potere del tempo

di Jacopo Scafaro
Vi proponiamo una riflessione sul “potere del tempo” scritta dal nostro redattore Jacopo Scafaro.

TEMPO.
BELLO.
BRUTTO.
INESORABILE.
Se noi avessimo il potere di for tornare indietro il tempo, cosa cambieremmo?
Quanti di noi, si sono posti codesto quesito, in modo particolare nell’ultimo anno?
In questo lungo periodo abbiamo avuto tutti molto tempo per fermarci a ricordare e si sa, farlo può essere un’impresa insidiosa.
Si ricorda poco e male, si colmano i buchi neri degli anni, mescolando rari frammenti autentici a molte invenzioni, pescate nel repertorio di banalità acquisite (tipo situazioni tratte fa film, libri o altro).

Ci raccontiamo la vita, la nostra, e la raccontiamo cercando di renderla la più interessante possibile, per apparire a chi ci ascolta “interessante”.
VIVERE.
ESISTERE.
SOPRAVVIVERE:
SORRIDERE.

Viviamo di provvisorio questa “nuova nostra vita”, che ci ha fatto capire un semplice concetto: siamo tutti giustamente e fottutamente uguali e mortali.
Il tempo purtroppo corre inesorabilmente, tocca a noi capire se inseguirlo o restare impassibili a guardarlo.
Il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo ed in questo ultimo anno ce ne siamo purtroppo resi conto in prima persona.

TEMPO.
IMPREVEDIBILE.
INNARRESTABILE.
IMPRENDIBILE
.
In conclusione, il Tempo è importante, anche se molto spesso non riusciamo a comprenderlo.
Ma perché è così fondamentale?
Perché dobbiamo usare al meglio il TEMPO che ci viene concesso, invece di stare a lamentarci del poco che si ha.
Riuscire a fare ciò è la chiave per fare tanta strada, godendosi appieno questo viaggio così significativo, che è la vita.

Diamo voce al profondamente vero e Buona Pasqua!

di Giulia Quaranta Provenzano
Con l’augurio di riuscire tutti finalmente a dare fiato e seguito ai propri desideri, che sia oggi l’inizio di un “passaggio” al più autentico essere. Che sia oggi un’autentica Pasqua di resurrezione! A seguire una breve riflessione.

Pasqua, che etimologicamente significa “passaggio”, è la festa più importante per gli ebrei e poi per i cristiani (la Pasqua è il culmine del Triduo pasquale, centro e cuore di tutto l’anno liturgico). Tale vocabolo che – deriva dal greco pascha, che a sua volta deriva dall’aramaico pasah – indica infatti l’andare oltre. Ed ecco allora che non riesco a non domandarmi quante volte rimaniamo immobili, come anestetizzati dalle convenzioni, dall’insicurezza, dall’apparente convenienza, dalle paure che hanno però invero sempre ad ombelico una codardia e fragilità a cui mi sembra tuttavia doveroso risponde in prima persona perché anche semplicemente l’accontentarsi, passivi, in fin dei conti dipende da un personale volere per eccesso o difetto… E, inoltre, siamo davvero capaci o lo desideriamo veramente esprimere ciò che in un per la maggiore potenziale, abbozzo, siamo e sentiamo nell’imo?

Ma tornando ora e di nuovo un poco alla storia, presso gli ebrei la Pasqua (Pesach) era in origine legata all’attività agricola: era la festa della raccolta dei primissimi frutti della campagna, a cominciare dal frumento. In seguito la Pasqua divenne la celebrazione annuale della liberazione degli ebrei dalla schiavitù, ricordo della fuga dall’Egitto, del passaggio attraverso il Mar Rosso e del fatto che con il sangue degli agnelli si fossero dipinti gli stipiti delle porte in modo tale che l’angelo sterminatore – cfr. la Bibbia, passando presso quelle case, risparmiasse i primogeniti (a differenza di quelli egiziani, primogeniti “sia fra le genti che tra il bestiame”). Ancora oggi, la cena pasquale ebraica prevede cibi amari in memoria dell’amarezza proprio della schiavitù.

