Oggi per la rubrica “Racconti e Poesie” ospitiamo la seconda parte del racconto di Faber 61: “Il mistero del libro senza titolo”
Il mistero del libro senza titolo
di Faber 61
Riassunto: Vittorio Piana si trova nella biblioteca della dimora del conte Massimiliano Della Spada in attesa di essere ricevuto dal padrone di casa che lo aveva invitato. Vittorio si trova circondato da moltissimi libri alcuni dei quali antichi e che trattano argomenti particolari. L’arrivo del conte lo distoglie dall’osservare quel patrimonio cartaceo. Il padrone di casa preleva un libro dallo scaffale e invita Vittorio a seguirlo. (prima parte)

Usciti dalla biblioteca imboccammo un corridoio su cui si affacciavano delle stanze le cui porte erano tutte chiuse, generando, chiaramente, in me una certa curiosità.
Da fuori il palazzo mi era apparso uno come tanti altri, si notava che aveva i suoi secoli e che se li portava bene, però, al suo interno era un qualcosa di bello e misterioso al tempo stesso.

Giungemmo quasi al termine del corridoio senza che il conte aprisse bocca.
Massimiliano Della Spada si fermò e aprì una porta sulla nostra sinistra: da quel lato, se l’orientamento non mi ingannava, il palazzo si proiettava verso l’interno, un cortile o un giardino se ben avevo intuito quando avevo varcato il portone d’ingresso.
Il conte entrò nella stanza e con un gesto eloquente mi invitò a seguirlo, cosa che feci immediatamente.
Una volta entrato rimasi letteralmente a bocca aperta: il soffitto era completamente affrescato con scene che si rifacevano all’Olimpo e ai suoi Dei e, piacevolmente, alle sue Dee. Alle pareti erano appesi alcuni quadri di pregevole fattura che al primo colpo d’occhio si potevano datare fra la metà del seicento e il settecento.
Un imponente camino in pietra dominava la stanza dalla parete laterale sinistra, un manufatto che pareva originale e non una delle tante riproduzioni che venivano realizzate per puro vezzo tra fine ottocento e i primi del novecento.
La parete di destra era interrotta da una porta che sicuramente portava in una stanza adiacente, probabilmente per funzionalità collegata alla stanza dove in quel momento mi trovavo. La porta era sormontata da una lunetta lignea raffigurante una scena di corte settecentesca.
Di fronte a me una grande finestra dai cui vetri si intravedevano degli alberi: non mi ero sbagliato, quell’ala del palazzo era rivolta proprio all’interno, su un giardino vista la presenza di piante.
Lateralmente alla finestra, sulla sinistra, in direzione del camino c’era un divanetto a due posti, due poltrone e un tavolino basso nel mezzo. La parte della stanza sulla destra non aveva mobili che ingombravano il passaggio e ciò rafforzava la mia idea che al di là della porta c’era un qualcosa che era strettamente collegato a quella in cui ci trovavamo in quel momento.

Il primo pensiero che mi è passato per la mente mi diceva che quella era la stanza in cui il conte Della Spada riceveva i suoi ospiti.
«La vedo meravigliato» disse il conte.
«Devo proprio dire di si – risposti – questa stanza è un vero proprio gioiello da lasciare a bocca aperta e quello che la rende ancora più interessante è il fatto che si tratta di una stanza vissuta e non quei freddi locali museali».
«Grazie – replicò il conte – questa è quella che si può chiamare la mia stanza di rappresentanza. Al di là di quella porta c’è il mio studio privato, luogo dove pochissime persone hanno accesso. Ma non siamo qui per parlare del palazzo. Si accomodi – disse indicandomi una poltrona in particolare, quella che dava di spalle al camino – non rimanga lì impalato questa stanza rimane qui e quando tutto andrà a posto le prometto che le farò visitare tutto il palazzo».
Mi sedetti sulla poltrona che il conte mi aveva indicato mentre lui si accomodò sul divanetto.
«Vede, l’ho fatta accomodare su quella poltrona in particolare perché è  quella riservata, sempre, al mio ospite di riguardo. Da quel punto lei ha la visione di tutta la stanza e trasmette sicurezza alla persona che vi è seduta. E stia tranquillo che il camino non nasconde alcun passaggio segreto, lasciamo queste cose ai romanzi».
Accennai un sorriso, contraccambiato dal conte. L’aria era decisamente distesa.
Massimiliano Della Spada riprese la parola: «Veniamo a noi e al motivo del nostro incontro. Premetto che vorrei la totale segretezza e discrezione su ciò che andrò ad esporle».

