Riceviamo e pubblichiamo
Un incontro svoltosi nei giorni scorsi a Milano nell’ambito delle conferenze organizzate da Bayer e Unasmi ha tracciato un identikit della violenza sulle donne.

Sono ancora troppe le persone che subiscono violenze, specie tra le mura domestiche. Spesso le vittime chiedono aiuto troppo tardi o non fanno in tempo a rivolgersi alle persone giuste, perché isolate, impaurite o non sanno come muoversi. Ma com’è possibile evitare questi drammi, e soprattutto riconoscere l’identikit di un rapporto patologico?
non chiamatelo amoreNe hanno parlato, in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, nel corso dell’undicesimo incontro di Conosciamoci Meglio, tenutosi lo scorso 21 novembre, al Centro Comunicazione Bayer (Viale Certosa 130) con l’appuntamento dal titolo “Non chiamatelo amore: Identikit di un rapporto patologico“.
Questo undicesimo incontro, realizzato da Bayer Italia con il patrocinio del Comune di Milano e in collaborazione con UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione), ha visto protagonisti: Luca Vincenzoni (Commissario capo Questura di Milano – divisione anticrimine), Mario Mancini (Endocrinologo dell’Ospedale San Paolo di Milano), Elisabetta Sala (volontaria C.A.DO.M. – Centro Aiuto Donne Maltrattate Di Monza) e Stefania Bartoccetti (Fondatrice dell’Associazione Telefono Donna).
Dal 1° gennaio al 18 settembre 2019 la Procura ha ricevuto oltre 4000 fascicoli per violenze domestiche. In otto mesi, le denunce sono raddoppiate rispetto alle 2021 del 2018, oltre alle 1151 per stalking, 574 per violenze sessuali e 34 per violenza su minori già riportate per il 2018. È l’allarme del Commissario capo Questura di Milano – divisione anticrimine – Luca Vincenzoni: “Per quanto ci riguarda, noi cerchiamo di essere presenti anche nelle fasi successive alla denuncia, esortiamo a chiamare nel caso in cui si verifichino ulteriori episodi di violenza e parallelamente informiamo l’autorità giudiziaria circa la maggiore esposizione della vittima. In più diamo tutte le informazioni relative agli apparati, i centri antiviolenza, in cui è possibile trovare assistenza psicologica, supporto morale e un ambiente protetto”.
Proprio il Commissario Capo meneghino ha illustrato le numerose iniziative realizzate negli ultimi anni dalla Questura di Milano nel campo della prevenzione della violenza contro vittime vulnerabili: il Protocollo Zeus, l’intervento che invita gli autori di violenze sulle donne a sottoporsi ad un percorso di recupero trattamentale, e il protocollo E.V.A. (Esame delle Violenze Agite), procedura che consente agli equipaggi di Polizia di intervenire su casi di violenza domestica sapendo se ci sono stati altri episodi in passato nello stesso ambito familiare.
“Questi protocolli rappresentano un grande passo avanti. Se ben applicati, possono davvero permettere di ridurre quell’escalation di violenza che poi possono arrivare anche ad estreme conseguenze. E possono aiutare ad affrontare anche altri contesti molto delicati, perché generalmente la vittima è una donna, ma non mancano casi in cui sia padri che madri vengono maltrattati dai propri figli, o viceversa” – continua Vincenzoni.
Sono 1.783 le donne che l’anno scorso si sono rivolte ai centri antiviolenza convenzionati con il Comune di Milano. Di queste, la maggior parte (911) ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni, mentre 403 sono giovani ragazze under 30 a cui si aggiungono anche 46 persone non ancora maggiorenni e 46 over 70.
logo“L’abbassamento dell’età delle donne che si rivolgono al centro antiviolenza è un segnale importante – spiega Elisabetta Sala, volontaria C.A.DO.M. – Centro Aiuto Donne Maltrattate Di Monza – perchè significa che le giovani donne sono più consapevoli delle situazioni di violenza che possono vivere e ciò le spinge a chiedere aiuto in tempi più brevi e non dopo anni e anni di violenze. C’è un sensibile aumento anche del dato di donne più anziane che subiscono violenza da parte dei figli. L’associazione D.i.Re, di cui facciamo parte, riunisce in un unico progetto più di 80 organizzazioni di donne che affrontano il tema della violenza maschile sulle donne secondo l’ottica della differenza di genere”.
La rete antiviolenza sostenuta dal Comune di Milano, che oggi comprende 9 Centri antiviolenza e 9 Case rifugio, ha organizzato al suo interno anche gruppi di lavoro tematici su donne violenza e disabilità, su violenza e donne con background migratorio, su violenza e luoghi di lavoro e sulla comunicazione.
Ma in che condizioni psicologiche arriva la donna che si rivolge ad un Centro Antiviolenza e come esce alla fine del percorso? “È difficile generalizzare, ma  si può affermare che la donna che arriva nel nostro Centro ha una bassissima autostima e un senso di colpa e di vergogna per la violenza che subisce o ha subito nel corso degli anni. Noi puntiamo sostanzialmente al rafforzamento delle parti di quella donna che sono state indebolite e mortificate nel corso di anni di violenza che spesso è intra-familiare.” – prosegue Stefania Bartoccetti, Fondatrice dell’Associazione Telefono Donna.
In aggiunta ai Centri Antiviolenza, gli operatori sanitari svolgono un ruolo di grande rilievo nell’identificazione e nella prevenzione dei casi di violenza contro le donne. In seguito a violenze o abusi, infatti, il pronto soccorso ospedaliero diventa un punto di accesso preferenziale per la donna percossa o vittima di violenza sessuale ed è proprio in tale contesto che il personale sanitario deve intervenire per soccorrere i soggetti che vi arrivano spesso in un forte stato confusionale.
“Viviamo in una società pervasa dalla violenza di genere. Che sia fisica, psicologica o nella subdola forma della discriminazione, sul lavoro come nella società. I giovani replicano le strutture comportamentali a loro famigliari, e se queste implicano la violenza, è molto probabile che diventeranno persone violente – commenta Mario Mancini, Endocrinologo dell’Ospedale San Paolo di Milano – La recente legge del Codice Rosso ha introdotto nuovi e importanti strumenti a tutela delle donne vittime di violenza, ma resta un problema culturale. Dobbiamo educare al rispetto le nuove generazioni, far capire loro cosa sia giusto, affinché non applichino gli errori dei loro genitori».