Per celebrare la Pasqua, gli israeliti al tempo di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme. Anche lui vi si recava e la sua morte avvenne, non per nulla, in occasione della pasqua ebraica. Egli, per i cristiani, è l’agnello pasquale che risparmia dalla morte, il pane nuovo che rende nuovi – come da 1Cor 5,7-8. È da ricordare non di meno che la datazione della Pasqua, nel mondo cristiano, fu motivo di gravi controversie fra le Chiese d’Oriente e d’Occidente. La prima era composta da ebrei convertiti e la celebrava subito dopo la pasqua ebraica ovverosia nella sera della luna piena, il 14 Nisan, primo mese dell’anno ebraico. Solo con il Concilio di Nicea si ottenne che fosse celebrata nello stesso giorno in tutta la cristianità, adottando il rito Occidentale e vale a dire nella domenica che seguiva il plenilunio di primavera. Oggi la celebrazione cade tra il 22 marzo e il 25 aprile tanto da essere denominata Pasqua bassa o alta, a seconda del periodo in cui capita.

Festa mobile dunque, questa, dacché – vale la pena ripeterlo – è mobile la sua data che dipende appunto dal plenilunio di primavera. E a proposito di primavera, prima di salutarci desidero sinceramente omaggiarvi simbolicamente di un uovo prezioso, ossia del più dolce uovo invito e simbolo della vita, di quella vita alla quale avete sempre sorriso pensandola in mezzo a, spero, ormai sol più lacrime passeggere dello ieri. 

Nascosti dietro una maschera

di Antonio Scafaro
Oggi ospitiamo una interessante e attuale riflessione che ci propone Antonio Scafaro.

CUCÙ SETTETE: alzi la mano chi tra di voi lettori, genitori e poi nonni, non ha mai giocato, con figli e nipoti, a questo famoso e arcaico nascondino.
Tutti noi, crescendo, abbiamo continuato questo gioco dell’apparire e dell’essere, da adolescenti e da adulti, con la millenaria tradizione del Carnevale, dove le maschere assopiscono l’io per esplodere in finzioni di apparenza.
Il Carnevale, nato come rito pagano di trasgressione degli obblighi sociali per un giorno all’anno, fu adottato dal cristianesimo per festeggiare gli ultimi giorni prima della preparazione alla quaresima.

In questi tre giorni è in uso travestirsi e soprattutto nascondere il viso dietro maschere. Da sempre il comportamento umano è stato influenzato e manipolato dal giudizio della società, dal come si pensa che gli altri ci vorrebbero.
Oggigiorno, con la pubblicità che condiziona la nostra esistenza a favore del consumismo, tanti si vedono costretti a indossare una maschera per apparire come credono che la società li voglia, la vita dunque, viene vissuta in funzione dell’accettazione degli altri, l’io è sopito a favore di una mente che guarda all’immagine che non deve urtare contro i pregiudizi della società.

Nel giorno di carnevale la maschera parvente lascia finalmente il posto a un’apparenza posticcia, ci si traveste per nostalgia storica, per goliardia, per emulazione di personaggi famosi, per amore di altre culture  o per quello che forse si vorrebbe essere:la meretrice da angelo, il ricco da povero, il povero da signore.
I pudori finalmente vengono anestetizzati, per regalare libertà alla natura primordiale di ognuno di noi.
Il giudizio degli altri quindi, vincola negativamente la nostra esistenza, facendoci vivere un non essere.
Comportiamoci dunque come se fosse carnevale tutto l’anno, liberi da assurdi vincoli estetici e di parvenza, liberi dalla visione altrui e liberi anche di indossare una maschera, se questo aiuta a donarci serenità.

Riflessioni nell’ora dell’allarme bomba ad Imperia

di Giulia Quaranta Provenzano
Ieri, mercoledì 10 febbraio, la nostra collaboratrice Giulia Quaranta Provenzano era nell’Agenzia dove svolge la professione di consulente assicurativa quando è scattato l’allarme bomba sotto l’ufficio in cui lavora,ad Imperia. Ecco, a seguire, le sue riflessioni a tal proposito.

