I “Principi della scienza morale”, di Antonio Rosmini

di Giulia Quaranta Provenzano
Oggi vi proponiamo l’analisi e l’interpretazione di Antonio Rosmini, Principi della scienza morale (Sciacca 1971: 755). A seguire il detto stralcio di brano e la disanima condotta secondo un esame che vuole dare ragione del Significato oggettivo del testo, al fine della conoscenza delle maggiori profondità umane. 

(…) Dopo le cose da noi dette fin qui, non ci dee essere fatica a conoscere, che il bene morale è un bene ordinato, sì fattamente che la volontà che ama il bene, ama per questo stesso l’ordine che nel bene essenzialmente si trova (…) Sono stati condotti dunque da un verissimo ed alto pensiero que’ filosofi, che misero nell’ordine il principio della morale. Se non che, non salendo essi alla prima sorgente dell’ordine stesso, non poterono mostrare l’ultima ragione di quest’ordine, e così pienamente giustificarlo, così renderlo necessario, renderlo autorevole, chiamandolo ad un principio evidente, che sta sopra tutte le forze del ragionamento che volesse oppugnarlo, perocché sta sopra il ragionamento stesso, iniziandosi questo da quel principio, e da lui pigliando l’autorità e forza: al qual mancamento, che toglieva evidenza al sistema morale, sembra a noi soddisfare colla teoria che proponiamo, nella quale richiamiamo lo stesso ordine ad un principio più alto, cioè all’essere, ove l’ordine come in sua propria e nativa sede mirabilmente si origina. E solo in questo modo ci sembra dedotta legittimamente l’idea della giustizia e della onestà; e mostrata la nobile stirpe di questa idea, la quale è sì alta, che ascende fino al primo moto, a quel punto ove la natura intellettiva tien sua culla, fino alla luce sincerissima ed evidentissima della mente, a cui nessuno può ripugnare, e che nessuno può spegnere in sé medesimo, perché è parola divina, che ove suona, ivi crea. L’uomo dunque vede l’essere colla sua intelligenza, e veggendo l’essere vede l’ordine dell’essere, e quest’essere è il bene: e la volontà buona che ama l’essere dell’essere, è la volontà buona, la volontà che vuole il bene, e col volerlo il rende morale (…)”.

Analizzando il pezzo scelto non dobbiamo riferirci a quanto si sa dalla storia della filosofia sull’abate Rosmini perché altrimenti verremo meno al principio fondamentale dell’analisi del Significato, ossia ci serviremmo di notizie storiche o biografiche o culturali in generale, ciò che non ha senso.

Si incontrano subito nel testo i concetti di “bene morale” e “bene ordinato”. Senza sapere niente delle idee di Rosmini in generale non possiamo non notare che il “bene morale” è connotato dall’“ordine”. Ora la parola “morale” deriva da mos, moris latino che vuol dire uso e costume. Gli usi e costumi sono modi di interpretare la vita sociale soprattutto e anche individuale. Quel che riguarda ordinato si riferisce a qualcosa di messo in ordine. Quando si mette in ordine qualcosa, perché stia ordinato, è necessario che nulla o quasi nulla sia cambiato, ossia che tutto stia più o meno come è stato messo in ordine. La parola “ordine” implica una situazione di stasi, di staticità, di inamovibilità, di immutabilità: tutto in ordine in una stanza finché nessuno sposta ciò che previamente è stato messo in ordine, fino a che nessuno introduce delle novità nel precedente ordine. Collegando il concetto di “ordine” ai costumi di vita sociale, quindi all’ordine sociale, ne deriva una staticità dell’organizzazione sociale, una staticità dei ceti sociali, delle categorie in cui è suddivisa la società, ad esempio: schiavi, liberi, patrizi, nobili, sacerdoti, caste di governo etc. La “scienza morale” di Rosmini si basa sul “bene morale” inteso come “bene ordinato”, immutabile, ciò che si riferisce a classi sociali immutabili cosicché il tessuto sociale sia ordinato.

Proseguendo nella lettura del brano in esame, Rosmini cita gli antichi filosofi che posero l’ordine alla base dei valori sociali. Questi filosofi non vengono menzionati esplicitamente con il loro nome, ma possiamo supporre, data la presenza dell’“ordine”, di cui ci stiamo occupando, che si tratti degli antichi filosofi greci, primo fra tutti Parmenide che teorizzò la dottrina del logos inteso come essere ordinato. Tale principio è in Parmenide e negli antichi primo, eterno, immutabile, finito e perfetto. Per Rosmini il logos degli antichi o ragionamento fornito dai filosofi non è sufficiente a garantire la bontà di questo ordine insito nel logos stesso, bensì occorre identificarne un altro superiore al ragionamento degli antichi filosofi – come Rosmini troverà nell’idea della divinità cristiana.

Ora Rosmini dice che questo “ordine” insito nel logos, nell’universo, nelle cose ha bisogno di un fondamento superiore rispetto al ragionamento stesso implicito al logos che deriva dal verbo lègein che significa appunto mettere in ordine, verbo di ambito agrario che si riferisce a mettere in ordine il raccolto, da ciò il termine logica che non deriva da ambiti guerrieri, ma agresti. Superiore a questo logos parmenideo è l’essere, secondo Rosmini, mentre in realtà il logos è l’essere. Comunque Rosmini distingue l’“ordine” dall’“essere”, l’“essere” è ciò che fonda credibilmente l’“ordine”. Quindi trattandosi di ordine sociale – vedi l’“ordine” nel “bene morale”, relativo ai costumi di vita – si tratta di teorizzare partendo dalla visione di una società completamente statica nella sua regolazione.

