La Capra Enoica (Fabrizio Capra)

falanghina campi flegrei vignetoSe vuoi bere del vino spenderai un sesterzio; del buon vino te ne costerà due; ma se vorrai il magico Falerno dovrai essere pronto a pagarne sei”: così scriveva Marziale parlando dell’antenato del Falanghina, il Falerno Bianco.
Ho scoperto questo vino, il Falanghina, in modo abbastanza casuale, degustandolo qualche volta come aperitivo in un bar di Alessandria e già ci sentivo dentro tutto il “calore” e la “seduzione” della sua terra di origine, che allora non avevo mai visitato, ma che immaginavo “intensa” e “profonda”.
Proprio come decantava Cicerone in una sua vena poetica: “…firmissimum, generosum ac praecipue bonitatis” (robustissimo, generoso e di precipua bontà).
Poi per lavoro mi capitò di partecipare a un convegno nella splendida Paestum, in un hotel nella zona degli scavi: il primo giorno si pranza, tutto a base di pesce, in uno stupendo ristorante sempre in zona scavi, il Simposium, mi pare di ricordare che si chiamasse così, e poi cene e pranzi in albergo: tante specialità locali quasi sempre annaffiate da “goduriose gocce di ottimo Falanghina” ma anche da altri vini che non ho disdegnato di assaporare, però era il Falanghina a ipnotizzarmi al punto di continuare a versarne nel bicchiere: non so perché il bicchiere continuavo a vederlo sempre mezzo vuoto e pensare che di solito sono sempre abbastanza ottimista.
E così, in questo modo, ho avuto l’occasione di assaporare questo vino anche nella sua regione di origine, un qualcosa di necessario per comprenderne, rievocando i fasti del suo glorioso passato, ancora di più la sua potenzialità e il suo vigore degno delle popolazioni campane,.
falanghina vigneti legati al paloE allora come non dare ragione all’indimenticabile Luigi Veronelli che definì questo vino “un autentico e prezioso gioiello”.

ORIGINE DEL NOME
Una prima versione afferma che il nome deriva dal greco “falangos”, poi in latino “phalange” o “phalanx” ovvero “legata a un palo”, ovvero dove le viti venivano legate per sostenerle secondo il sistema di allevamento puteolano, tipico degli antichi campi ardenti dei greci, terra magica e leggendaria, sfondo dell’epica Gigantomachia.
Alcuni studiosi, invece, sostengono che partendo dall’antenato del Falanghina ovvero il “Falerno Bianco”, il nome deriva nell’evoluzione del termine “Falernina”.
Esiste un’ulteriore versione, questa nemmeno troppo convinta, dove si afferma che il termine greco-latino “Falange” è da interpretare come “Falangetta” del dito al quale l’acino sembrerebbe assomigliare.

LA STORIA
Sempre Marziale scrisse nei suoi “Xenia”: “De sinuessanis venerunt Massica prelis: condita quo quaeris consule? Nullus erat”. Ovvero: “Questo vino massico è venuto dai torchi di Sinuessa. Mi chiedi sotto quale console fu imbottigliato? Non c’erano ancora i consoli”… il primo console romano risale al 509 a.C.
Pertanto ci troviamo al cospetto di un vitigno molto antico, proveniente da ceppi greco-balcanici, introdotto in Campania dagli Aminei, popolo pelagico, e che trovò i terreni adatti alle pendici del Taburno e in alcune zone del Campi Flegrei.
falanghina antichi romaniTra gli antenati del Falanghina, come già detto, troviamo il Falerno Bianco lodato da Plinio il Vecchio, cantato da Cicerone, Orazio e Virgilio, bevuto, al tempo dei Romani, tra Pozzuoli e Cuma, servito durante i simposi per accompagnare le ricche portate.
Vino degli imperatori, mai assente alla corte del Regno di Napoli e inserito nella carta dei vini papale.
La prima descrizione in epoca moderna, datata 1804, è a opera di Columella Onorati, al secolo Nicola Onorati, frate francescano che contribuì all’evoluzione dell’ampelografia.
Nel 1825 Giuseppe Acerbi (esploratore, scrittore, archeologo, naturalista e musicista) ne descrisse le qualità e lo cita tra i“finissimi fautori di piaceri sublimi della gola”, poi il Falanghina entrò nel lavoro del 1829 del botanico Federico Corrado Denhart.
In quello stesso periodo trovò spazio nell’allora Orto Botanico Reale di Napoli.
Nel 1879 fu il cavaliere Giuseppe Frojo (professore di agraria) a descriverne il ciclo vegetativo e la vinificazione.
Abbandonato per molti anni ritornò in auge perché, grazie al suolo vulcanico dove veniva coltivato, il vitigno rimase indenne alla fillossera.
Nella seconda metà del novecento esplose definitivamente grazie, anche, all’adozione della denominazione d’origine controllata.
falanghina campi flegrei bottiglieNegli anni ’60 indagini sul Dna dimostrarono che esistevano, ed esistono tuttora, due vitigni geneticamente distinti: il Falanghina Beneventano o del Sannio e il Falanghina Flegrea, con il primo relativamente più recente.
La svolta è avvenuta, però, qualche decennio fa quando i piccoli produttori cambiando il sistema di allevamento ne migliorarono la qualità, diffondendone la vendita in bottiglia.
Nel 1989 fu istituita la denominazione Falerno del Massico Bianco Doc.
In alcune aree si possono trovare ancora vigne secolari, in particolare nei comuni di Montesarchio e Benevento.

UNA DISPUTA ANCHE PER IL FALANGHINA?
Il successo di questo vino attirò l’interesse di molti viticoltori da tutta Italia e portò a una vera e propria battaglia tra i produttori campani, che rivendicavano l’originalità della loro uva, e gli altri, che tentavano di approfittare del successo ottenuto dalla varietà campana. Furono coinvolte numerose personalità del mondo enologico italiano per avere pareri e analisi al fine di affermare la regionalità di quest’uva.
Ma la già citata origine dal “Falerno Bianco” ne fa indubbiamente una esclusiva campana.
Il fatto si svolse nel 1990 quando alcuni produttori di altre regioni ne rivendicarono la paternità, fatto che portò a una levata di scudi da parte dei produttori della Campania.
Giù le mani dalla Falanghina!
La Falanghina non si tocca!
La Falanghina è nostra!
Questo il grido alzato in Campania dai produttori che, capitanati dall’ing. Leonardo Mustilli, serrarono le fila e l’offensiva nemica fu bloccata.