Erano circa le ore 14:00 – di mercoledì 10 febbraio – quando mi sono resa conto che avevano chiuso temporaneamente Via Berio, ad Imperia, per un allarme bomba. Al civico n. 22 vi è l’Agenzia assicurativa per la quale lavoro e, appunto ieri pomeriggio, mi trovavo proprio in ufficio a quell’ora. Debbo ammettere tuttavia, benché apparirà folle ed impossibile, che non ho avuto timore un solo istante. Il perché più profondo di questa mia mancanza di paura (anche nella vita quotidiana, in generale), questa mia impassibilità ed incapacità di essere scossa da alcun tremore, non l’ho mai indagato veramente a fondo nelle sue ragioni prime ma quel che è certo è che il senso di panico è la reazione che meno mi appartiene da quando ho memoria

Ho sempre ripetuto che non temo la morte, ma semmai di soffrire (e di far soffrire), ed effettivamente alla prova dei fatti è così …è piuttosto la vita che mi fa tremare i polsi dacché insopportabile è per me soltanto il trascinarsi in un’esistenza che, per quel che mi riguarda, ad oggi mi snatura e nella quale mi trovo costretta in abiti che mi vanno stretti e non in alcun modo posso allargare o io “dimagrire”.
Ricordo che vari e non pochi sono stati gli episodi nei quali l’Ultima Signora mi ha sfiorato, eppure evidentemente ero destinata ad altro ancora: a cosa invero, però? Io vorrei semplicemente potermi guadagnare da vivere scrivendo, fotografando, posando, organizzando eventi ed occupandomi d’Arte, di Cultura, di Spettacolo e non di meno nessuno ha mai investito nella sottoscritta spendendosi per me… ché dare ad oltranza, per una “matta” quale la sottoscritta, non significa farlo ricevendo una controparte. E alla fine credo che non sia poi tanto giusto, soprattutto poiché potrebbe essere scambiato per reputarsi mente, mani e cuore di poco valore… il rispetto, invece, bisogna esigerlo – il rispetto e quella gratificazione ad onorare il proprio tempo, investito, la propria competenza e il proprio spendere il bene di maggior pregio, ed inevitabilmente ad esaurimento, che non si traduca in una “patta sulla spalla” dal momento che fintanto che per la sussistenza materiale ci si deve dedicare per lo più ad altro che non sia il proprio talento mai lo si potrà sviluppare appieno e questo è uno spreco da galera.

Non inizierò adesso con la retorica del carpe diem che la vita è un soffio e simili luoghi comuni. Le parole stanno a zero se non sono seguite dalle azioni.
Ed infine, di nuovo, l’azione ha mostrato una Giulia che non mente, una trentunenne sprezzante del pericolo, dacché non è l’illusoria sicurezza e stabilità che mi interessa quanto essere io stessa veicolo del dove mi voglio timonare – che sia a scattare una foto, a testimonianza della valigia posta sulla cabina telefonica senza sapere prima che non vi era dentro un ordigno esplosivo ma i vestiti di un clochard, per voi lettori o in qualsiasi altro centimetro della Terra.     

Essere nonni… l’archivio degli affetti

Visualizza articoli

di Donatella Pinna
Ospitiamo una bellissima e sentita riflessione di Donatella Pinna sull’essere nonni, una riflessione che scaturisce dal fatto di essere diventata nonna da pochi mesi.

Gli inglesi li chiamano “Grandparents”, grandi genitori, lo stesso termine lo usano i tedeschi: GroSeltern.
In Italia li chiamiamo NONNI.

Sono appunto dei genitori, ma con un qualcosa in più, sono un binomio di amore, è l’amore per i figli a cui si somma l’amore per i nipoti.
Sono diventata nonna da pochi mesi e dal primo attimo che ho visto il suo visino, le sue minuscole mani, i suoi occhi puri, ho capito cosa intendessero coloro che mi dicevano “vedrai sarà un affetto speciale quello che proverai per i nipoti”.
È un amore profondo, quasi irrazionale, sarà la maturità degli anni o forse sarà la sovrapposizione di affetti, da madre a nonna, che mi fa sentire l’amore per la mia nipotina un sentimento viscerale.
I nonni sono le radici di ogni famiglia, sono il legame con il passato, l’archivio degli affetti.

