Indecifrabili emozioni

di Jacopo Scafaro 
Il nostro caporedattore ci propone un introspettiva sull’emozioni interiori di ognuno di noi. 

Come è strano il cuore di un uomo, così avviluppato in una matassa di emozioni confuse, difficile da districare, da sciogliere. Fatto di tanti microscopici nodi complessi, come quelli che si formano ai fili delle collane, impossibili, senza soluzione apparente, che al massimo ti puoi rigirare tra le dita.

Mi sfugge un sorriso che avrei voluto contenere.

Verso dell’altro caffè nella tazza e contemplo il paesaggio fuori dalla finestra. I raggi del sole si fanno largo tra le piante piantate in giardino. Provo a distrarmi, guardo verso il parcheggio. Vedo il giardiniere di fronte a casa che abbevera le piante.

Chissà se questa mattina riceverà il suo compenso e riuscirà a calmare le ansie di sua moglie, afflitta dalle spese che sembrano moltiplicarsi. Chissà se al posto delle cesoie, si immaginava una ventiquattro ore, se in tempi più leggeri, sognava una vita migliore, una casa più grande, un cane, un‘auto sportiva, invece queste siepi son tutto ciò che ha.

Non riesco a fare a meno di pensarci. Rido un po’ di mo stesso.

Non dovrei affatto pensarci.

Bevo il mio caffè, mi ustiono il labbro inferiore.

Sento il vapore che sgorga dalla tazza e mi accarezza il viso, un’alitata calda, come quella che precede un bacio.

Sorrido.

L’odore del caffè invade la stanza. Da questa mattina, un pensiero mi tormenta e come un’emicrania rimbomba nella mente. Penso che, in fondo, sarebbe più semplice se potessi scambiare, come il doppione di una figurina, il mio cuore con quello di altri.

Non sono mai stato un tipo di molte pretese, mi accontenterei di un cuore qualunque, purché diverso dal mio. Se potessi scegliere, di certo vorrei un cuore libero, gioioso, spensierato, leggero. Un cuore piumato. Di quelli che se ci piove addosso, scivola tutto. Di quel modello che, se cade, danza sospeso nell’aria per un po’, si fa ammirare ed atterra con maestria. Di quel modello che non si spezza mai.

Sorseggio il caffè, è un po’ amaro – come i pensieri che mi infestano e sento appiccicati addosso – ma si è freddato abbastanza da poterlo bere senza ustionarmi. Avverto in lontananza il gracchiare di uno stormo di cornacchie, ricorda un coro di risate. Forse vogliono prendersi gioco di me, dei miei pensieri e del mio destino.

Invidio le loro risate. Indosserei il loro cuore.

Mando giù tutto d’un sorso e poso la tazza nel lavello. La laverò più tardi. O magari dopo pranzo, insieme alle altre stoviglie.

Insieme alla mia coscienza.

Mi guardo intorno alla ricerca di un diversivo. La cornice in argento sulla credenza intarsiata mi cattura. Risplende nell’ombra della stanza. Le due figure immortalate sorridono, lo faranno per sempre.

Sembrano divertirsi. Sembrano complici. In quello scatto, lo saranno per sempre.

Come sono strani i legami, quel groviglio di intrecci e nodi che si instaura tra la gente, quella matassa che imprigiona il cuore. Uno scarabocchio che sembra disegnato da un bambino impertinente, che mischia e attorciglia colori differenti, per puro divertimento.

Come è strano il cuore di un uomo. E’ il risultato di un pasticcio, un disegno indecifrabile, una rete vischiosa di fili colorati a cui si appiccicano, come insetti, volti, sorrisi e sguardi, e non c’è verso di liberarli. Guardo la fotografia e sorrido. Ho il cuore che è una trappola. Sono un bracconiere, un cacciatore, pronto a piazzare l’esca, bramoso di catturare la preda di turno.

Le cornacchie gracchiano con più intensità.

Si illumina lo schermo. Parole.

Così piene. Così vuote.

Come è strano il cuore di un uomo quando è abituato alle parole, quando è assuefatto e non ci crede più. Quando le ama alla follia e ne teme il significato.

Ripenso al potere delle parole che imbroglia i nodi al cuore.

Ai sensi di colpa.

Alla paura.

All’inadeguatezza.

All’insensatezza di essere e alla voglia di essere parte.

Alla verità.

Alla menzogna.

Alla confusione che si manifesta in un’ondata di frasi dette per non pensare.

All’incertezza.

Alla certezza dell’incerto.

Alla fragilità.

Parole. Cura di tutti i mali.

A volte messe a tacere, a volte nascoste negli anfratti più remoti del cuore, al di là dei nodi che si son formati per caso, oltre quelli che tentiamo di creare.

A volte dette per liberarsi.

Dette così.

Poi mi accorgo di quanto siano simili ad un’ematoma. Ad una malattia.

Allora respiro.

Sarà diverso d’ora in poi, mi ripeto.

Sarò diverso.

Una cornacchia sbatte le ali e si posa sul davanzale della finestra. Mi guarda negli occhi. Gracchia, la sua risata è fastidiosa.

Come è strano questo mio cuore. Meglio non pensarci, che a farlo troppo si rischia di impazzire. Lavo via dalla tazzina le macchie incrostate.

Vorrei far lo stesso con la mia consapevolezza della mancanza.

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