di Giulia Quaranta Provenzano
Le opere del pittore originario della Lomellina sono esposte alla Patty’s Art Gallery e ci parla del sua arte nell’intervista rilasciata a Giulia Quaranta Provenzano

Luigi Cei è nato a Mede, in provincia di Pavia. Autodidatta, inizialmente nel suo percorso artistico è prevalsa la parte figurativa. Utilizzava non i pennelli, ma spatole e mani. Copiava dal vero e dipingeva nature morte, cestini con frutta, vasi di fiori. Per quanto però provasse a ritrarre i tali esattamente per come erano, alcuni particolari ne uscivano sempre diversi dall’osservato. Poi il pittore pavese è passato a rappresentare le città viste in orizzontale e verticale, scomposte e ricomposte, con porte d’ingresso aperte, finestre spalancate e pure chiuse, tetti a punta e l’uno sull’altro – tutto ciò, ha spiegato lo stesso Cei, come metafora dell’anima. Città che per Luigi sono “senza respiro, come senza respiro mi sembrava la vita cittadina. Senza lo spazio per alcuna fuga. Nella parte superiore del quadro il sole, la luna, le stelle (e talvolta persino tutte rappresentate insieme) sullo sfondo d’un cielo a volte chiaro mentre altre volte scuro, buio, tempestoso. Astri che si ha l’impressione si rincorrano, accavallino e sovrappongano come se il giorno e la notte fossero intercambiabili e potessero coesistere nel medesimo istante”.

È in questo periodo che Cei ha usato ogni tipo di materiale. Carta, pelle, stoffa, lustrini, passamanerie, pailette che ha tagliato, cucito ed imbastito. Dopo un po’ tuttavia si è stancato perché cercava qualcosa di più sintetico.
È ricercando un mezzo d’espressione più immediato, benché dettagliato, che Luigi Cei è approdato dunque all’attuale ricerca nel campo dell’astrattismo, materico. Un astratto, il suo, che lui spiega essere “il riassunto delle case, delle strade, dei pensieri sintetizzati e a sfociare in monocromi con forme e colori che si fondono, e combaciano a vicenda. Gioco con i gialli, con i verdi chiari e scuri, con gli sfumati e li mischio con sabbia, con terra e con qualsiasi altra cosa mi permetta di dare rilievo e consistenza. (…) Desidero comunicare con segni ed ideogrammi come a condurre un discorso con qualcuno (…); vorrei cioè quasi prendere per mano l’osservatore e illustrare così un percorso attraverso le mie emozioni, il mio vissuto, affinché gli rimanga memoria di me, un’eredità”.

Da ricordare come Luigi Cei abbia esposto in mostre Personali e Collettive, in Italia e all’estero. Solo per citarne alcune: l’esposizione nel 2003 a Vigevano e a Lignano Sabbiadoro ma anche, nello stesso anno e nel 2004, a Forte dei Marmi. Risale invece al 2005 la Collettiva presso la biblioteca comunale di Milano, al 2006 la Personale alla Camera di Commercio di Chieti e al 2007 quella nella sala consigliare del Comune di Cava Manara. Tra le sue esposizioni più recenti vi è l’emblematica “Antiche Forme e Nuovi Segnali”, a Cremona nel novembre 2015, ovvero una serie di opere in cui è evidente l’attento equilibrio compositivo di ogni elemento del ciclo. La Critica è stata concorde nell’affermare che «Le forme geometriche si dispongono con inesorabile esattezza ed armonia, dialogano e si rinforzano tra loro… Rettangoli, ellissi, triangoli, lùnule in una composta e ritmata coreografia di rette e curve simmetriche che, come in un caleidoscopio, trovano sempre nuovi movimenti e sospensioni». Ma nelle opere grafiche di Luigi Cei sono presenti, regolarmente, altresì misteriosi simboli e frecce indicative di opposte verticalità – simili a grafemi, geroglifici, rappresentazione segnica che sembra rimandare agli albori della parola scritta e della società umana. 
Il nitore e il rigore esemplare di Luigi Cei è stato inoltre occasione per rievocare, da parte di alcuni critici e storici d’arte, il movimento artistico MADI con il quale il creativo lombardo condivide la riproposizione di immagini all’interno di una dinamica che si affida alla razionalità dell’impianto. Quelle di Cei, al pari di quelle degli appartenenti al MAterialismo DIalettico, sono superfici costituite da variazioni minime dove la forma viene ripetuta in modo da ribadire la propria presenza con differenze minimali di tono, di spessore, di densità rispetto alla base del quadro. Il rapporto ottico con le immagini è quindi un rapporto interrogante e non affermativo (rari sono infatti anche i toni accesi!), quale è tipico appunto dell’arte astratto-geometrica. A seguire, ora, l’intervista a Luigi Cei, artista esposto presso la galleria d’Arte Contemporanea di Patrizia Stefani su https://www.pattys.it/it/.  

