Seconda parte dell’intervista a Dario Iacono, Darko

di Giulia Quaranta Provenzano
Proseguiamo con la seconda parte dell’intervista ad Dario Iacono, trentuno anni tra due mesi. Giovane uomo, Darko, che non abbassa la testa non tanto per mostrarsi quanto piuttosto per osservare e preservare così i propri spazi, la propria bolla da estranee e brutali invadenze. Domani la terza e ultima parte della lunghissima intervista.

Dario Iacono, Darko come chiamato per la prima volta da alcuni bambini anni fa, attualmente è un agente di commercio per l’industria cosmetica Kaaral ma è stato un apprezzatissimo modello che può vantare la vittoria in innumerevoli concorsi, sfilate e pubblicità prestigiose quale ad esempio per Polar Sunglasses. A seguire il proseguo dell’intervista.

Darko, hai affermato che studiare è importante… A che pro e qual è il principale valore della formazione, a tuo avviso? Tu cosa amavi ed ami studiare soprattutto? Anche questa probabilmente potrebbe apparire una domanda con dell’urticante taciuto, implicito, dacché l’istruzione non è per esempio garanzia di impiego e non di meno non è con questo scopo che te l’ho rivolta, bensì semplicemente per sapere cos’è stato propulsore del tuo studiare. «A scuola mi interessavano parecchio alcune materie, ma per contro ne odiavo certe altre. Ero molto portato per le lingue e le discipline umanistiche, mentre andavo malissimo in matematica. La scelta di proseguire gli studi dopo il diploma fu dovuta, oltre alle ragioni di cui già detto – (prima parte intervista), al fatto che l’opportunità di apprendere nuove cose davvero mi attraeva e poi ero conscio del fatto che per lavorare avrei comunque avuto una vita intera …Ma ripeto, inoltre decisi di proseguire con l’Università perché volevo dimostrare a molta gente che anche l’ultimo della classe può raggiungere traguardi rilevanti e che l’essere andato, in precedenza, male a scuola non significava essere stupido o non poter avere un futuro. Sono pronto a scommettere che se uno qualunque dei miei ex compagni di classe si fosse trovato a quattordici o quindici anni nella situazione in cui mi trovai io non sarebbe durato nemmeno dieci minuti».

Da bambino “cosa avresti voluto fare da grande”? Ed ora che sei un giovane uomo, che ad aprile compirà trentuno anni, il tuo sogno è sempre lo stesso, ti senti almeno in parte realizzato? «È difficile da spiegare e di sicuro ancora di più da capire, ma ci proverò ugualmente. Da bambino, una volta divenuto grande, avrei voluto fare Batman. Ma c’è un’età dopo l’infanzia e prima dell’adolescenza, dagli undici ai tredici anni circa, dove realisticamente i sogni di un futuro probabile iniziano a formasi nella testa del ragazzo che si è, un ragazzo che scopre il mondo e scopre la vita. Ecco, io non ho avuto il tempo per poter immaginare, non ho avuto tempo per i sogni e dei piani realistici perché la mia vita perse senso proprio in quel periodo.Non mi resi conto subito della portata che avrebbe avuto il danno che mi fu inferto, ma ci ho fatto comunque i conti per tutta l’adolescenza. Quando dai sedici ai diciotto anni sentivo i miei coetanei parlare di cose per loro normali e del loro brillante e scintillante futuro, io sapevo che per me la strada da percorrere sarebbe stata ardua e di sicuro molto differente da quella della maggioranza degli individui. Anzi non c’era proprio una strada per me, non c’era mai stato neanche un percorso da me scelto. Ero troppo grande per essere un bambino, ma troppo piccolo per essere un uomo. Prima di compiere quattordici anni ricordo tuttavia che ero felice, ero vivace, integrato. Avevo l’argento vivo addosso, brillavo. Non potevo immaginare all’epoca cosa sarebbe successo, di come e quanto profondamente la mia vita sarebbe mutata da un giorno all’altro. Poi all’improvviso tutto crollò. Conobbi il freddo, l’abbandono, la fame, la miseria, la sconfitta, la solitudine. Imparai che è l’esistenza ad essere tale e che non ci sarebbe stato nessuno a (poter) salvarmi, non si può mai tornare indietro. Alcuni pensieri neanche mi sfioravano la testa prima di allora, non sapevo come si può stare tanto male. Le persone non capivano con cosa dovevo misurarmi, né interessava loro. Non è mai importato a nessuno e in fondo era giusto cosi. Ho delle reminiscenze di un epoca in cui avevo qualche sogno, qualche aspettativa dalla vita, ma non mi ricordo bene cosa si prova. I miei sogni sono stati bruciati tutti prima ancora che potessi vederli prendere forma».