Accennai una conferma inclinando leggermente il capo in avanti e il conte proseguì.
«Innanzitutto potevo farla attendere, mentre concludevo l’incontro che avevo fissato prima del suo, in molte di queste stanze ma ero certo che l’avrei stupita con la mia biblioteca segreta e poi per parlare con lei avevo bisogno di prelevare solo all’ultimo un libro, questo libro che stringo tra le mani, che vorrei mostrarle
Il conte rigira il libro tra le mani, lo apre e lo richiude, il tutto in assoluto silenzio mentre io attendo un suo gesto.
Poi, improvvisamente, torna a rivolgersi a me con un tono molto affabile e confidenziale: «Vittorio, la posso chiamare solo così…»
«Nessun problema signor conte» dissi e lui riprese a parlare: «Allora mi chiami semplicemente Massimiliano. Vittorio volevo chiederle di trattare questo libro con la maggiore attenzione possibile e poi le spiegherò di cosa avrei bisogno».
Terminato di parlare si alzò dal divanetto e mi porge quel libro misterioso e se ne tornò a sedere rimanendo in silenzio.
Mi ritrovavo con il “libro misterioso” tra le mani: non lo aprii subito come imponeva la mia curiosità, iniziai a osservare la copertina, il retro, il dorso, i lati dove si vedevano le pagine: nulla, non c’era scritto nulla.
Si trattava sicuramente di un libro molto antico e allora non si usavano le sovracopertine quindi era stata volutamente omessa la stampa oppure poteva trattarsi di una copia dove, per qualche motivo, la stampa stessa era saltata.
Guardai ancora più attentamente maneggiando il volume con la massima cura sotto lo sguardo compiaciuto del conte che dava dimostrazione del suo apprezzamento per come trattavo quel libro misterioso: nulla di nulla, non si intravedeva nemmeno un segno che poteva portarmci a qualche parola derivante da una impressione mancata.

Mi alzai avvicinandomi alla finestra e lo osservai alla luce: sempre nulla.
Tornai a sedermi e mi bloccai nel fissare quella copertina vuota.
«Vede Vittorio quello che ha fatto lei l’ho fatto anch’io e mi consola il fatto che se siamo in due a non vederci nulla vuol dire che non c’è proprio nulla da scoprire… forse».
Rimasi in silenzio: era proprio un bel mistero però sentivo che quel libro emanava delle vibrazioni non ancora decifrabili, non riuscivo a capire se positive o negative.
Osservai ancora un attimo il libro chiuso, quindi mi decisi di aprire la copertina e mi ritrovai di fronte una pagina bianca e la seconda di copertina completamente vuota. Scrutai quelle due pagine ma non c’erano segni.
Ancora una volta mi feci prendere dalla curiosità: girai il libro aprendo la controcopertina. Anche l’ultima pagina era completamente bianca e pure la terza di copertina.
Guardai molto bene però non c’era proprio nulla.
Scrollai la testa, rigirai il libro, lo aprii, sfogliai la prima pagina, quella bianca, mi bloccai sorpreso, guardai dritto negli occhi il conte senza proferire parola, riportai lo sguardo su quella prima pagina scritta e tornai a guardare il padrone di casa che, allargando le braccia, annuì.
Quel libro era proprio un mistero.
(fine seconda parte)

©Fabrizio Capra