Oggi per la rubrica “Racconti e Poesie” ospitiamo un componimento di Federico Sangalli introdotto dalla risposta a una domanda postagli dal nostro redattore Jacopo Scafaro.
That’s it
di Federico Sangalli
a cura di Jacopo Scafaro

L’amore verso la scrittura, massimamente per la poesia, l’ho sempre avuto. Definirei lo scrivere come un atto naturale, pari al mangiare. Ogni mia poesia nasce da un pensiero intero che vorrei potesse essere un bene comune, non per eletti o specialisti ma, come un qualcosa senza il quale la vita sarebbe peggio, anche per chi non la legge. Quando penso alle mie poesie, immagino dei piccoli sassetti lanciati fuori, piccoli balzi racchiusi nel loro margine, rotondi. Il suo che producono è solo mio, s’è insediato nel mio corpo-mente e mi ci siedo sopra col pensiero in modo totalitario. Nella parola scritta, mi rivelo all’altro, mi affido alle sue mani. Il pensare pensato ingloba il tutto, quello scritto solo il particolare. Amo la poesia perché è dotata di un’ambiguità superiore rispetto alla prosa e alla narrativa – o meglio, non davvero – ma nella poesia perdura quell’aura di mistero, una zona fosca e cupa che si sottrae al chirurgico giudizio della logica. Scrivere per me, è una necessità tanto umile quanto imperiosa.

Questo risponde Federico Sangalli, quando chiedo cosa sia per lui la poesia.
Questo giovane ragazzo con un passato da insegnante di inglese e francese, oggi lavora come linguista, pubblicista, versionista e scrive poesie per riviste e portali.
Dopo una Laurea a pieni voti in Interpretariato Parlamentare di Conferenza presso l’Università IULM di Milano e diverse ricerche nell’ambito della letteratura Novecentista, tra cui l’ultimo lavoro “Falliti e Inetti nel romanzo del 900′: uno studio comparativo dell’Opera Dubliners di Joyce e Senilità di Svevo” decide di consacrare tutti i suoi sforzi nella scrittura, anzi, nella poesia.

Facevi quelle scale con una scura 
nostalgia – atrabiliare
e t’aspettavo col fiato corto,
ma eri così assorto in quel tuo salire
quasi bestialmente mortale
che solo raggiunta la porta mi vedevi
improvviso agnello da incornare.
Ma io da toreador esperto
rapido mi levavo e tu incornavi 
nella foga la poltrona,
e allora te ne stavi lì,
annebbiato e disperso.

E poi mi stendo nel tepore rinascimentale
del cappello.
Tiepido cervello orizzontale,
comunque insoddisfatto.
E allora si leva, corre arioso e veloce
verso  l’oleoso unguento
d’un algido pensare
ch’è verticale.

E poi sento voci vaste,
voci ampie e lontane.
Loro vietano l’ingresso al mattino,
avversità del fuori,
ma sono la paura
del giorno e dei rumori.

Quel morire così terrestre,
 le meraviglie dormienti,
le costellazioni assopite,
la sirena, gli incendi, i cacciator,
quel vociare, quelle voci
che affondano nella tua terra.
Io le vedo, le sento da lontano,
mi sporgo dalla finestra
dell’ultimo piano.
Ma non scendo, non si può senza le scale,
saltando poi,
mutilo e zoppo 
non potrei camminare.
A fatica cerco di vedere
il mare.