di Antonio Scafaro

Venti righe per parlare della SPERANZA.
Un’impresa ardua.
Analizzando gli scritti degli antichi, dai greci, ai romani, dai grandi filosofi di fine secolo fino all’attuale Papa Francesco, si nota che la speranza assume, agli occhi degli uomini, caratteristiche diverse.
I greci la custodivano nel vaso di Pandora quale panacea per l’umanità, i romani la veneravano come una dea, Spinoza giudicava l’uomo libero solo se si liberava della speranza che impedisce all’uomo di raggiungere la perfezione, per i cristiani la speranza è la promessa della resurrezione, Papa Francesco la definisce “una virtù rischiosa” perché non predefinita ma da guadagnarsi con una vita retta e per Papa Benedetto XVI è “Un dono della Fede”.
Ma per noi comuni mortali, che di filosofia e di dogmi abbiamo nozioni perlopiù scolastiche (almeno per me) cosa rappresenta la speranza?
La Speranza è la vita, diciamo che è l’ultima a morire perché ci aggrappiamo ad essa nei momenti bui, ci dà la forza per superare le difficoltà.
Senza di essa la vita perderebbe lievito, la speranza è la felicità, è stimolo per il futuro.
Pip, il protagonista di Dickens in “Grandi Speranze” vive sognando un posto migliore nella società, tutti noi abbiamo dei sogni che vorremmo realizzare ed è grazie alla speranza che riusciamo a superare gli ostacoli che la vita ci oppone. Essa dunque rappresenta il cuore pulsante della nostra esistenza, dei nostri sogni e quindi del nostro futuro.
Guardiamo dunque a quest’ àncora, come la rappresentavano i cristiani, con fiducia, sia la nostra volontà a prevalere sul destino e coltiviamola durante tutta la nostra esistenza, non permettiamo alla vecchiaia,come spesso succede, di rinunciare a questa grande “virtù”.