di Giulia Quaranta Provenzano
foto GQP
La fotografa d’arte Giulia Quaranta Provenzano, in art GQP, ci offre una sua riflessione sulla fotografia, un’arte per la quale Giulia nutre da sempre un viscerale amore.
Giulia Quaranta Provenzano

“(…) Un amore così grande/ Un amore così/ Tanto caldo dentro e / Fuori intorno a noi/ Un silenzio breve e poi/ In fondo agli occhi tuoi/ Scrutano i miei (…)” recitava il testo scritto da Antonella Maggio nel 1976, canzone nata su richiesta del maestro Detto Mariano che ne curò l’arrangiamento per la prima versione cioè quella incisa da Mario Del Monaco e poi reinterpretata da illustri esponenti della musica italiana quali Luciano Pavarotti, Andrea Bocelli, Claudio Villa, Francesco Renga. Ma a chi dedicherei io questa canzone? Senz’altro alla fotografia, per la quale un viscerale amore nutro da sempre tant’è che sono solita ripete che sono nata con la macchina fotografica in mano, vicino al petto (e nell’altra mano, la penna).

Come la mosca nella tela del ragno

Sì, perché nessuno mi ha indirizzata verso tale arte nonostante anche mio papà non abbia mai disdegnato le macchine fotografiche, ma anzi fosse solito scattare lui le fotografie durante le gite, ai compleanni, ai matrimonio etc. prima che nascessi e poi iniziassi a farlo io per mia iniziativa e non per volontà d’emulazione dal momento che, fino a prova contraria, non v’è essere umano che possa sapere quel che lo ha preceduto a meno che non gli venga riportato…
Credo che una delle più preziose prerogative, nonché motivo per cui si ama quest’arte sia che permette di eternare quanto per sua natura c’è di inevitabilmente effimero e al contempo inestimabile: l’esistenza stessa! In un clic viene cristallizzato quell’attimo s-fuggente che è il rincorrere per tutta una vita se stessi, gli altri e determinati obiettivi, sebbene ciascuno li declini secondo differenti sfumature e verso varie direzioni.

Borgo Marina

Ogni scatto che si fissa nell’album dei ricordi è tassello che si sente come guadagnato e “messo in saccoccia” e che, seppur talvolta soltanto inconsapevolmente, dà una qual certa illusione di stabilità al bisogno di punti fermi e conquiste che non di rado l’essere umano va cercando nel suo di continuo precario equilibrio sul filo di destabilizzanti interrogativi ed incertezze.
Io, personalmente, mi trovo spesso a notare prospettive insolite e dettagli che si palesano a me immediatamente accattivanti senza andarvi in cerca. Diciamo che per mia fortuna posseggo spontaneamente una sorta di “occhio metafisico” che facilita il mio spaziare tra arte fotografica paesaggistica e still life (i cui oggetti non ho neppure bisogno di disporre su sfondi artificiali o secondo composizioni studiate a tavolino al fine di creare giochi di forme e luci), sino ad arrivare a ritrarre volti con espressioni densamente significative e tipiche gestualità peculiari del soggetto immortalato quanto per larga parte impercettibili prima alla maggioranza.

Insegnami a sognare

Ho inoltre spesso prediletto, quando si trattava di mostre Collettive e Personali, il proporre fotografie d’arte a tema sociale perché sono del parere che chi ha un dono debba metterlo al servizio del prossimo, debba condividerlo, stimolando alla riflessione che diversamente (se, vale a dire, non viene sollecitata) è rara laddove e poiché comporta un ingente dispendio d’energia, attenzione e tempo in cui mettersi in discussione accantonando ogni proliferante egoismo ed infestante narcisismo.
Poche sono invece le mie opere con uomini e donne in carne ed ossa. La maieutica tanto cara alla sottoscritta ha necessità di un focus al di fuori dell’ego e dell’invidia per sollecitare alla ricerca soggetti il più possibile oggettivamente pensanti, fintanto da indurli a provare a ricercare la verità in sé per dopo trarla fuori dalla propria anima e verificarla nel confronto coll’esterno (al singolo individuo).

She

Questo tuttavia è solo uno dei motivi di codesta mia scelta artistica, sino ad oggi, ché non si nasconda altresì il fatto che purtroppo da troppi la fotografia è ancora considerata un’arte secondaria rispetto alla pittura e i costi che un fotografo deve sostenere per ingaggiare fotomodelli o attori professionisti non è semplice coprirli con il ricavato di un’eventuale vendita dell’opera …ad ogni modo, non vuole essere questa occasione di sterili polemiche.

Cinderella

Ed ecco infine che desidero concludere questo scritto sottolineando quanto, al contrario, in un’efficace comunicazione con tutta probabilità non servirebbe ma trattandosi qui di mettere in comune, attraverso la parola e non in immagini, un mio pensiero lo espliciterò: la Fotografia non è svago e non è ri-creazione propedeutica alla distrazione, la Fotografia è conoscenza e responsabilità dacché ove c’è un presente v’è volontà ed  impegno, forma e contenuto attenzionati e da attenzionare qual portatori d’un significato che la prima (ossia la forma) del secondo (ovvero del contenuto) costituisce messaggio. L’esoscheletro e cioè la forma è appunto portatrice,e a tutti gli effetti significativa, essa stessa di informazioni e dunque sostanza, messaggio.