L’esperienza, la maturità, sono la biblioteca della vita che ogni nonno trasmette ai suoi nipoti, i loro consigli scaturiscono da esperienze vissute con i propri figli ed è per questo motivo che riescono a comprendere le problematiche dei giovani. Non si impara a fare i nonni, non esistono scuole di specializzazioni, si impara giorno per giorno, non si può neppure fare riferimento ai nostri nonni, a quando eravamo noi nipoti, sono cambiate troppe cose, la società è cambiata, la vita stessa ha assunto altri ritmi.
I nonni di oggi sono più longevi dei loro predecessori, sono più attivi, hanno più vigore e quindi un approccio molto simile a quello dei genitori, ma con più esperienza e più pazienza.

Non ho potuto ancora assaporare la vita da nonna, per adesso posso riversare solo tanto amore alla mia nipotina e di riflesso ai suoi genitori, quello che però posso sostenere con certezza è che, finché il Signore mi darà la forza, io porterò per mano la mia nipotina sulla strada della vita, il mio amore l’aiuterà a superare gli ostacoli della vita, la consolerò quando piangerà, con lei riderò, saremo amiche, confidenti, andremo a teatro, al cinema, ci tufferemo nelle onde del mare, insieme assaporeremo i profumi della montagna, gli insegnerò il rispetto per il prossimo e l’amore per gli animali.
Cara nipotina, i tuoi genitori ti aiuteranno a crescere, io invece spero di poterti accompagnare a scoprire la vita.

#stopalrazzismo: “bisogna cambiare mentalità”

di Massimo Zappia
Ospitiamo una profonda riflessione sul razzismo di Massimo Zappia, il giovane studente che da alcuni mesi collabora con la nostra rivista.

Ciao a tutti, l’argomento di cui voglio parlare nell’articolo di oggi è il Razzismo.

Il Razzismo al giorno d’oggi, molto sviluppato in gran parte del mondo, è una parola bruttissima da pronunciare, secondo me dovrebbe scomparire proprio dai vocabolari in circolazione.
Dobbiamo partire dal presupposto che nel mondo siamo tutti uguali: bianchi, neri, gialli non ci devono essere pensieri su altre persone di diversi colori.
Le persone che migrano in altri paesi, è perché dove stavano loro ci sono tantissimi problemi tra cui la guerra, ed è per questo che devono essere aiutati, perché davanti ai loro occhi ci sono tantissimi dispiaceri, sofferenze…
Anche per loro, secondo me, è un dispiacere lasciare il proprio paese, lontani dalle loro case, dagli amici, dalle persone più strette.

Quindi, quando queste persone o bambini si mettono in viaggio da soli, dobbiamo essere i primi ad aiutarli, e non a essere razzisti nei loro confronti perché non ci hanno fatto niente, e non ci faranno niente.
Quando sentiamo al telegiornale che sono sfruttati per 12/14 ore al giorno a lavorare, sotto il sole d’estate, senza mangiare, senza essere dissetati e per essere sottopagati tantissimo dopo aversi fatto quelle 12/14 ore e una cosa disonesta.
Solo che qua in Italia esiste questa mentalità stupida, che essendo di un altro colore allora bisogna trattarli male, ma non deve essere così, si deve cambiare mentalità e aggiornarsi perché se si continua così non si sa dove andremo a finire.
Queste persone devono essere aiutate, non essere maltrattate quindi: #stopalrazzismo#

Matteo, Marco e Antonio: un ritratto di “eroi”

di Roberta Pelizer

È passato un anno e due mesi dalla tragedia che ha stroncato la vita a tre vigili del fuoco e ha sconvolto quella di tre famiglie. Roberta Pelizer, direttore editoriale della rivista, propone una sua personale riflessione nel giorno in cui le tre vittime sono ritornate al centro della cronaca per degli aspetti che toccano la sfera privata delle tre famiglie.

Un eroe è un essere umano che onoriamo per il suo impegno e la dedizione verso altri essere umani”.
L’eroe è sempre stata una figura presente nelle favole, racconti che fin da piccoli ci hanno accompagnati.
Anche nell’attualità gli eroi o, meglio, le figure eroiche sono ancora presenti, ma, forse, poco valorizzate e apprezzate, eppure abbiamo tutti bisogno di esempi di figure positive di riferimento, per crescere nel bene, maturare e fortificarci.