Buongiorno Luigi, ha voglia di provare a descriversi in quanto uomo ed altresì come artista? Personalmente credo che l’uomo e l’artista dovrebbero, in teoria, riuscire a intersecarsi in modo perfetto come i pezzi di un puzzle. Mi pare però, invece, che a volte sia molto arduo tanto da risultare contradditorio far coincidere i lembi caratteriali ed umani con quelli dell’arte. Ciò perché prevale, in quest’ultimo caso, il concetto di sogno che non necessariamente rappresenta il quotidiano – lasciando quindi una netta spaccatura tra l’una e l’altra situazione.
A Suo avviso qual è la caratteristica fondamentale ed imprescindibile dell’Arte? L’inventiva e la comunicazione, o meglio, una capacità di comunicare nuova, attraverso percorsi inediti e possibilmente mai intrapresi.
Per cosa si caratterizza, secondo Lei, un Artista con la A maiuscola? A mio parere, essere un artista con la A maiuscola può assumere ed avere mille significati. Può essere colui che è spinto da un buon gallerista; può essere colui che è così tanto in anticipo sui tempi da non essere capito oppure, all’opposto, può essere colui che è talmente in ritardo sui tempi che semplicemente fa, tuttavia, riproduzioni perfette. In qualsiasi caso, comunque, l’Artista con la A maiuscola è colui il quale tutti noi creativi vorremmo essere ma che della cui definizione pochi, un giorno, potranno fregiarsi.
Lei cosa ama maggiormente dell’Arte? Dell’Arte in generale, amo profondamente soprattutto quegli aspetti che si insinuano nei risvolti dell’anima facendone uscire emozioni che fino ad un momento prima (le) erano sconosciute. Può bastare una forma, un colore, una nota, una strofa, uno stralcio poetico. Tutto questo, per me, è arte.
Al di là delle impressioni soggettive delle persone “comuni” che guardano un’opera d’arte, Lei pensa che sia possibile per “gli addetti ai lavori” cioè per i critici e gli studiosi giungere ad un’unica vera interpretazione oggettiva dell’elaborato e di quanto l’artista ha voluto, forse persino inconsapevolmente, trasmettere con esso? Probabilmente sì …ma ci sono talmente tanti e, forse, troppi esempi su cui riflettere per comprendere che spesso l’interpretazione può cambiare dacché legata a stereotipi eccessivamente rigidi o personali, che lasciano spazio insufficiente all’espressione vera di un’opera.

