“Amore oltre ogni confine”: quinto capitolo del romanzo di Giulia Quaranta Provenzano

Proseguiamo oggi con il quinto capitolo di “Amore oltre ogni confine”, il primo romanzo breve di Giulia Quaranta Provenzano, scritto ed edito nel 2013 con il Centro Editoriale Imperiese. Da allora la trentunenne nostra collaboratrice non ha mai smesso di regalare emozioni. 
Amore oltre ogni confine”
di Giulia Quaranta Provenzano

5. LA FESTA – Era il 28 giugno, gli esami di licenza media conclusi e Leopold organizzò nell’albergo dei suoi genitori una serata tra ex compagni di classe. A questa festa avrebbe partecipato pure Rosalie. L’hotel della famiglia dell’ormai sbocciato, in tutto il suo regale splendore, Leopold si trovava quasi sulla sommità di un monte. Nonostante la difficoltà di far crescere fiori quali le rose a così elevata altitudine, Margaret aveva ordinato ai giardinieri di trovare le più belle esistenti ed adornarne il lungo viale d’ingresso con siepi profumate. Venne accontentata. Oltre che dai cespugli di rose rosso porpora mischiate ad altre bianche come la neve, il vialetto era costeggiato da alti lampioni alla cui estremità superiore erano attaccati dei festoni di leggere lanternine in cartapesta dentro le quali erano poste, sotto conchine d’alluminio con dentro un po’ d’acqua, delle candele agli agrumi. Alla fine della passeggiata fiorita si ergeva maestosa, al centro di un ampio spiazzo rotondo, una fontana a candelabro dalle luci cangianti di uno sfavillante fucsia, verde, azzurro atte a squarciare l’intenso cielo vellutato di blu puntinato di piccole stelle lucenti. Gli imponenti muri dell’elitaria residenza per vacanze erano poi contornati da mille minuscoli fari bianchi a disegnarne il ricco decoro degli stucchi dorati.

Arrivata davanti all’enorme cancello dai molti riccioli in ferro battuto, Rosalie sentì il cuore schizzarle fuori dal petto e poté udirne i prepotenti battiti talmente accelerati da rincorrersi, folli, l’uno con l’altro come in una forsennata cavalcata. Mentre le celeri pulsazioni bussavano e rimbombavano insistentemente nel suo constato e non accennavano a terminare la loro irruente corsa, ella si fermò un momento e deglutì. Questa minuta ragazza fornita di un’avvenenza inconsapevole del suo grande potere d’incanto sugli animi più fini e con così puri, tuttavia disillusi, occhi color della speranza fu colta da un funesto presagio. Immobile davanti all’ingresso di quello che aveva sempre sognato quale sfondo da favola e culla dell’inizio della sua storia con Leopold, Rosalie non riusciva a trovare la forza di reprimere quella strana timidezza che le sussurrava all’orecchio, piano ma insistentemente, di tornarsene a casa perché non era posto per lei e che lì non vi avrebbe trovato altro che delusione. Poiché però era dotata di una sotterranea testardaggine, alla fine si risolse ad andare incontro a ciò che sarebbe stato.

Proprio mentre Rosalie giunse dinanzi alla fontana dai zampillanti e splendenti bagliori colorati, Leopold scese l’ultimo gradino di una suntuosa scalinata marmorea e se la trovò di fronte. Enorme ed irrefrenabile fu lo stupore del giovane nel vedere davanti a sé una Rosalie più bella che mai tanto che non riuscì a dirle altro che un balbettante «Ciao, complimenti: sei molto elegante». Indossava con leggiadria un lungo e fluttuante abito color avorio che sembrava appena dipinto sul tenero corpo; i capelli erano morbidamente raccolti con delle forcine impercettibili a scorgersi, che lasciavano intravedere solo tante minuscole perline madreperlate. Il trucco sul suo ovale era delicato come lei. Un sottile filo di leggero lucidalabbra trasparente, le guance appena più rosate del solito e un po’ d’ombretto champagne sulle palpebre sovrastanti le folte ciglia di un nero intenso. Rosalie sembrava una statua greca, dalla raffinatezza eterea, di una beltà mai ostentata bensì garbata come il suo animo. Appena ripresosi dall’incredulità per non aver capito fino ad allora quanto veramente la compagna di banco fosse sensuale oltre che intelligente e gentile, Leopold aggiunse «Ma prego, mettiti pure a tuo agio, io vado a salutare gli altri, scusami…». E con una gran falcate si diresse velocemente verso un gruppetto di ragazzi tra cui anche Robert che era là già dal pomeriggio. Rosalie si sentiva a disagio, non sapeva che fare, con chi parlare e quindi si sedette tutta sola, isolata, nel suo scoramento su una panchina sotto un millenario abete le cui fronde, mosse da un vento lieve, emanavano un tenue fruscio a farle da sibillino cavaliere.

