Riceviamo e pubblichiamo
La serie “Restauri d’Arte”  voluta dalla Città Metropolitana di Torino si arricchisce di un nuovo reportage dedicato a un gioiello settecentesco che si trova nel cuore di Torino: la chiesa di Santa Chiara.

La serie di reportage televisivi che la Direzione comunicazione e rapporti con i cittadini e il territorio della Città Metropolitana di Torino dedica ai “Restauri d’Arte” prosegue questa settimana con il filmato dedicato alla  chiesa di Santa Chiara, gioiello architettonico settecentesco che sorge nel cuore di Torino, all’incrocio tra la via omonima e la via delle Orfane. I filmati vengono messi in onda dall’emittente televisiva locale GRP sul canale 13 del digitale terrestre, ilvenerdì alle 19,45, il sabato alle 13,30 e la domenica alle 22,30.
Per visionare la playlist dei reportage video sinora pubblicati sul canale YouTube della Città Metropolitana di Torino e le fotogallery basta accedere al portale Internet della Città Metropolitana di Torino (clicca qui).

LA CHIESA DI SANTA CHIARA TRA RESTAURI E COABITAZIONE
Il luogo di cui tratta questa settimana la rubrica dedicata ai restauri d’arte racconta una storia di indubbio fascino religioso e architettonico, che, da qualche anno, ha un legame forte con un  progetto di accoglienza e coabitazione portato avanti dai volontari del Gruppo Abele. Accompagnata dallo storico dell’architettura Edoardo Piccoli, la troupe della Direzione comunicazione e rapporti con i cittadini e il territorio della Città Metropolitana di Torino ha approfondito la storia della chiesa di Santa Chiara, uno degli spazi più affascinanti del Settecento torinese. Anche se probabilmente meno grandioso e monumentale rispetto alle chiese juvarriane, si tratta di un piccolo edificio, realizzato tra il 1742 ed il 1745 dall’architetto Bernardo Antonio Vittone, che rispondeva perfettamente alla funzione di chiesa del convento femminile di clausura delle Clarisse. L’edificio non aveva la necessità di essere particolarmente grande, poiché non doveva accogliere le folle delle chiese parrocchiali ma un pubblico più ristretto, legato per motivi devozionali a Santa Chiara o per motivi familiari alle monache del convento.

Si trattava però di uno spazio non semplice da progettare, perché collocato in un angolo della città piuttosto buio e con strade molto strette. La soluzione adottata dall’architetto Vittone fu quella di realizzare un edificio molto snello e alto, con proporzioni quasi gotiche, per riuscire a captare la luce dalla cupola, quasi sospesa su alcuni piloni, facendola entrare attraverso grandi finestre e colare come fosse un fluido fino a terra.
A questa chiesa esteriore aperta ai fedeli e alla città, si aggiunge, alle spalle dell’altare principale, uno spazio normalmente chiamato coro, ma più propriamente chiesa interiore, dove le monache passavano parte delle loro giornate: uno spazio per la quotidianità del convento, che oggi, in seguito all’abbandono delle Clarisse e al successivo insediamento di ordini religiosi non più di clausura, non è più consacrato.
Alla chiesa esteriore e a quella interiore si aggiunge un terzo spazio, forse quello più inatteso, ovvero un deambulatorio che corre intorno alla chiesa, all’altezza dell’imposta della cupola: un luogo luminosissimo, in grado di accogliere la luce per portarla all’interno dell’aula principale e accessibile alle monache che, pur non potendo entrare in chiesa, potevano affacciarsi dall’alto.

architetto Edoardo Piccoli

I restauri appena conclusi e articolati in più lotti sono stati sostenuti dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, che ha inserito la chiesa di Santa Chiara nell’ampio progetto Edifici Sacri: un percorso di scoperta e meraviglia che si snoda tra le vie del centro storico torinese, tra i capolavori dell’arte e dell’architettura sacra.
Nel caso di Santa Chiara, i restauri hanno rivelato, se pur con qualche fenomeno di degrado, un edificio straordinariamente in buone condizioni. Scampata ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, al di sotto delle ridipinture otto-novecentesche la chiesa ha conservato ancora le finiture del Settecento: colori molto chiari a marmorino nelle parti in stucco e la tinta grigio-blu incorporata nell’ultimo strato di intonaco. Si rivela così oggi l’aspetto originario della chiesa con alcune integrazioni dell’Ottocento come le dorature, o dei primi del Novecento come gli altari, sostituiti e realizzati ex novo dopo la riconsacrazione dell’edificio.
La riconsacrazione è avvenuta negli anni ‘30 nel Novecento quando è stata acquistata dalla Congregazione della Piccole serve del Sacro Cuore di Gesù, che ne è tuttora in possesso e che dal 2015 ha concesso chiesa e convento in comodato d’uso all’associazione Gruppo Abele fondata da don Luigi Ciotti.

Francesca Micheli – Gruppo Abele

«Da sei anni infatti – spiega Francesca Micheli, volontaria del Gruppo Abele che qui vive – questa struttura ospita un progetto di coabitazione: si tratta di un co-housing solidale per giovani che decidono di dedicare parte della propria vita all’accoglienza e alla condivisione degli spazi e del tempo, con altri giovani che si trovano in un momento di difficoltà. A questo si aggiunge l’ospitalità (anche se messa a dura prova negli ultimi tempi dalla pandemia) di gruppi scout che decidono di vivere un’esperienza di vita comunitaria e una forte apertura sul territorio per offrire ai ragazzi del quartiere spunti culturali. Sono proprio i giovani del co-housing, custodi di questo luogo, che si occupano di aprire la chiesa al pubblico e di animarla».