di Giulia Quaranta Provenzano
Iniziamo a presentare oggi un giovane uomo che ha fatto della volontà di rivincita il proprio motore propulsore. Determinazione ed impegno al timone di una vita a pieni polmoni e che, come l’elemento slavo dar – che vuol dire “dono” – possa davvero essere tale.

All’anagrafe Dario Iacono, ma conosciuto quale Darko: quale ne è il motivo e l’origine, cosa ti ha cioè indotto ad adottare per designare te stesso una sorta di soprannome? «Ci sono più motivi che hanno contribuito all’adozione di questo nome, esso non è stato scelto da un giorno all’altro. Furono alcuni bambini ad assegnarmelo, dunque la paternità è loro più che mio il merito. Durante l’estate del 2014 lavorai come animatore presso un Punto Blu viaggi e turismo, io adoro i bimbi e i piccoli adorano me ed infatti ogni giorno mi facevano tanti disegni, sui quali vi scrivevano sopra “darko” o drago. Alcuni anni dopo, anche a causa di certe vicissitudini, tale appellativo si è rivelato perfetto per descrivermi e quindi ho deciso di “rispolverarlo”. Alle volte proprio i bambini vedono cose che al contrario gli adulti non notano …i bambini dicono sempre la verità!».

Come ti descriveresti ad oggi come persona ed in quanto modello? Spero mi perdonerai se questa, subito, può forse apparire come una domanda provocatoria ma che tuttavia non lo è nell’intenzione; piuttosto vorrebbe stimolare a riflettere insieme sul fatto se sia meglio rigettare ogni tentativo di descrizione perché induce pericolosamente a circoscrivere e limitare il sé, quindi se essa non sia soltanto ed invero in parte veritiera esclusivamente nell’istante in cui la volontà porta a dipingersi in quel certo qual modo chissà se per piacere e per il bisogno di stabilità e sicurezza che taluni, talvolta, sentono fondamentali o comunque di volere… «Quello di modello è più tosto un ruolo, una parte di quello che sono e di ciò che ho fatto. Le sfilate, le foto, i concorsi sono stazioni del mio percorso, ma non ne sono la sua totalità. Tale carriera non mi circoscrive né limita, perché non fu il bisogno di stabilità o sicurezza che mi spinse a partecipare ai primi concorsi, bensì il desiderio di rivalsa e curiosità. Non posso comunque negare che sia stato piacevole e soddisfacente vincere tanti concorsi, ma le motivazioni che mi hanno spinto a farlo erano appunto tali da farmeli vivere come un momento di crescita e un’opportunità personale, non come un’esibizione di me stesso o una costruzione per aumentare il mio ego. Sono difatti rimasto con i piedi ben saldi a terra, cosa necessaria in quanto il detto è un mondo bellissimo e parimenti pericoloso se non si hanno dei valori e una forte personalità – si rischia ossia di divenire solo un affascinante oggetto, privo di contenuti».

Un percorso di studi, il tuo, che – dopo il Liceo Scientifico – ti ha visto laurearti in Giurispudenza. Da cosa è stata dettata la scelta di tale indirizzo, vale a dire la decisione di intraprendere la detta facoltà all’Università Telematica Pegaso? Ed ancora, con quale intenzione e con quali aspettative hai compiuto questo iter formativo, cosa ti interessava ed interessa della Legge? «Scelsi la facoltà di Giurisprudenza per varie ragioni. Dopo un’adolescenza ed un percorso scolastico a dir poco disastrosi (sono stato bocciato tre volte e mi hanno espulso da due differenti scuole) volevo dimostrare a molte persone quali ex compagni, ex professori e maldicenti vari che anch’io potevo non di meno raggiungere i miei traguardi. In quel periodo inoltre volevo dare il meglio di me per una persona che al proprio fianco meritava un uomo di successo, e scelsi così Giurisprudenza per arrivare proprio a quel successo, alla faccia di tutti dacché nessuno avrebbe mai scommesso niente su di me. La scelta di UniPegaso fu dovuta al fatto che la mia carriera da modello stava ingranando bene e avevo la necessità di lavorare e studiare. UniPegaso fu una delle migliori scelte che potessi compiere».