Matteo, Marco e Antonio, i tre Vigili del Fuoco morti un’anno fa, sono e rimarranno gli eroi, gli Angeli contemporanei che non dimenticheremo mai.
Se per un attimo ci soffermiamo a riflettere sulla figura dell’eroe, arriviamo alla conclusione che questo può essere un uomo comune, come tanti altri, nel quale però il senso civico è profondamente sentito e lo spinge a sacrificarsi per il bene collettivo rinunciando anche alla vita stessa.

Gli eroi non si arrendono mai”.
I tre ragazzi hanno perso la vita per svolgere il loro lavoro, hanno perso la vita per cercare (ignari della subdola cattiveria mentale delle persone) di salvare altre vite.

Gli eroi combattono anche per gli altri”.
La questione venuta a galla negli ultimi giorni riguardante la loro sfera privata, non sarà discussione in questo mio breve articolo perché, commettere errori fa parte dell’esistenza.

D’altra parte non esiste la perfezione.
E poi, nella vita, ciò che aiuta a essere migliori, non è certo il non commettere errori.
Il coraggio non fa distinzioni, non penso che loro volevano essere degli eroi, erano solamente delle persone che hanno avuto il coraggio di affrontare il proprio “cammino”.
La loro esperienza, il loro ricordo permetteranno a molti di crescere e di migliorare il loro modo di guardare il mondo.

Gli eroi fanno sacrifici”.
Tante volte ho capito che nella vita c’è sempre qualcuno che può avere bisogno di noi.
Quello accaduto in queste ore è una mancanza di umanità, è non accorgersi della sofferenza altrui, è vivere nell’egoismo verso tre ragazzi che hanno posto davanti alla loro felicità e quella della loro famiglia, il loro lavoro, la dedizione a cercare di salvare qualcun altro.
Coraggio, sacrificio, compassione, umanità, sono i tratti di un eroe”.
E noi non vi dimenticheremo mai e lotteremo ogni giorno per far vivere il ricordo e il sacrificio che avete compiuto.

2021: riflessione su un anno che inizia

di Massimo Zappia
Il giovanissimo Massimo Zappia ci propone una riflessione su questo 2021 che inizia tra tante difficoltà e su come vede il prossimo futuro.

Ciao a tutti, dopo aver passato un 2020 non facile per tutti quanti, con diverse restrizioni da parte del governo, dobbiamo essere pronti ad affrontare questo nuovo anno più forti di prima.
In questo 2021 si presuppone la riapertura delle scuole, ma a dir la verità io sono un po’ contrario a questa riapertura così in fretta, dopo aver passato un anno veramente tragico.
Perché sulle scuole non tutti rispettano le regole come dovrebbero, si sta ammucchiati, gli abbracci, i saluti con la mano sono tutti un insieme che fanno la differenza e a causa di questo ci ritroveremo, spero di no, di nuovo a chiuderci in casa e a non uscire completamente come nella prima ondata.
A mio parere la cosa più logica da fare, visto che siamo quasi a metà gennaio è di finire ormai questo anno scolastico in didattica a distanza.

So benissimo che non è facile per tutti neanche per me, stare dietro a un computer per 6 ore giornaliere è si deve anche capire le lezioni che si fanno, però l’unico modo più sicuro e affidabile, per non salire con la curva dei contagi è questo.
Con tutte le riaperture in fretta cioè di: negozi, palestre, scuole, bar e ristoranti andremo tutti ammucchiati e quindi con una risalita di contagi in una maniera molto veloce; la situazione più adatta sarebbe quella di una riapertura graduale molto lenta, so che non e facile però sarebbe l’unico modo.
Il desiderio più grande per tutti noi, è quello di eliminare il virus che è da un anno che combattiamo in guerra contro questo nemico invisibile, e soprattutto di ritornare alla normalità di tutti i giorni come prima, che tra un po’ se continuiamo così c’è la scordiamo.
Speriamo che il vaccino Anti-Covid porti i suoi frutti a galla è che tutti lo facciano in maniera consapevole.
Un saluto a tutti.

