Proseguiamo oggi con il settimo capitolo di “Amore oltre ogni confine”, il primo romanzo breve di Giulia Quaranta Provenzano. Scritto ed edito nel 2013, con il Centro Editoriale Imperiese, il detto libro ha dato avvio ad innumerevoli altre opere della trentunenne nostra collaboratrice residente in Liguria.   
“Amore oltre ogni confine”
 di Giulia Quaranta Provenzano

7. DOPO UN ASSORDANTE SILENZIO – Arrivò la fine di agosto e Robert, che si era ufficialmente fidanzato con la ragazza alla quale aveva chiesto di ballare alla festa di Leopold, telefonò a Rosalie per invitarla al cinema. A vedere il film ci sarebbe stato lui, la sua fidanzata Susan, Carol (che era la migliore amica di quest’ultima), Leopold ed altri loro ex compagni di classe che lei non aveva più sentito né più aveva incontrato dalla spiacevole serata di due mesi prima. Rosalie non sapeva che decisione prendere. Avrebbe tanto voluto rivedere il complice di molte piccole imprese quotidiane, del quale le mancava anche soltanto respirarne la semplice presenza, ma al contempo temeva una nuova adiacenza. Vederlo avrebbe con ogni probabilità significato riportare più vivamente alla memoria l’immagine della stretta e del bacio che Carol gli aveva rubato, eppure a cui lui non si era sottratto.

Prima di dare una risposta a Robert, Rosalie gli chiese perché era scomparso proprio quando necessitava, come mai fino ad allora, di un conforto amico. Il giovane replicò che non ce l’aveva fatta a trovare parole appropriate per tentare di lenire il suo sconforto e che tante volte aveva però preso la cornetta in mano tuttavia, sentendo dall’altra parte la sua voce mogia, aveva sempre riattaccato subito per timore di far sanguinare una già profonda ferita… o forse solo per codardia, e se ne scusò. Rosalie ribatté domandando se nel suo distacco e prolungato oblio non c’entrasse Susan, se l’essere il ragazzo di una carissima amica di Carol non l’avesse portato a temere nel mostrarsi “schierato” al suo fianco, se ciò non l’avesse frenato magari inconsciamente. Robert assicurò che non era così anche perché quanto successo alla festa, per Leopold, non aveva significato nulla se non un’“avventura”, neppure cercata, che gli aveva fatto perdere l’unica fanciulla la cui compagnia davvero desiderava con tutto se stesso. Alla fine di questa breve chiacchierata, Rosalie decise di accettare l’invito, conscia che bisogna affrontare le sfide che si presentano sul proprio cammino se non si vuole rimanere intrappolati in una paralizzante informità. Quel stringente silenzio che l’aveva frastornata per settimane intere, quei punti interrogativi sui motivi per cui Leopold non l’aveva più cercata e ai quali lei non era riuscita a trovare una ragione, erano stordenti ma sperava che finalmente essi avrebbero trovato una spiegazione convincente e sarebbero dunque svaniti.

Fu nel suo prolungato periodo di solitudine che Rosalie si accorse di come non solo le parole dialogano con le persone e che le ombre talvolta sono ancora più vivide di una nitida immagine rimandata dallo specchio. Comprese che il silenzio è un aspetto fondamentale dell’esistenza che accompagna la realtà e che, in quanto tale, si può parlarne per non venirne pericolosamente risucchiati. Si rese poi conto che, seppure spesso non se ne riesce a discorrere e a discorrerci, è comunque possibile ascoltarlo. Soltanto su ciò a cui si presta orecchio si può riflettere ed unicamente quanto non si vuole scacciare si può elaborare.