Non hai fatto mistero di aver attraversato un periodo della tua vita piuttosto cupo e per l’appunto “dark”, periodo che ti ha fatto perdere una parte di te fino, presumibilmente, a mutare la direzione della tua esistenza e a cambiarti la vita. Puoi e vuoi spiegarci meglio a cosa fai riferimento con ciò? «Faccio riferimento a due periodi in realtà, di cui il primo dal 2004 al 2011. Ci ho messo anni solo per capirne le conseguenze, l’eredita che mi avrebbe lasciato. Ad oggi non posso affermare di averlo superato completamente, alcune cose succedono, non vi è un senso, non c’è giustizia e null’altro quanto invece unicamente un insieme di avvenimenti casuali, che scorrono, uno dietro l’altro. È nel novembre del 2018 che poi è iniziato il secondo periodo, del quale all’opposto mi sono subito accorto. Lo chiamo “dark” perché non saprei come altro definirlo ma alcune parti di me sono rimaste al trascorso e pur so di essere una persona diversa da allora, da quanto ha avuto, ha e porta un peso. Non sono più Dario, quel Dario è morto con ciò che devetti affrontare. Ci sono episodi della vita che impoveriscono, incupiscono, privano del più importante bisogno e perciò fanno perdere. Ci sono stati degli avvenimenti che hanno radicalmente mutato la direzione del mio percorso tant’è che ho abbandonato sia la carriera da avvocato, sia quella nel campo della moda, non essendo più la strada adatta a me. Penso sia necessario accettare le cose, poiché è inutile cercare sempre un senso visto che l’esistenza non ne ha a mio parere… E soprattutto molte volte non c’è il lieto fine dei film». 

Hai inoltre rivelato che nutri la passione per la musica non predominante oggi ed in generale in termini di popolarità tra gli ascoltatori, di prediligere ossia il genere musicale dark ove vi è prevalenza del colore nero, di derivazione tipicamente anglosassone, contraddistinto da temi decadenti e in particolare da una ricorrente idea della morte o da un misticismo espresso con linguaggi e simboli derivati dalla religione. Ci indichi qualche cantante o gruppo musicale che sei solito ascoltare e con cui senti un’affinità interiore? «Sono sempre stato attratto dal non commerciale, dal non convenzionale, dall’insolito. Sono un grande appassionato di musica hardcore ma non mi limito a quella. La mia collezione personale vanta la presenza dei Mayhem come dei Backstreet Boys. Per me, condividere alcune canzoni è un gesto molto intimo. A volte mi esprimo meglio con una canzone che non a parole. In ogni caso vale la pena scindere la musica hardcore, che è la mia vera passione, da tutto il resto. Per gli appassionati del sound essenziale, così chiamo l’hardcore, sicuramente consiglio DJ Tron che è fra i miei artisti preferiti assieme agli Armageddon Project, Ophidan, Angerfist. L’hardcore viene prima di tutto per me, mi è insita, l’ho sentita dentro fin dal primo ascolto. L’hardcore è irrazionale, nessuno che canti o parli, niente testo, niente di predefinito, niente regole, solo il suono selvaggio che mi ha rapito da subito. Per quanto riguarda il resto della musica, ricordo che rimasi sconvolto quando ascoltai l’album “Disintegration” di The Cure – il brano “Plainsong” [https://youtu.be/8ofquR1F5mg], “Pictures of You” [https://youtu.be/UmFFTkjs-O0]  e “Untitled” [https://youtu.be/vaIPFZoHA4] in particolar modo. Una menzione anche a XXXTentacion che considero a tutti gli effetti un genio. Canzoni come “Wing Ridden Angel” [https://youtu.be/HfcysXIZMbA] e “Snow” [https://youtu.be/hhsz6Z4hPk] mi hanno dato tantissimo, la sensazione di riuscire ad esprimere quello che sentivo ma che non sapevo dire altrimenti».   