Giulia Quaranta Provenzano: Io Don Chisciotte della Mancia? Può darsi, ma…

di Giulia Quaranta Provenzano
Pubblichiamo oggi una interessante riflessione che ci ha inviato Giulia Quaranta Provenzano. Un parallelismo con Don Chisciotte e la sua lotta conto i mulini a vento.

A qualche giorno dall’ingresso nel nuovo anno, mi sono chiesta ancora una volta che direzione io voglia dare alla mia vita…e ancora una volta, mi ritrovo combattuta tra il più severo pragmatismo – senza, tuttavia, vestirmi mai di un atteggiamento volto ad ottenere alcunché in modo spregiudicato – e una quasi chimerica passione esagerata per l’Arte, la Cultura, lo Spettacolo, incurante del concreto, dei difficilmente travalicabili dati di fatto. Dunque?
Quindi sorrido della mia follia, delle mie antitesi e delle mie contraddizioni, in una danza del petto che quando si trova di fronte ad uno schermo, ad un pezzo di carta, vede una penna o la macchina fotografica appoggiata sulla scrivania ne è talmente attratto da abbandonare ogni insistente criterio di, razionale, giudizio della mente per venir risucchiato nel solo universo in cui mi senta al sicuro.

Nel quale mi sento bene, che alimenta ciò di cui il mio cuore ha bisogno per continuare a battere: credere che tutto sia ancora, sempre, possibile!
Ciò che voglio dire è che mi rendo conto di come e di quanto il motto “lottare contro i mulini a vento” spesso mi si addica a pennello, eppure non riesco a credere che la mia sia soltanto una lotta contro una causa persa similmente a quel che accadde all’hidalgo Don Alonso Quijano, nobile della regione spagnola della Mancia il quale – accanito lettore di romanzi cavallereschi – nutrì un amore per queste narrazioni tanto grande da non riuscire più a distinguere la realtà dalle storie lette. Non voglio pensare ovvero che la mia dedizione appassionata alla fotografia, alla poesia, alla recitazione, al giornalismo sia soltanto un cavalluccio di poco conto,  Ronzinante d’una Don Chisciotte del 2021.
Certo non sono così fuori dal mondo (che eppure non stimo) da non capire che salvare un poco d’amor proprio dall’indifferenza dei tanti, che percuotono l’umana fiducia di chi si sottrae alla zuffa del chi concede di più – che è all’ordine del giorno, esige una fermezza eroica.

Non sono così fuori dal mondo (che eppure schifo) da non capire che oggi tutto è sotto la morsa di standard che prendono a bastonate l’unicità e l’impegno dell’essere veri, genuini, spontanei senza calcolo alcuno ma sol per il piacere della serenità.
Ovvio, se sono di continuo qui che scrivo è perché non mi lascio facilmente fermare e dopo ogni sberla riparto fedele nei propositi, scagliandomi appunto per la maggiore contro giganteschi mulini a vento. Mostri, questi, che l’inconscio forse somatizzerà fino, un giorno all’improvviso, farmi desistere da qualsiasi ulteriore passo e crollare, e allora la ragione restituirà tutti gli sforzi compiuti ricoperti di ridicolo ma non è questo ancora il giorno per tale odierna “cavaliere dalla triste figura”.

Oggi, per me, essere oggetto delle beffe che certamente non mancano né mancheranno presto, non ha alcun valore se non fungere da crediti allo specchio del divenire, crediti di fronte a quei buchi neri che si alimentano proprio ed altresì della mancanza di fede, della pochezza di spirito e malignità altrui. Chissà se arriverà il tempo in cui una rivoluzione dell’animo mi porterà ad ubbidire a qualche superiore vincitore dell’esanime volontà. Spero di no e che non alcuna febbre, a caccia d’una postuma sanità, giunga ad affermare «Orbene, a tutto c’è rimedio meno che alla morte, sotto il giogo della quale tutti si deve passare, per quanto, quando la vita finisce, ci dispiaccia» senza prima riconoscermi GQP al di là d’ogni tempo e luogo – ché l’attuale non ha scadenza laddove ogni apparente stranezza s’incarna nell’Arte qual irreprensibile amare, amare che abbatte ogni limite posto fra realtà e finzione.

