di Giulia Quaranta Provenzano
Vi presentiamo oggi l’ultimo brano “Siamo poesia” di Biagio Botti e, a seguire, la recensione che ho avuto molto piacere di scrivere a proposito proprio di tale singolo del detto cantautore originario di Lecco.  

Biagio Botti (classe 1977) è cantautore lombardo, che inizia ad esibirsi all’età di 15 anni in una serie di manifestazioni locali. Da allora di strada ne ha percorsa molta, il suo iter umano ed inevitabilmente, quindi, anche artistico si è arricchito notevolmente – arrivando ben presto a scrivere le proprie canzoni, testi e musiche, di genere pop-rock. È così che, nel 1999, partecipa alle selezioni del Festival di Castrocaro Terme mentre il nuovo millennio lo vede calcare prestigiosi e rinomati palchi quali quello di Datecispazio 2000, Girofestival, Saranno Famosi etc..   

Nel 2012, poi, Biagio intraprende un cammino di fede – concretizzatosi con l’album “Io con Dio (Grazie)” – che lo porta anche a tenere laboratori musicali con ragazzi con delle disabilità. Ancora, nel 2019 esce l’album dell’artista nato a Lecco dal titolo “Storie, Sogni e Conversioni”, che egli stesso definisce «Una collezione di fotografie intime e veraci» e proprio con il singolo “Deli” [https://youtu.be/yq_UBh4PUNk], in esso contenuto, partecipa alle Finali Nazionali della 33ª edizione di Sanremo Rock (per ogni altra informazione biografica cfr. https://www.biagiobotti.it/bio). Ora è uscito finalmente, dal 23 marzo in tutti i digital store, il nuovo emozionante singolo di Biagio BottiSiamo poesia”.  

Siamo poesia” [https://youtu.be/o9IERRoQYU4] è un brano dall’intensità malinconica, dalla testarda e forte tristezza che non sempre quel filo sottile di vitale speranza umana riesce a contenere (e che, anzi, talvolta si declina in una sorta di molestia, nel cianciare con sconsideratezza). Biagio esordisce «Ti aspetto abitualmente mentre blatero ringhiando, grido, bevo,/ piango e ti sento passeggiare. (…)» in un’iniziale accenno d’intenzione di agire, di farsi ascoltare, azione che potenzialmente può in ogni istante avere un picco di intensità superiore al precedente, ma che tuttavia ugualmente immediatamente il ringhiare e il bere indicano essere qui smorzata in un mancato climax ascendente che sfocia in quello che il gridare e piangere restituiscono quale contorno di acquietamento, mal rassegnato, dettato dall’abitudine con cui ‘lui’ in esordio si accontenta di aspettare sol di sentire il soggetto della propria anelata attenzione passeggiare.

Il singolo prosegue «(…) Mi stringi al tuo petto indicandomi la strada, e senza esitare mi incoraggi a non mollare. (…)» dove è evidente come sia il soggetto dell’attenzione del cantante il vero focus e soprattutto motore/attore del crescendo, nonché quanto nello stringere è forse piuttosto inconsciamente dipinto quale “catena” ma al contempo “scala” verso la vetta desiderata e comunque miccia d’una inibizione che eppure subito, nel “blaterare”, è mancata e si presenta lontana dalla “carica calamitica ed esplosiva” che possiede invece chi sconvolge e attrae a sé. 

Conferma dell’appena appuntato alla considerazione sono i versi successivi e cioè «(…) Siamo poesia, io il fiore tu la pioggia, io la frase tu l’autore, l’immagine che tu hai dipinto. (…)». La prima persona, l’io, si sente ed esprime tale soltanto nel ‘noi’ del “Siamo” ovverosia nella coscienza di se stesso e del proprio mondo soltanto se assieme a chi – nel legame con lui – funge da copula. Il ‘tu’ è, in “Siamo poesia”, chiaramente poiesis con significato di “creazione” che, come le onde sonore della musica, si propaga e trasmette non solamente stati d’animo a Biagio bensì gli conferisce valore nominale. Non nasce, né sboccia, né cresce mai alcun fiore senza ‘salvifica’ acqua che dall’alto, dal superiore dunque, discende; non v’è frase senza autore e nemmeno immagine senza pittore che, inevitabilmente, col suo sguardo più o meno assegna lineamenti e spessore a quel che per Biagio Botti si qualifica nel rapporto con l’altro sia genitore, Maestro o amante.