Diamo voce al profondamente vero e Buona Pasqua!

di Giulia Quaranta Provenzano
Con l’augurio di riuscire tutti finalmente a dare fiato e seguito ai propri desideri, che sia oggi l’inizio di un “passaggio” al più autentico essere. Che sia oggi un’autentica Pasqua di resurrezione! A seguire una breve riflessione.

Pasqua, che etimologicamente significa “passaggio”, è la festa più importante per gli ebrei e poi per i cristiani (la Pasqua è il culmine del Triduo pasquale, centro e cuore di tutto l’anno liturgico). Tale vocabolo che – deriva dal greco pascha, che a sua volta deriva dall’aramaico pasah – indica infatti l’andare oltre. Ed ecco allora che non riesco a non domandarmi quante volte rimaniamo immobili, come anestetizzati dalle convenzioni, dall’insicurezza, dall’apparente convenienza, dalle paure che hanno però invero sempre ad ombelico una codardia e fragilità a cui mi sembra tuttavia doveroso risponde in prima persona perché anche semplicemente l’accontentarsi, passivi, in fin dei conti dipende da un personale volere per eccesso o difetto… E, inoltre, siamo davvero capaci o lo desideriamo veramente esprimere ciò che in un per la maggiore potenziale, abbozzo, siamo e sentiamo nell’imo?

Ma tornando ora e di nuovo un poco alla storia, presso gli ebrei la Pasqua (Pesach) era in origine legata all’attività agricola: era la festa della raccolta dei primissimi frutti della campagna, a cominciare dal frumento. In seguito la Pasqua divenne la celebrazione annuale della liberazione degli ebrei dalla schiavitù, ricordo della fuga dall’Egitto, del passaggio attraverso il Mar Rosso e del fatto che con il sangue degli agnelli si fossero dipinti gli stipiti delle porte in modo tale che l’angelo sterminatore – cfr. la Bibbia, passando presso quelle case, risparmiasse i primogeniti (a differenza di quelli egiziani, primogeniti “sia fra le genti che tra il bestiame”). Ancora oggi, la cena pasquale ebraica prevede cibi amari in memoria dell’amarezza proprio della schiavitù.

Per celebrare la Pasqua, gli israeliti al tempo di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme. Anche lui vi si recava e la sua morte avvenne, non per nulla, in occasione della pasqua ebraica. Egli, per i cristiani, è l’agnello pasquale che risparmia dalla morte, il pane nuovo che rende nuovi – come da 1Cor 5,7-8. È da ricordare non di meno che la datazione della Pasqua, nel mondo cristiano, fu motivo di gravi controversie fra le Chiese d’Oriente e d’Occidente. La prima era composta da ebrei convertiti e la celebrava subito dopo la pasqua ebraica ovverosia nella sera della luna piena, il 14 Nisan, primo mese dell’anno ebraico. Solo con il Concilio di Nicea si ottenne che fosse celebrata nello stesso giorno in tutta la cristianità, adottando il rito Occidentale e vale a dire nella domenica che seguiva il plenilunio di primavera. Oggi la celebrazione cade tra il 22 marzo e il 25 aprile tanto da essere denominata Pasqua bassa o alta, a seconda del periodo in cui capita.

Festa mobile dunque, questa, dacché – vale la pena ripeterlo – è mobile la sua data che dipende appunto dal plenilunio di primavera. E a proposito di primavera, prima di salutarci desidero sinceramente omaggiarvi simbolicamente di un uovo prezioso, ossia del più dolce uovo invito e simbolo della vita, di quella vita alla quale avete sempre sorriso pensandola in mezzo a, spero, ormai sol più lacrime passeggere dello ieri. 

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