So che lo sport ha sempre fatto parte della tua vita sin fa piccolo tant’è che – cito – hai imparato a nuotare prima che a camminare. Chi te lo ha insegnato? E poiché non abiti a Civitavecchia, la tua città di origine, ma a Pordenone senti nostalgia del mare e cosa rappresenta esso per te, vi sei affettivamente legato? «Mia madre mi iscrisse a nuoto che ero piccolissimo. Mi piaceva tantissimo e mi ha anche fatto molto bene. Non vivo più a Civitavecchia ma non l’ho mai scordata, vi scendo ogni anno e continuerò a farlo. Ho così tanti amici lì che mi aspettano e mi accolgono a casa loro …Civitavecchia resterà sempre la mia città, il luogo dove fui felice, dove tutto era bello, dove conducevo una vita con un senso. Ho moltissima nostalgia del mare, soprattutto perché io abitavo in una casa praticamente attaccata alla spiaggia. Serbo ricordi di lunghe estati caldissime passate per l’appunto al mare, da aprile a ottobre, sotto il sole, ad arrampicarmi sugli scogli, a giocare con la sabbia, a fare il bagno nell’acqua blu sotto il cielo azzurro. Oggi, quando ci torno, immancabilmente rivedo un posto dove davvero fui felice e dove i ricordi si accavallano. È una sensazione assai strana, perché da un lato è bello ma dall’altro… gli unici momenti gioiosi che rammento sono anche quelli che mi fanno soffrire, ché so che non torneranno più, sono finiti per sempre; non mi è rimasto che il loro ricordo». 

Hai praticato poi tanti anni kickboxing e da cinque ti dedichi alla palestra, al sollevamento pesi in quanto stare sul ring non era proprio il massimo, se si vuole lavorare con la propria immagine e fare il modello. Cosa ti spinse a praticare tale combattimento di origine giapponese che combina le tecniche di calcio tipiche delle arti marziali orientali ai colpi di pugno propri del pugilato? «Quando arrivai a Pordenone, come accennato, ero solo e non avevo amici. Una volta un bullo grande e grosso mi umiliò in corriera davanti a tutti per una questione futile e mi sbatté la faccia sul vetro del finestrino. Tutti risero di me, non avevo modo di difendermi. Così decisi di imparare l’arte della kick boxe. Appresi dunque come difendermi, che era una questione di sopravvivenza dacché non avevo nessuno che mi avrebbe aiutato in caso di bisogno. Nel corso degli anni diventai anche bravo e mi tolsi non poche soddisfazioni. La kick boxe mi insegnò moltissimo altresì a livello umano. Molti anni dopo ho ritrovato quel bullo in un bar. Mi ha chiesto scusa e si vergognò di quanto commesso contro di me».