Inizialmente nel Suo percorso artistico è prevalsa la parte figurativa. Si è mai domandato il motivo e la ragione, forse inconsci, del perché è partito proprio da lì? La parte figurativa è il punto di partenza più facile, perché permette di riprodurre quel che si vede più o meno fedelmente. È solo dopo l’acquisizione di tale fedele capacità riproduttiva che la mente e l’intuito conducono al conseguimento dell’abilità manuale e, dunque, si può cominciare a spaziare e dare maggior ascolto all’emozione piuttosto che alla vista.
Lei ha utilizzato non molto i pennelli, ma invece più spesso spatole e mani: da cosa è-stata dettata questa scelta? Talvolta, certo, ho utilizzato anche i pennelli… Ma la vera emozione, per quel che mi riguarda,  è quella che permette di trasferire la materia sulla tela con qualcosa che va-da al di là del pennello. Possono essere le mani o la spatola, in quanto è come entrare a far parte del dipinto con un passo diverso della propria anima.
Secondo Lei perché pur copiando dal vero e dipingendo nature morte, cestini con frutta, vasi di fiori, uscivano sempre diversi da come erano. Cosa, ovvero, indica questa sua modifica dell’osservato, pur volendo ritrarli senza alterazioni? La vista riproduce l’immagine fedele, il cervello la elabora e la mano agisce su queste trasformazioni (operate dagli stimoli della mente).
Successivamente è passato a rappresentare le città viste in orizzontale e verticale, scomposte e ricomposte, con porte d’ingresso aperte, finestre spalancate e pure chiuse, tetti a punta e l’uno sull’altro perché considerate metafora dell’anima. Come descriverebbe l’anima, vi è qualcosa di “religioso” nella Sua concezione d’essa? E che ruolo ha per l’appunto l’anima per un pittore come Lei? La religione implica un processo interno in cui, a mio avviso, è facile credere e rifugiarsi. L’anima invece è l’essenza. L’essenza che, si, riconduce al quotidiano; essenza intesa come esperienza degli umani rapporti con gli altri attraverso l’immediatezza di accessi (le porte) aperti, o chiusi, a seconda della volontà di comunicare, e pur di fronte a tetti aguzzi che rappresentano l’esasperazione delle difficoltà ad introdursi nel mondo altrui.

Sempre a proposito di anima, nella vita quotidiana e nella pittura, Lei è più cuore o ragione? E quali, secondo Lei, sono i punti di forza e di debolezza rispettivamente dell’istinto e della razionalità? Il mio carattere assolutamente razionale e poco emotivo, davanti alla possibilità di lasciarlo libero di correre per la propria  strada, diventa prevalentemente cuore con la pittura –  cedendo spazio, nel dipingere, alla parte emotiva che nella vita reale davvero poco mi appartiene.
Come le opere d’arte di un artista possono essere influenzate dalla realtà geografica, sociale, epocale e politica in cui vive ossia sotto che punto di vista e in che termini si è influenzati dal contesto? E nel Suo caso ne è stato e ne è influenzato? Il contesto in cui si vive sicuramente ha un’influenza. Nel mio caso però si riflette in modo impercettibile, perché credo di essere sufficientemente distaccato dagli eventi esterni quando dipingo… in modo da dare più spazio al sogno e all’immaginazione, cioè ad una interiorità libera e non condizionata.
Lei ha tagliato ed imbastito carta, pelle, stoffa, lustrini, passamanerie, pailette fino a provarne noia. Cosa le dava noia nello specifico e perché ricercare un mezzo d’espressione più immediato? La noia è scaturita dalla routine; noia che, anche nella mia vita di tutti i giorni, è abbastanza comune. La ricerca della comunicazione immediata è stata ed è una necessità, un modo per trasmettere concetti con un impegno formale meno costruito e più libero delle costrizioni.
Con l’astrattismo, materico Lei cosa vorrebbe comunicare principalmente, cioè qual è uno dei principali messaggi che – magari a posteriori – riscontra nelle Sue opere? Essenzialmente la semplificazione. Il piacere di togliere gli orpelli, le decorazioni e di andare dritto all’anima senza troppi fronzoli. Ritengo che la comunicazione debba essere priva di barriere, immediata e sincera, per cui gli steccati devono essere abbattuti a favore di una linearità diretta ed istantanea.
Nel Suo caso, attualmente, si sente più vicino all’Arte come espressione di sentimenti ed emozioni personali, Arte come terapia per vivere più sereni, Arte come riflessione sulla propria interiorità oppure Arte come opportunità di riflettere e far riflettere sulla contemporaneità a livello sociale? Porre dei confini non mi appartiene. Ciononostante il mio concetto di Arte comprende un po’ tutto ciò che è stato chiesto per la sua definizione, e il risvolto sociale è sicuramente quello a cui maggiormente propendo.

