Iniziamo oggi con il primo ed il secondo capitolo di “Amore oltre ogni confine”, il primo nato della scrittrice ligure Giulia Quaranta Provenzano che a tal proposito ha affermato «Ad “Amore oltre ogni confine” sono molto legata non soltanto perché sancisce il mio esordio editoriale e corrisponde al tempo di quelle che furono le più rosee speranze, ma soprattutto in quanto ha avuto una sostenitrice il cui bene sempre mi accompagna nonostante alcuni mesi fa ella sia tornata nel suo mai dimenticato Diano Borello IM, a San Rocco: mia nonna Maria Ardissone. Io non so definire l’Amore, ogni descrizione in un certo qual senso limita e circoscrive tuttavia mia nonna sicuramente lo ha personificato e dimostrato in ogni istante della sua vita ché ha saputo di continuo starmi accanto senza la minima invadenza e volendomi bene in maniera incondizionata, non per ciò che facevo o meno oppure per quella che risultavo essere ed ottenere bensì semplicemente in quanto ero la sua pulciotta. Grazie nonna Mariuzza, che il mio amore per te ti raggiunga ovunque tu sia!».
“Amore oltre ogni confine” è il primo romanzo breve di Giulia Quaranta Provenzano, scritto ed edito nel 2013 con il Centro Editoriale Imperiese. Da allora l’oggi trentunenne nostra collaboratrice non ha mai smesso di regalare emozioni. 
Amore oltre ogni confine”
 di Giulia Quaranta Provenzano

1. LONTANO, MA SEMPRE VICINOEra notte inoltrata ormai da diverse ore: le campane suonarono i rintocchi delle tre. Rosalie era molto stanca e aveva sonno, ma decise di fare un bagno prima di coricarsi nel letto aspettando di essere coperta dal manto avvolgente dei sogni. La giovane donna da diversi anni, circa sei, aveva preso l’abitudine di non andare a dormire se non dopo essersi nettata dalla spossatezza delle impegnative e sovente anche frenetiche giornate mettendosi a mollo tra sali profumati dalle fragranze orientali… quell’Oriente che aveva tanto desiderato raggiungere guardando nei grandi occhi color ebano dell’amato.

Tra una ruvida e meccanica carezza e l’altra di spugna, come condannata inesorabilmente proprio dalla propria anima meditabonda e riflessiva, Rosalie non faceva che appesantire un già gravoso carico di malinconia che la travolgeva involontariamente covando e ninnando in sé una domanda ricorrente. Subito, appena poggiata la punta del piede nella calda acqua trasparente, veniva tutte le notti risucchiata da un interrogativo vorticoso: che fine avrà fatto Leopold? lo rivedrò mai?

…A dire la verità, Rosalie incontrava praticamente sempre il caro Leopold mai dimenticato, e mai stretto a sé se non nella più rosea fantasia, nei suoi sogni notturni. Desiderava con talmente tanto ardore anche solo poter discorrere nell’oscurità con quella felice visione che, mentre si accorgeva di essere nelle braccia di Morfeo, sovente sperava di non svegliarsi più o, perlomeno, di comprendere il motivo per cui non si erano mai potuti amare dichiaratamente. 

Sì, perché Rosalie vedeva ogni volta in quella puntuale apparizione non una crudele e spietata casualità di tenebra bensì forse si illudeva che il tirannico destino fosse finalmente giunto a ripagarla per tanta sofferenza regalandole la spiegazione del dolore causato dalla lontananza e dall’eclissarsi improvviso di Leopold. Ecco però che puntualmente suonava la sveglia proprio quando l’Adorato le stava per rivelare il motivo per cui anni addietro non aveva trovato la forza di confessarle il proprio amore… Crudele il suono della sveglia, fedele soldato di un fato beffardo ed accanito contro di lei _ così si sgretolava ogni presunta serena rassegnazione portata e data da una motivazione per bocca del sovrano del suo cuore. Anche alla domenica, quando Rosalie poteva permettersi il lusso di non programmare il proprio risveglio, qualche rumore la faceva sempre trasalire nel momento chiave del sogno e questo repentino destarsi era sgradevole ed acuto come una puntura d’ape nel mentre si respira il delicato ed inebriante profumo di un fiore.

