Riceviamo e pubblichiamo
Nel castello della Val di Sole la  mostra di stampe del grande artista olandese visitabile fino al 1° novembre.

Castel Caldes ospita da qualche giorno una preziosa mostra dedicata ad una raccolta di incisioni realizzate da Rembrandt e provenienti dalla collezione Lazzari Turco Menz, donata nel 1924 al Municipio di Trento, e conservate al Castello del Buonconsiglio.

La mostra, visitabile fino al 1° novembre 2020, illustra l’opera grafica del maestro olandese nato a Leida nl 1606 e morto ad Amsterdam nel 1669.
Della quarantina di fogli presenti nella raccolta del museo, collegati al maestro olandese, sedici esemplari sono tirati dalle lastre originali di Rembrandt e con carte filigranate che ne confermano l’autenticità e la datazione, come La Morte della Vergine o L’Autoritratto del 1633.
L’esposizione intende pertanto approfondire la conoscenza, la fama, la diffusione ma anche la fortuna dell’illustre maestro olandese, la cui geniale forza espressiva ha lasciato tracce indelebili e profonde nell’ambito della storia artistica.
Riuscite molto belle, intagliate di buon gusto e fatte di buona maniera”, così il Guercino nel 1660 descriveva con entusiasmo e ammirazione le acqueforti del  “gran virtuoso” Rembrandt, esprimendo un giudizio che sarebbe stato condiviso da generazioni di artisti, da Giovanni Benedetto Castiglione, a Stefano della Bella, al Piazzetta, a Piranesi e che avrebbe alimentato una straordinaria passione collezionistica, di cui la raccolta Lazzari Turco Menz, uno dei più eloquenti episodi di collezionismo privato, ne è indubbia conferma.

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Formata da Karl Paul von Menz (1778-1847), appartenente a una nota famiglia bolzanina, animatrice nella città atesina della vivace stagione musicale di fine Settecento, la raccolta di incisioni, ereditata successivamente da Simone Turco Turcati (1803-1861), è giunta al Castello del Buonconsiglio nel 1924, “riunita in varie teche o ripari di cartone”,  grazie alla disposizione testamentaria del musicista Raffaello Lazzari (1845-1924), marito di Giulia Turco Turcati (1848-1912), figlia di Simone e pronipote dello stesso Menz.
Costituita da poco più di un migliaio di fogli essa comprende, oltre agli esemplari a stampa collegati al nome di Rembrandt, qui esposti, una ricca selezione di opere di autori di area fiammingo-olandese, tedesca, francese, spagnola e inglese, e tra i nomi più ricorrenti si segnalano quelli di Sadeler, Cort, Bloemaert, Bolswert, Vorsterman, Lucas van Leyden, Aldegrever, Dürer, Callot, Mellan, Audran.
L’esposizione punta l’attenzione su alcuni dei grandi temi privilegiati da Rembrandt, tra i quali il ritratto, in cui si riflette l’intenso e appassionato studio dell’animo umano con una scrittura grafica originalissima eseguita, secondo il commento di Filippo Baldinucci, con “certi freghi e freghetti, e tratti irregolari e senza dintorno, facendo però risultare dal tutto un chiaroscuro profondo e di gran forza”(1681-1728).

Un segno estroso, sciolto e rapido, e una forte ombreggiatura, caratterizza l’Autoritratto con cappello e sciarpa al collo, mentre l’Autoritratto con Saskia, che nell’impostazione richiama il Ritratto di Baldassar Castiglione di Raffaello, rivela la forza evocativa della lezione del Sanzio, di cui Rembrandt conosceva l’opera, attraverso una serie di stampe di traduzione contenute nei cosiddetti “libri di prestigio”, appartenuti alla collezione personale del maestro di Leida.
Un clima di calda e silente intimità si respira altresì nell’acquaforte Tre teste di donna di cui una addormentata, datata 1637, in cui le sfumature morbide, coniugate a un tratteggio sottile e quasi abbozzato fanno immaginare una elaborazione del soggetto direttamente sulla lastra, come un piccolo taccuino, sul quale Rembrandt delinea velocemente le proprie impressioni, afferrando la mutevolezza degli stati emotivi.
Nei fogli dedicati alle storie dell’Antico e Nuovo Testamento l’artista riesce a catturare l’essenza drammatica degli episodi attraverso forti contrasti chiaroscurali, particolarmente evidenti nel Cristo e la Samaritana (1634) o nel Gesù caccia i mercanti dal tempio (1635) in cui la storia, compressa entro un fitto intreccio di linee vigorose, è percorsa da fasci di luce che irrompono nella scena con uno straordinario effetto teatrale.

Nella maestosa impaginazione scenografica della Morte della Vergine (1639), ispirata alla omonima incisione di Albrecht Dürer, Rembrandt raggiunge uno dei suoi vertici espressivi: la corale partecipazione dei personaggi, assiepati intorno al letto, protetto da un enorme tendaggio, viene descritta con un attento studio dei sentimenti, delle emozioni e del dolore, sottolineato da un deciso segno grafico e dallo squarcio luminoso che scende dall’alto, repentino, ad indicare la solennità dell’evento e con quella particolare maniera “tutta fatta di colpi strapazzati e replicati, con gran forza di scuri” (Filippo Baldinucci).
 La sezione dedicata alle stampe di traduzione derivate dai dipinti di Rembrandt, con opere di Bernard Picart (1673-1733), Ferdinand Landerer (1745-1795), Christian Gottfried Schultze (1749-1819), Georg Friedrich Schmidt (1712-1775) e Johannes Pieter de Frey (1770-1834), testimonia la grande fortuna incontrata dal maestro e permette di compiere un affascinante percorso nella storia della grafica europea, scoprendo i segreti di questa complessa tecnica artistica che, come affermava Francesco Milizia alla fine del Settecento, “per mezzo del disegno e dei tratti delineati e incavati su materie dure imita le forme, le ombre, i lumi degli oggetti visibili e può moltiplicarne gli impronti per mezzo dell’impressione”.