di Fabrizio Capra
L’attuale Rondò d’la Furca, a Torino, è lo spiazzo in cui a metà ‘800 venivano effettuate le esecuzioni capitali per impiccagione.

Il Rondò d’la Furca a Torino è uno dei luoghi più visitati dal turismo esoterico anche se non vi sono tracce del passato.
Il nome indicata lo spiazzo circolare tra corso Regina Margherita, corso Principe Eugenio e corso Valdocco (la zona dove avvenivano le sepolture).
Durante il Regno di Sardegna in questo spiazzo, creato dopo l’abbattimento delle mura (decretate da Napoleone I il 23 giugno 1800, qualche giorno dopo la famosa battaglia di Marengo), era collocato il patibolo, installato di volta in volta, per dare luogo alle esecuzioni pubbliche per impiccagione, casualmente un’area che si trova non distante da piazza Statuto dove veniva messa in funzione la ghigliottina, la “beatissima”.

La “furca” rimase in uso fino al 1863 mentre non vi è certezza sull’anno di entrata in funzione anche se alcune fonti affermano che sia il 1835.
Questo nome però non è mai stato assegnato dal Comune; Rondò d’la Furca deriva dalla tradizione popolare che l’ha tramandato fino ai giorni nostri e, ancora oggi si continua a chiamare comunemente così (esiste con questo nome una fermata dei mezzi pubblici).
Quando la “forca” era in funzione la zona era “aperta campagna”: si trattava di un vasto slargo circondato da grandi pini che rendevano l’ambiente sufficientemente buio e tetro, in grado di ospitare molti spettatori (che al termine dell’esecuzioni si gettavano sulla corda della forca per trarne auspici per il gioco del lotto).
Inoltre era attorniato da prati, fossi, pozze e poche case.

foto Giusy Virgilio

Era stato scelto anche per la sua vicinanza alla prigione che si trovava in quella che oggi è via Corte d’Appello.
L’esecuzione capitale era preceduta da un’usanza che aveva tutto il gusto di un rituale sacrificale: al condannato venivano legati capo e mani, poi saliva sul carro in compagnia del sacerdote.
Tale carro percorreva, in mezzo alla folla, le vie della città verso il luogo d’esecuzione pubblica, preceduto dai confratelli dell’Arciconfraternita della Misericordia, fiancheggiato dai carnefici e seguito dai soldati, mentre la campana municipale cadenzava la marcia.
Arrivata l’ora dell’impiccagione, il Sindaco della Misericordia bendava gli occhi al condannato e don Cafasso, Il Preive d’la furca come veniva chiamato dai torinesi, concedeva l’assoluzione e faceva baciare il crocefisso.

foto Giusy Virgilio

Oggi all’angolo con Corso Regina Margherita è possibile ammirare una statua, eretta nel punto esatto in cui una volta c’era il patibolo, dedicata alla memoria di don Giuseppe Cafasso (1811-1860), divenuto patrono dei condannati a morte per il sostegno spirituale incondizionato che offrì a tutti coloro che salivano sulla forca, incurante che fossero colpevoli o meno.
Il monumento venne eretto nel 1961, voluto dai carcerati di tutta Italia ed eseguito dallo scultore Virgilio Audagna (1903-1993): l’opera raffigura il Santo nella caritatevole estrema opera di conforto a un condannato.