Rosalie, nei primi giorni della sua incursione nelle proprie giornate, prese in antipatia il silenzio: non riuscendo a capirlo, la metteva a disagio e lo considerava un estraneo da cui difendersi ignara del fatto che era privo di ogni arma – la sua innocua visita la inquietava e si ritraeva da questa indifesa compagnia. Privata della famigliarità col silenzio, era incapace di ascoltarlo e lo reputava agghiacciante nell’apparente superficiale mancanza di vitalità e comprensibilità. Alla fine, dopo una settimana circa dall’incontro con il coinquilino di tante giornate future, Rosalie capì che non era suo nemico e che doveva soltanto abbattere un muro che lei stessa aveva tirato su. Le fu allora chiaro come non aveva mai ascoltato veramente i propri imi bisogni perché l’udito in mancanza del silenzio non è altro che percezione del rumore, quel rumore che tante volte l’aveva confusa ed aveva annebbiato il suo io costringendola ad abbandonarsi inerme al deforme. Rumore qual dittatore d’uno smarrente, superficiale, spadroneggiare sul sé. Rosalie, incapace di porsi in ascolto del silenzio, si era difatti fatta sopraffare da numerose insicurezze e non era più riuscita ad inseguire il suo sogno, Leopold, ma adesso si sentiva pronta a riprendere in mano le redini d’una sinora sol abbozzata vita.

Quella sera la ragazza dagli occhi che parevano gemme olivastre, indossò un vestitino corto di un tenue lilla, dall’ampia gonna in tulle, ed un paio di sandaletti dorati come la minuscola pochette che teneva delicatamente in mano (anche se l’istinto era di stringerla forte per scaricare, arroccandosi su di essa, la grande tensione che le percorreva il corpo). Ancora prima di arrivare davanti al cinema, Rosalie vide in lontananza che Leopold era l’unico che si trovava già là e sentì un groppo in gola, faceva fatica a deglutire e la saliva le ristagnava tra mille “Perché?!?” come colla appiccicosa. Sul cuore le vibrazioni d’un pesante masso, masso che le dava l’impressione d’ingrandirsi ad ogni istante, fino a schiacciarla, coperta dai detriti provenienti da una profonda fragilità. Il respiro era affaticato perché sfiancato da un tamburellare martellante e lei aveva gli occhi lucidi pur cercando di reprimere il pianto, di respingere indietro le lacrime. L’ansia la stava sovrastando, avrebbe voluto scappare e tornarsene a casa ma ormai quelle due pupille nerissime, color del carbone, l’avevano raggiunta ed era quindi troppo tardi per girarsi indietro.

Quando i due giovani furono di fronte si trovarono visibilmente impacciati, bloccati dal loro stesso irrefrenabile desiderio di abbracciarsi sebbene, però, rimasero immobili. Non sapevano come muoversi, cosa dirsi, non trovavano le parole per riprendere quella speciale amicizia da dove l’avevano interrotta perché ciò non corrispondeva al, reciproco, sentire e pur incapaci di afferrare una volta per tutte l’innaffiatoio che avrebbe fatto sbocciare la precedente frequentazione amicale in amore. La gioia nel vedersi era enorme ma trattenuta da una cortina nebbiosa di frasi mai dette, spezzate a metà e per questo fluttuanti in un limbo di rimorsi, dubbi, esitazioni. L’imbarazzo fu presto rotto dall’arrivo del resto del gruppo. I ragazzi entrarono al cinema e si sistemarono sulle poltrone. Carol, Susan, Robert, Rosalie, Leopold e poi quattro altri amici.

Durante la visione del film, inavvertitamente, le dita di quelli che erano stati fino a qualche mese prima compagni di banco si sfiorarono più volte. Dovevano condividere un medesimo bracciolo e capitò loro di appoggiarvi i gomiti sincronicamente ma, quando erano i loro palmi a toccarsi, subito si ritraevano come a scusarsi per quell’incontro fortuito… in verità, pervasi da un sottilissimo brivido di piacere e sorpresi da un calore che si espandeva fin dentro le ossa, avrebbero voluto intrecciare le loro mani assai a lungo. La volta successiva che Rosalie e Leopold si videro fu davanti ai rispettivi Licei. Lei si era iscritta al Classico, lui allo Scientifico ma i due istituti avevano un cortile in comune.

[Continua…]