di Antonio Scafaro
Il libro di Marcello Veneziani libro “Vivere non basta. Lettere a Seneca sulla felicità”, e un suo passaggio in particolare, portano a una riflessione sul padre e sul momento della sua perdita e del vuoto che lascia.

Quando muore tuo padre tu vai in prima linea, non puoi più nasconderti dietro di lui, devi guardare in faccia la vita e la morte, cessi di essere figlio e ti senti ormai solo, interamente padre”.

Marcello Veneziani

Rileggete queste righe ancora una volta, però con calma, e vedrete quanta verità c’è in questa delicata espressione di pensiero.
Non so se parole più belle siano state scritte per descrivere il vuoto che lascia la perdita di un genitore.
Marcello Veneziani, giornalista e scrittore, è l’autore di questi versi, tratti dal libro “Vivere non basta. Lettere a Seneca sulla felicità”, nel capitolo “Sui padri e sui figli”.
Il libro è stato pubblicato nel 2001, due anni dopo la morte di mio padre.
Lessi il libro tutto d’un fiato, mi ritrovai in ogni parola, in ogni descrizione, mi fu anche di aiuto perché non mi sentii solo nel mio dolore, i suoi sentimenti erano i miei.
La perdita di un genitore lascia una crepa nelle fondamenta della vita di ognuno di noi, alcuni riescono a ripararla, altri ci convivono, ma la stabilità emotiva spesso perde l’uniformità.

Antonio Scafaro

Il padre, fin da quando siamo cuccioli, rappresenta il recinto dentro cui culliamo la nostra vita in tutta sicurezza, questa nuvola di protezione ci accompagna sempre, anche il genitore ottantenne rimane il punto fermo della nostra esistenza, e neppure la sua fragilità, che il tempo inesorabilmente gli affliggerà, farà diminuire la nostra fiducia in lui. La sua sola presenza, indipendentemente dall’età e dalla fisiologica decadenza fisica, sarà la nostra assicurazione contro le difficoltà della vita.
Lo riassume, in modo sublime, Marcello Veneziani, in queste parole scritte in occasione del conferimento a suo padre della medaglia d’oro di benemerito, per la scuola e la cultura: “l’affetto e l’onore tributato a un padre avanti negli anni fa parte del nostro alfabeto elementare, universale, dell’amore filiale, reso ancora più tenero dall’età veneranda”.
È un binomio esistenziale: la sua presenza assicura la nostra serenità.
Ma quando il genitore ci lascia, crolla il muro di protezione che ci eravamo costruiti dalla nascita e da quel varco entreranno i demoni, da sempre presenti nella vita di ognuno, ma che la figura paterna teneva lontano caricandoli sulle sue forti spalle, per alleggerire l’esistenza ai propri figli.
L’istinto di sopravvivenza fa sì che la mente superi l’esperienza, forse più intensa nella vita umana, il lutto. Come una ruota che gira, saranno poi i figli che provvederanno a riparare la breccia, perché la vita alterna i ruoli, tu figlio diventi il muro di cinta, il cerchio di protezione, diventi tu padre, il faro cui i tuoi figli guarderanno con fiducia, quando saranno persi nella nebbia della vita.

Ma questo nuovo ruolo, ereditato naturalmente, non riuscirà mai a riparare definitivamente la ferita che la perdita del genitore ha lasciato nel tuo cuore e allora spesso sopravvivi, pur sapendo che la sopravvivenza rende infelici, perché toglie linearità all’esistenza.
E allora noi esseri viventi, che trascorriamo la nostra esistenza su un globo che gira sempre su sé stesso, dobbiamo guardare alla nostra vita con questa filosofia, la vita fa il girotondo, i padri sono stati figli, i figli diventeranno padri, tutto ritorna sempre agli albori. 
Anche la vita!