Il 2020, un anno speciale: ci ha travolti, sconvolti e cambiati immensamente

di Daniela Miniace
Lo smart working e tanto altro… in una interessante riflessione.

Da un anno e mezzo viviamo ad Arese, anche nota come la Beverly Hills di Milano e una volta sede dell’Alfa Romeo di cui oggi resta soltanto il museo. Probabilmente molti di voi l’avranno sentita nominare poichè ospita ‘il Centro’, che dicono sia il più grande centro commerciale d’Europa e devo ammettere che è davvero notevole.

D’altronde non potevo che finire qui: cittadina immersa nel verde, rotonde, villette, piste ciclabili ovunque e centro commerciale a 5 minuti: un sogno!
Prima di arrivare ad Arese, dal 2010 vivevamo a Collecchio, a Parma. Spesso dico che Collecchio sia la mia casa ‘da grande’ ovvero il posto che abbiamo scelto per comprare casa, crescere professionalmente e fare un figlio.  E ho avuto il coraggio di lasciarla, non so ancora bene come, o meglio lo so, poiché la mia ambizione professionale ha prevalso su ogni cosa.
Ed ecco perché, il mio compagno, mio figlio ed io nel giugno del 2019 ci siamo trasferiti a nord di Milano, ad Arese, fuori dalla città, come piace a noi.
Vorrei condividere con voi le riflessioni di questi ultimi mesi.
Il 2020 è un anno speciale, mi piace definirlo così in quanto ci ha travolti, sconvolti e cambiati immensamente.

A febbraio le aziende sono state costrette a chiudere gli uffici da un giorno all’altro chiedendo alle proprie persone di lavorare da casa e smettendo di viaggiare. Ecco, in Italia lo smartworking, o remote working (in quanto lo smartkworking credo sia  ben diverso) era per molti un concetto estremamente lontano e poco comprensibile, a volte presente in maniera limitata o sotto forma di progetti pilota che consentivano il lavoro da casa per qualche giornata al mese; per non parlare di quanto la cultura di molte aziende non fosse assolutamente pronta.  
Costretti dalla situazione, abbiamo imparato a vivere in un modo e in un mondo tutto nuovo, dalla gestione dei team e delle persone, il lavoro stesso, le relazioni con i colleghi e anche con gli amici. Sono ‘esplosi’ gli strumenti di collaborazione come Teams e Zoom che hanno trovato uno spazio che non avevano forse immaginato prima dei prossimi 5 anni. Il vecchio skype for business è andato in pensione, così come i pc fissi e le postazioni di lavoro. La domanda è: ma tornerà mai tutto come prima? Finito il covid, torneremo alle nostre scrivanie in ufficio esattamente come eravamo abituati da sempre?  E il quesito più importante è: lo vogliamo davvero?

Oppure questa esperienza ci ha profondamente cambiati in pochissimo tempo (alla faccia di tutte le teorie del change management….) e abbiamo scoperto un nuovo modo di vivere e lavorare? 
Non che sia tutto rose e fiori, non fraintendetemi.
Soffro molto la lontananza dagli amici e dai colleghi e anche la costrizione dello stare chiusi in casa dal lunedì al venerdì e weekend incluso. E proprio poco fa condividevo con una collega quanto grande sia in questi giorni il desiderio di poterci tutti vedere alla festa aziendale di Natale per far due chiacchiere informali in compagnia, bere un bicchiere di vino e ‘scatenarci sulle piste da ballo’.
La spensieratezza di questi momenti manca davvero.

Quando il covid deciderà di salutarci, e mi auguro presto, sarà fondamentale riprenderci le nostre vite e consolidare tutto ciò che di buono abbiamo imparato da questa esperienza e una qualsiasi Daniela che vivrà a Parma o in qualsiasi altro posto potrà restare nella sua città pur lavorando per un’azienda con sede a Milano. Questo grazie alle nuove policy di smart working (questa volta dico SMART working) e grazie a ad una evoluta e più moderna cultura aziendale che forse solo una pandemia poteva accelerare in questo modo.
Ho attaccato al frigo un post.it con un cuore e con la scritta Collecchio 2021…!