E a riguardo di religione credi in qualche divinità, in un’entità ultraterrena ed invisibile? Sei praticante? «Non credo in alcun Dio, né in un senso all’esistenza umana».

A proposito invece di colori, ho una curiosità ovvero in casa di che colore preferisci circondarti (ad esempio nella tinta delle pareti e dei mobili) come anche nel vestiario qual è il colore che ami maggiormente indossare? «Non ho un colore preferito. Nel mio armadio tuttavia c’è molto nero perché è sempre elegante, ma non soltanto quello visto che non mi soffermo troppo sulle tinte mentre piuttosto guardo come l’indumento mi sta addosso».

Oltre che modello, sei agente di commercio per una ditta di prodotti per parrucchieri. Svolgi quest’ultima attività professionale perché ti piace il settore e/o per una differente motivazione come ad esempio per la sopravvivenza e perché, magari, trovi qualche particolare attinenza tra il settore moda e bellezza/estetica e non ti dispiacerebbe entrare in contatto con referenze che potrebbero forse risultare e rivelarsi ancora utili e propedeutiche al tuo nuovo ingaggio in sfilate, tv etc.? «Indubbiamente il settore e l’ambiente lavorativo in cui mi sono immesso mi piacciono, inoltre sono libero da orari e vincoli. Essere libero professionista ha sì degli svantaggi, però anche numerosi aspetti positivi: la mia giornata è sempre diversa, mai noiosa e le possibilità sono illimitate come altresì i risultati meritocratici… Certo è da poco che me ne occupo, la vita è imprevedibile e strana. Il mio attuale è un mondo che mi pare parecchio lontano dalla moda, senza evidenti connessioni fra la professione di rappresentate e quella specifica di modello». 

Perché ami o chissà, oramai sol più per tua scelta, amavi sfilare, perché ti piaceva l’idea di andare in tv, insomma perché desiderare una carriera in questi ambiti? Cosa provavi dentro di te su una passerella, davanti ad un obiettivo fotogafico, su un set o in diretta? «Onestamente non ambivo ad una carriera vera e propria nel mondo della moda. Partecipare ai concorsi, vincere, migliorare e poi vincere ancora e ancora è stata più che altro una scommessa con me stesso. Amavo sfilare per una questione di rivalsa personale. La rivalsa di chi non ha mai avuto nulla, di chi era sempre emarginato perché bruttino, “sfigatello”, povero, diverso dai più. Ricordo che una volta in una sagra nel mio piccolo paese vidi un modello che sfilava in intimo e tutte le ragazze lo guardavano estasiate. Pensai che non fosse niente di che, tutto fumo e niente arrosto. Pensai che avrei potuto stare su una passerella  anch’io e che se un giorno fossi arrivato a sfilare sarebbe stato un traguardo non da poco per me, ma la gente rideva. Quando infine mi sono deciso, e ho cominciato ad impegnarmi per fare il modello, ho poi riso io. Col passare del tempo, acquisendo sicurezza e dimestichezza, pratica, i concorsi e le sfilate, la televisione, il pubblico, le foto sono diventati abituali. Niente ansia, niente paure, niente esitazioni. Fu il modo più appropriato ed incisivo di tappare la bocca alla gente cattiva e superficiale alla quale per la maggiore sfugge come tutto sia solamente immagine. Spesso si diventa belli agli occhi delle persone perché si sfila su una passerella con dei riflettori puntati sopra, perché si è chiamati modello e non perché effettivamente si sia diventati migliori di prima. Questo la dice lunga sulla mentalità di troppi. Io in fondo sono rimasto sempre il medesimo, è cambiata unicamente l’immagine che ho di me e la percezione che si ha di me…».
[Continua…]