Posso domandarti come mai a quattordici anni ti sei trasferito al Nord, ove integrarsi è stato arduo e tutt’ora ancora non ci sei riuscito del tutto a causa del razzismo dilagante? Razzismo che ha quale origine e “movente” una presunta superiorità che, personalmente, mi inorridisce e trovo insensata oltre che crudele – come pure trovo non agghiacciante nell’accezione di paralizzante per la sottoscritta, dal momento che lo combatto da che ne ho memoria, ma del tutto inammissibile ogni pretesa di categorizzazione su presupposti che sono in ogni caso arbitrari (qualsiasi norma è convenzionale in quanto è tale soltanto perché in passato e/o attualmente è stata accettata dalla maggioranza e/o regolata da chi detiene il potere decisionale e pretende di normare il singolo). «In prima istanza mi trasferii a Gemona e solamente l’anno dopo ci recammo a Vivaro, in provincia di Pordenone. I motivi del mio trasferimento da Civitavecchia a Gemona invero preferisco tenerli per me, ma posso dire che fu un trasferimento inaspettato e velocissimo. Da un giorno all’altro la mia vita cambiò per sempre. A Gemona integrarsi fu semplicemente impossibile. Venni accolto a sputi, letteralmente. “Roma ladrona”, “romano di merda”, “terrone”, “burino” furono le prime cose che si preoccuparono di dirmi. Il mio accento era un problema, il mio modo di vestire era un problema, la musica che ascoltavo era un problema. Non andava bene niente di me, ero un pesce fuor d’acqua. Non capivo una sola parola di quello che dicevano, il friulano è una lingua vera e propria, non è possibile da comprendere se non lo si conosce e vi parlavano apposta in modo che non potessi partecipare alle discussioni. Mi impedirono addirittura di prendere parte alla recita scolastica perché non lo parlavo (col senno di poi, fu un gesto criminale da parte del preside e dell’insegnate!). Mi sentivo in un’altra nazione, in un altro mondo, mentre desideravo soltanto farmi degli amici perché avevo perso tutto ed ero solo, soffrivo e nessuno se ne curava. Erano tutti menefreghisti, tutti sentivano, tutti vedevano ma nessuno faceva niente. Ragazzi, adulti, genitori, insegnanti, non alcuno a muovere un passo verso di me. Venivo solamente attaccato, provocato o deriso. Gli effetti che questo trattamento ha sulla psiche di una persona, in ispècie a quell’età, sono devastanti eppure la cosa era largamente tollerata e ben radicata nella mentalità della gente in quegli anni. Non si rendevano forse conto del male che in questa maniera si fa al prossimo. Ed è così che divenni cattivo, è così che iniziai a conoscere ed abbracciare quel sentimento noto come odio. Si impadronì di me, bruciando, mi ha nutrito e alimentato per anni. La vendetta e la violenza entrarono ben presto nella mia vita e divennero l’unica soluzione ai problemi, creando quelli che sono i mostri. Quando lasciammo Gemona per Vivaro giurai a me stesso che non vi sarei tornato mai più e ho mantenuto fede a ciò. Vivaro non di meno seguiva la falsa riga di Gemona, fu durissima anche lì ed ancora oggi, nonostante ci siano stati notevoli passi in avanti rispetto al 2004, il razzismo è presente e dilagante. Negarlo è inutile. Alcune cose non cambieranno mai, sono radicate nel pensiero collettivo. Pordenone invece, a mio avviso, non è una città razzista; la mentalità di città è molto diversa dalla provincia e dalla campagna, dalla montagna».

Hai dichiarato «Ero emarginato e denigrato (…) Dagli sputi alle botte, agli insulti (…) Tuttavia le stesse ragazze che mi davano del “cesso”, ora mi chiedono di uscire e gli stessi ragazzi che mi davano del “terrone”, ora mi chiedono di allenarli. La rivincita è arrivata con il tempo». Tu sei un ragazzo in grado di perdonare o no, e perché dell’uno o dell’altro? «Credo fermamente che le persone possano cambiare. Io ne sono la testimonianza vivente… Per perdonare ci vuole tantissima forza, il perdono l’ho accordato ad alcune persone in passato però non  perdonerei più».

Rimanendo in tema “seconda prova” fidanzarti o diventare amico di chi ti ha fatto del male pensi di poterlo concedere loro? Pensi ovvero effettivamente che una persona – a prescindere dalla propria generosità che fa sì che si annulli in sé qualsiasi desiderio di vendetta, di rivalsa, di “punizione” –  possa cambiare radicalmente oppure alla fine “il lupo perde il pelo ma non il vizio”? «Sì, penso davvero che si possa cambiare nel corso della vita. Radicalmente, alle volte. Credo comunque che valuterei la persona per quella che risulta essere di fronte al momento, mi sincererei su se è sempre la stessa o se invece è in effetti cambiata e agirei di conseguenza …Ma rimane che la fiducia spesso scotta».

[Continua…]

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