di Giulia Quaranta Provenzano
La nostra collaboratrice Giulia Quaranta Provenzano, grande appassionata di pellicole storiche e biografie, oggi ci propone alcune riflessioni nate guardando il film “JUDY”.

Risale al 2 ottobre 2019 la prima data di uscita, nel Regno Unito, del film “JUDY” diretto da Rupert Goold ed interpretato da Renée Zellweger. Pellicola, questa, adattamento cinematografico del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter che narra gli ultimi mesi di vita della straordinaria cantante ed attrice Judy Garland, sul finire di una carriera sfolgorante che tuttavia – iniziata giovanissima nella veste di Dorothy del MAGO DI OZ – ne ha però profondamente consumato anima e corpo.

Un mix di fama e successo, come è stato ripetuto ad iosa, fra Oscar e Golden Globe e non meno intessuto di battaglie con il suo management e dal rapporto con i fan e musicisti, il tutto tra amori tormentati e sulle note del dramma famigliare per cui si trasferì a Londra. Proprio nella capitale inglese, Judy regalò al pubblico alcune delle performance più iconiche della sua carriera, come quando intonò la famossissima “Over the rainbow”.
Ed in fondo, a dispetto di qualsiasi sfumatura, io credo che ciò che la rese impareggiabile e ne eterna ancora il ricordo sia proprio la sua sovente e spesso in conclusione impacciata anima ribelle dacché troppo buona e sensibile, un’anima tanto travagliata e sola – pur e proprio in mezzo a palchi su palchi – come non può non essere quella di chi rimane (di fronte a tutto e tutti) genuina e trasparente nei propri chiaroscuri. Qualsiasi eccesso in lei invero a camuffare, tentando di stordire, opposte infinite tensioni delle quali eppure sono dell’idea che non riuscì comunque mai a fare a meno poiché eccessivamente lunga ed ampia la distanza che corre tra essere e potenza, tra il qui ed ora e l’immaginato.

In balia del sognante e fiducioso desiderio, connaturato alle interiorità più profonde e dagli incessanti contrasti, sono quasi certa che Judy cercò sempre proprio quell’“Oltre l’Arcobaleno” che è metafora di qualcosa di bello e prezioso che non poteva accettare non l’avrebbe attesa al di là di ogni temporale e dopo ogni pianto e che tuttavia forse nemmeno davvero fu per lei mai un poco liberatore …Perché sì, in Judy, riscopro tutti quei tormenti che pungolano senza sosta anche me in uno scarto troppo marcato tra necessità ambiziosa e dura realtà (che imbriglia in primis quella che avrebbe potuto essere fantasia dell’ulteriore).

Ecco allora che, lungi dalla sottoscritta dare per sicuro alcunché, mi domando chi avrebbe voluto essere Judy e se non abbia avuto ragione L. Frank Baum nel sostenere, nel suo romanzo THE WONDERFUL WIZARD OF OZ, che «Un cuore non si giudica da quanto tu ami, ma da quanto riesci a farti amare dagli altri». Dunque costui traspose anticipatamente in letteratura la scoperta dei neuroni specchio per cui quel che siamo lo esterniamo immancabilmente in un rimando e riflesso tale da venir captato dal prossimo che, così, secondo analogie emozionali matura quella considerazione che solamente l’altro può restituire come veritiera del sé? Non so, rimane il fatto che l’esistenza a mio avviso dipende da fattori che secondo il loro ordine e relazione con operandi e segni cambiano il risultato  per il quale ognuno porta il personale apporto.