Dopo le dita delle estremità inferiori, a scivolare felinamente e con grazia innata nella rotonda vasca da bagno blu le cosce e poi a salire le altre parti del corpo di Rosalie consumato da quella lancinante domanda sull’ubicazione di Leopold e sulla probabilità di rincontrarlo avente come risposta sol un sordo silenzio. Nel far scendere un po’ di bagnoschiuma alla mirra, anche quella notte una coloratissima bollicina di sapone si librò nell’aria come se stesse prestando fede al tacito ed usuale appuntamento dato ventiquattro ore prima alla povera infelice. Rosalie osservò quella sottilissima sfera eppure tanto scintillante da sembrare non intaccabile nel suo brillare e pensò che in fondo le immagini che immancabilmente le apparivano nella nottata erano proprio come quel piccolo e bellissimo arcobaleno sferico: troppo delicate per poter avere su di esse la facoltà di accarezzarle e tenerle vicino secondo il proprio desiderio, tuttavia forti e tenacemente ammaliatrici. Come ogni bolla a contatto del freddo marmo si rompeva, così ogni mattina i suoi sogni in un attimo si infrangevano contro la rude e solida materialità del risveglio. Spesso Rosalie scongiurava di riuscire a dimenticare Leopold, ma invano, ed imprecava incessantemente di fronte all’impotenza umana in quanto non si ha sul passato neppure il diritto all’oblio.

2. L’INCONTRO MAI DIMENTICATO – Rosalie era una bella bambina di sette anni con lunghi capelli castani sempre raccolti in una soffice treccia che lasciava cadere lungo il viso, ad incorniciarlo, qualche ciocca dai riflessi ramati, ma era talmente tanto timida e riservata che la sua bellezza gentile passava il più delle volte inosservata. La mattina che anche dopo ventidue anni Rosalie non aveva scordato un solo istante era di pioggia battente. Erano circa le dieci, la piccola aveva i suoi intensi occhi verde smeraldo posati sul libro di storia quando qualcuno bussò alla porta dell’aula, l’ultima del lungo corridoio al secondo piano di un piccolo edificio. La maestra, prima di dire «Avanti!…», avvisò la classe che ci sarebbe stata una sorpresa per tutti e di certo sorpresa fu per la sempre pacata Rosalie: apertosi l’uscio, entrò un coetaneo dalla pelle color dell’ambra, i capelli scuri come la pece e due occhi d’ebano così intensi che sfavillavano come il fuoco, brillanti forse ancor più che le lame di un affilatissimo coltello appena forgiato ed irradiato dalla luce del sole. Nel cuore di Rosalie ci fu un sussulto e nel brusco trasalimento quelle due lame le trapassarono il petto che da allora non smise più di sanguinare di bramosia. Incontrato lo sguardo di Leopold, questo penetrò indelebilmente l’anima e la mente di Rosalie.

Il nuovo venuto si era trasferito nella località di montagna perché il padre, un ricco ed affermato imprenditore, voleva costruire lì una catena di alberghi – nel paesino natale di Rosalie – visto il suo essere parecchio isolata e perigliosa, tuttavia incontaminata e dalla vegetazione rigogliosa che prometteva un piacevolissimo relax per i personaggi dello spettacolo e per i più abbienti che avessero voluto godersi non solo un confortante riposo, bensì anche un po’ di privacy. Nonostante l’agiatezza materiale in cui viveva e faceva vivere la famiglia, Ferdinando, il padre di Leopold, era un uomo umile e mai altezzoso con alcuno, disinteressatamente disponibile e cortese con tutti in quanto di indole buona. La madre di Leopold invece era una “lady” tutto stucco e parrucco, seppure non ne avrebbe avuto per nulla bisogno in quanto la natura l’aveva dotata generosamente di innato fascino, da vendere. Margaret trascorreva le giornate idolatrando la sua immagine allo specchio, cercando di preservarla e migliorarla di continuo perché per lei il valore di una donna risiedeva praticamente tutto nella folgorante beltà. Era convinta che possedendo la bellezza si potesse ogni cosa su un uomo e certo l’avvenenza che la caratterizzava agli occhi di chiunque aveva giocato a suo favore nel calamitare l’attenzione veneratrice di quello che era presto divenuto, ormai da anni, il suo sposo. A questa smisurata ambizione e bisogno d’apparire, si sommava una non trascurabile e non inferiore sproporzionata mania di protagonismo.