Tutti i suoi vecchi compagni di classe stavano ridendo (sebbene un poco tesi), scherzando e facendo baldoria preparandosi per la conquista delle “prede”; le ragazze giulive fingevano di discorrere intensamente dei progetti scolastici futuri, ma stavano soltanto aspettando con trepidazione che la serata danzante giungesse alla sua metà perché allora ci sarebbe stato un lento durante il quale, presumibilmente, i maschi avrebbero invitato a ballare al centro dello spiazzo rotondo la loro favorita. Rosalie non poteva contare neanche sull’appoggio di Maggie che, probabilmente, mai più avrebbe rivisto perché era partita con la madre per una popolosa città di mare alla ricerca di maggior fortuna e di quella serenità che era sempre mancata ad entrambe nel paesino.

Passarono alcune ore e finalmente giunse il momento per ognuno di scoprire le proprie carte. I ragazzi dovevano invitare la ragazza di cui erano innamorati o per cui provavano qualcosa in più che l’affetto per un’amica ad unirsi a loro per un valzer lento. Questa idea del ballo era stata partorita da Margaret, certa che Leopold non avrebbe trovato il coraggio di danzare davanti a lei con Rosalie. In effetti il figlio, che era un ragazzo ironico, consapevole del proprio carisma e per questo molto sicuro di sé, quando si trattava di Rosalie diveniva ritroso anche solo a parlarne ed altresì privo di qualsiasi minima sfrontatezza e capacità d’iniziativa. Robert che conosceva bene Leopold immaginava ed anzi era sicuro di sapere che, non diversamente dal solito, non sarebbe riuscito a dichiararsi a Rosalie ma voleva aiutarli ad essere felici insieme pertanto, prima di dirigersi verso la ragazza alla quale avrebbe chiesto di ballare, andò dall’amica e le disse piano «Credimi, questo è il momento giusto in cui ti devi fare avanti, fallo questa sera o forse lo perderai. Se vuoi metterti insieme a lui devi invitarlo a ballare ora. Cerca di raccogliere tutta l’audacia che possiedi ed affrontalo a viso aperto perché altrimenti temo te ne potresti pentire amaramente». La giovane gli sorrise dolcemente e gli rispose solo «Grazie, sei sempre stato un ragazzo sensibile e premuroso con me, di poche parole ma che sanno toccarti dentro. Mi sento fortunata ad aver avuto dalla mia parte una persona come te». Rosalie non aveva infatti mai parlato con Robert del suo amore per Leopold, non di meno quelle parole le fecero comprendere che questo attento osservatore davvero le voleva bene e che, in tutti quegli anni, silenziosamente aveva parteggiato per lei tant’è che adesso avrebbe voluto vederla uscire dal suo guscio di pudore prima che fosse troppo tardi. Del rischio lei era consapevole però non se la sentì proprio di seguire il consiglio del compagno d’infanzia perché, anche se non esplicitamente, non poche volte aveva dato a Leopold lampanti indizi di un imo interessamento esclusivamente verso di lui ed in più gli insegnamenti che le erano stati impartiti ed aveva interiorizzato le impedivano di credere che fare il primo passo fosse la mossa corretta da compiere. Non dello stesso avviso era Carola la quale aveva sempre ostentato la volontà di diventare la ragazza di Leopold e a tal fine, per tre anni, aveva perpetrato e condotto una corte serrata e senza esclusione di colpi.

In piedi, vicino alla statua di Venere posta di contro alla panchina su cui era rimasta seduta Rosalie, Leopold stava per bere un bicchiere di spumante tenendo gli occhi bassi ed attendendo la fine di quel torturante valzer, colonna sonora della vittoria di sua madre dacché non riusciva ad andare da Rosalie per invitarla a ballare. Non ebbe tempo di finire la prima sorsata che gli piombò addosso Carola, odiosa smorfiosa tanto ben vista da Margaret in quanto in tutto e per tutto assai simile a lei, la quale lo trascinò a ballare. Leopold, sbigottito da una così assurda spavalderia femminile, non riuscì a trovare le parole per liberarsi da quella morsa stritolante e non ne ebbe neppure la possibilità perché Carola, dopo una frazione di secondo, si avvinghiò a lui e lo baciò. A quella vista Rosalie non seppe trattenere le lacrime e, per non farsi vedere ancora più affranta di quanto già non fosse, si alzò, riguardò per un attimo gli occhi dell’amato e scappò via avvolta da un lancinante sconforto.

[Continua…]

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