Il trait d’union tra il principio del “bene ordinato” e quello del logos è dato appunto dall’“ordine” in Rosmini, un ordine che in quanto tale, come abbiamo visto, deve essere immutabile per essere perfetto e per essere cosa buona come lo è per forza il logos essendo perfetto e ordinato. Rosmini parla di “bene ordinato” che è una delle caratteristiche del logos parmenideo. Sia per Rosmini che per Parmenide questo principio è immutabile, come già accennato. Per poter garantire la bontà di questo ordine Rosmini aggiunge al logos parmenideo la nozione di essere che sottrae al principio del logos e che viene a coincidere con la divinità cristiana, essere che è superiore al logos di Parmenide, e che è comunque parola di dio, parola divina da cui proviene tutta la creazione. L’essere di Rosmini o parola divina che garantisce l’ordine del creato e di tutte le cose viene adesso a coincidere con il Vangelo di San Giovanni (1,1-18) sulla divinità del Verbo, che era in principio e che è stato l’origine di tutte le cose. Vediamo dunque dal testo i principali ragionamenti che stanno a monte del “bene morale” come “bene ordinato”.

Tale ordine che abbiamo attenzionato si riferisce ai costumi morali dell’uomo e, essendo immutabile per essere tale, delinea una società con rapporti stabiliti una volta per tutti dalla divinità, la cui essenza è nell’immutabilità, e pertanto inamovibili, quindi rapporti che vedono classi sociali poverissime e classi sociali nobiliari ed  ecclesiastiche ricche, distinzione che non va modificata in quanto garantita dalla divinità stessa, dalla parola divina. E per altro, per Rosmini non è certo l’umanità in generale che può garantire la moralità dei costumi. Parmenide aveva posto l’immutabilità ed unicità del logos a garanzia del cambiamento apparente e della molteplicità che si riscontrava nella vita, anche Rosmini mette l’unicità e l’immutabilità dell’essere-(logos) come garanzia della morale.

L’ultimo periodo della citazione da Rosmini mette in evidenza come la moralità del bene sia tale per la volontà che voglia il bene e con ciò appunto la renda morale. Ciò significa che ci vuole qualcuno che voglia il bene e che ami l’essere dell’essere, ossia l’essere del logos per intenderci. L’essere dell’essere è una equivocazione di Rosmini nella quale la stessa parola serve ad esplicitare concetti diversi, concetti derivati dalla separazione rosminiana del concetto unitario di essere e logos di Parmenide, non potendo Rosmini citare il logos pagano di Parmenide. La cosa che risulta da questo ultimo periodo è che il “bene morale”, garantito dall’essere e dal suo ordine, è tale se c’è qualcuno che lo vuole e che volendolo lo rende morale appunto. Con ciò l’essere divino si stacca dall’umanità essendo solo il principio che garantisce il valore dei principi morali, in particolare del bene, sommo tra i principi morali, mentre nell’umana società la cosa non ha risultato diretto ed immediato, bensì ha bisogno di qualcuno che voglia tale bene così da renderlo morale. Non tutta l’umanità vede l’essere e pertanto vede e vuole il “bene ordinato” insito nell’essere, ma vede l’essere e il bene solo una parte di umanità che riconosce l’esistenza di codesto principio superiore, ciò con cui Rosmini evidenzia anche che la filosofia è solo quella di impronta religiosa, in particolare di impronta cristiana – vedi aggancio al Verbo di San Giovanni e parola della Bibbia testamentaria.

Lo scritto di Rosmini afferma, seppure implicitamente, come l’umanità non sia all’altezza di decidere da sé per quanto attiene al “bene morale”, questo perché il bene diviene morale solo in chi vede l’essere e il bene che è nell’essere, essere che è dio e la sua parola, ciò che viene visto in primo luogo, se non esclusivamente, dalla casta sacerdotale che funge da tramite tra l’umanità e la divinità.  

Abbiamo visto come nei principi della “scienza morale” di Rosmini sia espresso un ordine sociale dei più retrivi, dove è un bene per la società avere classi povere e ricche. Sempre implicitamente all’ultimo periodo, risulta che una parte dell’umanità possa rendere morale il bene e dunque organizzare questo bene. Si tratta della casta religiosa dei sacerdoti e dei filosofi cristiani, visto il riferimento al Vangelo di San Giovanni e al Verbo.

Dal pezzo analizzato si evince come l’ingiustizia sociale evidente nelle divisioni di classi povere e ricche sia per Rosmini qualcosa voluto da dio stesso attraverso il concetto di bene, ordine, essere, e si evince anche l’organizzazione assolutistica del governo a immagine di un dio o Essere separato dall’umanità, ossia come sovrano assoluto cui il popolo debba obbedire attraverso o il sovrano stesso o la casta sacerdotale.

Inoltre nell’ultimo periodo c’è altresì la contravvenzione al principio d’identità in assonanza a quanto fa Hegel: il bene, che è già morale di per sé, diventa morale se c’è qualcuno che lo vuole, implicitamente se nessuno lo vuole non è più morale, non è più bene. Ci può forse essere un bene immorale? No. Il bene esiste solo nell’ambito morale e non può diventare morale se qualcuno lo vuole né può diventare immorale o amorale se nessuno lo vuole.

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