Assorbita nella cura maniacale di sé, Margaret non lo era meno per quanto riguardava l’unico figlioletto maschio per il quale stava già forgiando nella mente e pianificando preventivamente un prototipo di fidanzata ideale, esteticamente molto simile a lei: alta, magra, con i lineamenti sottili, vestita sempre secondo l’ultima tendenza. Nessuna importanza avrebbe avuto se colta, o no, purché fosse assolutamente di famiglia agiata almeno quanto la loro (anche, possibilmente, parecchio di più!). Insomma una ragazza-immagine che, guardandola, facesse fare bella figura e fosse fonte d’invidia per qualsiasi uomo eccetto il compagno …Peccato come non si ricordasse più che proprio quella che da maritata era diventata una facoltosa signora dell’alta società, sebbene fosse sempre stata ammaliante ed ammaliata dall’accecante lusso, oltre che smaniosa di divenire una celebre attrice, era stata una bimba di umili origini e non aveva certo vissuto nell’agio sino a che non incontrò Ferdinando con il quale si era sposata subito e con il quale aveva avuto altrettanto subito Leopold. Margaret e Ferdinando si erano incontrati quando i genitori di lui, abbienti proprietari terrieri, comprarono la fattoria ormai in rovina in cui lei era nata e nella quale abitava con tre scapestrati fratelli.

A Rosalie quella donna dai boccoli corvini faceva una certa soggezione e ogni volta che la vedeva all’uscita da scuola abbassava lo sguardo, sentendosi a disagio. Margaret non era come le altre mamme dal paffuto viso affettuoso e mite, il suo volto color del latte era duro ed indagatore ed infatti, dal primo giorno in cui si era trasferita nel paese, si era messa alla ricerca di una “reginetta di bellezza” che potesse degnamente far compagnia al bellissimo erede nei giochi e compiti pomeridiani. Rosalie era davvero carinissima e molto intelligente, ma non avrebbe facilmente goduto della simpatia di Margaret poiché non era facoltosa e tanto meno non era una civettuola maliziosa come invece le sue compagne di classe che, quando passavano davanti alla madre di Leopold, sfoggiavano il loro più bel falso sorriso camminando come delle vere signorine altolocate. E, difatti, in quattro anni Rosalie non fu mai invitata neppure una volta a casa del compagno di classe.

Per tutti gli anni di elementari Rosalie alimentò segretamente una simpatia crescente per Leopold, ma dacché era una bambina riservata, gelosa dei propri pensieri e sentimenti, a tal punto modesta da essere addirittura dotata di poca fiducia in se stessa non la manifestò mai apertamente e così passò inosservata agli occhi dei suoi genitori, dei compagni di classe, delle maestre, di Leopold stesso. Ciò che però non sfuggì a Rosalie e nemmeno ignorò alcuna famiglia del paese fu la grande popolarità che il danaroso giovane rampollo guadagnò tra le fanciulle dell’istituto, anche fra le più grandi, tant’è che ad ogni San Valentino non mancavano di fargli avere loro foto con dedica o un disegno, qualche cioccolatino e biscotto a forma di cuore preparati con le mamme oppure un quadretto con i fiori di campo colti la primavera dell’anno precedente e messi a seccare appositamente per l’occasione.

Rosalie raramente aveva parlato con Leopold. Lo ignorava volutamente nel timore di non riuscire a mantenere il solito controllo su se stessa e di arrossire inopportunamente guardandolo faccia a faccia ma, mentre lei lo schivava fingendo antipatia per non doverlo avvicinare e venir avvicinata, il suo migliore amico – Robert – ne diveniva sempre più intimo. Robert e Rosalie si conoscevano da lungo tempo, da quando cioè, appena cominciato a camminare, iniziarono a giocare insieme. Quasi dirimpettai, le rispettive madri li portavano entrambi, alla medesima ora, nel parco sotto casa. Robert era benestante, proveniva da una famiglia che da oltre un secolo fabbricava mobili con il legno locale, e li importava all’estero, e per questo aveva avuto il tacito permesso dall’entusiasta Margaret di frequentare suo figlio. Rosalie, dalla sensibilità acuta, aveva capito che rischiava di perdere l’amicizia del suo amico di sempre e, involontariamente, divenne ancor più chiusa in sé e triste.

La scuola elementare finì e Rosalie continuò a giocare con Robert. Andava a casa di questi e viceversa però, senza volerlo, si ritrovò meno libera di essere se stessa. Si sentiva impacciata perché sapeva di condividere un amico prezioso con qualcuno che, come aveva enorme potere di seduzione sulla sua persona e su molte altre, poteva al apri non averne di meno su Robert fino al punto di dividerli catalizzandone tutto l’interesse. 

[Continua…]