Cosa ne pensa del colore in generale? E qual è il colore che preferisce e perché di tale preferenza? Il colore, per me, è vita. Personalmente mi piacciono le tonalità giallo-arancio, quelle che appartengono alla terra, agli alberi, alla natura. Le tinte calde sono le mie preferite. A volte gioco con i neri e i bianchi, quasi per una sfida con me stesso, per provare che alla fine la barriera dei colori non esiste. Sono incuriosito dallo sperimentare, talvolta, i colori freddi, soprattutto le tonalità dei blu e dei verdi ma queste mi riconducono inevitabilmente alle tonalità che maggiormente amo… non ho mai capito bene il perché.
Cosa consiglierebbe ai giovani che oggi vogliono fare dell’arte la loro professione? Crede ovvero che basti volere qualcosa per poterla avere, per potersi dedicare ad essa oppure invece, secondo Lei, la quotidianità esige sempre l’arrivare a dei compromessi tanto che talvolta si è costretti a rinunciare ai propri sogni e si è costretti ad omettere quanto è in controtendenza con i tempi, con la società e con quanto non fa vendere? È tutto possibile. Si può dipingere per se stessi, per un gallerista, per il pubblico. Ai giovani cosa consiglio? Di studiare, di approfondire, di provare a trasmettere l’anima e di vederla da ogni prospettiva, da ogni direzione, ed infine di dare retta solo a se stessi.
Lei ha affermato che desidera comunicare con segni ed ideogrammi come a condurre un discorso con qualcuno e che vorrebbe quasi prendere per mano l’osservatore e illustrare così un percorso attraverso le Sue emozioni, il Suo vissuto affinché rimanga memoria di Lei, un’eredità. Perché ambisce all’eternità, e Lei fisicamente la desidererebbe? E che tipo di eredità vorrebbe lasciare, ovvero come vorrebbe essere ricordato? Vorrei essere ricordato come colui che appunto prende per mano, che ha qualcosa da trasmettere e da insegnare, che sia in grado di dare qualche consiglio ma anche di riceverli affinchè tutto abbia le sembianze di un ciclo con un inizio e una fine che si ricongiungono, ad affermare un discorso di continuità tra il donare e il ricevere, l’essere reale e il sognare, includendo le sensazioni e le emozioni di tutti coloro che vogliono percorrere un, questo, tratto di strada con me.
Lei ha partecipato a mostre personali e collettive… Cosa ne pensa di queste, ovvero qual è il motivo principale e con quale finalità un artista dovrebbe esporre pubblicamente? Penso che un artista dovrebbe esporre semplicemente per il piacere del divertimento. Io mi sono sempre divertito molto a fare esposizioni, a spostare quadri, ad ascoltare consigli e a sentirmi chiedere il significato di un dipinto. Ecco, vorrei proprio che prevalesse lo spasso e che questo potesse comprendere anche il sapersi un po’ prendere in giro.

I Premi, secondo Lei, cosa aggiungono in più all’essere artista di un pittore, di uno scultore, di un fotografo, di un ballerino, di un attore, di uno scrittore, di un poeta, di un regista, di un cantante, di un musicista etc.? I Premi ovvero sono importanti per un artista, e se sì perché? I premi aggiungono l’attimo, l’evanescenza, lo spazio di un respiro ma terminano subito per lasciare posto ad un buco, ad una voragine, che va da ciò che si è fatto fino al quel momento a ciò che si vorrebbe fare, e a ciò che gli altri si aspettano si faccia.
Lei cosa ne pensa della “democrazia dell’arte”: è cioè giusto che tutti si possano alzare una mattina e dire di essere artisti? Quello che desidero chiederle è se, secondo Lei, qualsiasi elaborato può essere chiamato opera d’arte. Ritengo che un’opera d’arte, per essere “autenticata”, abbia bisogno del trascorrere del tempo. Ciò che si definisce oggi “opera d’arte”, potrebbe non esserlo tra qualche anno. A qualsiasi elaborato artistico occorre cioè la decantazione ed infine la sedimentazione per capire se davvero ha lasciato un segno oppure se era ed è presto destinato a svanire nel nulla.
Da bambino amava l’arte? No, da bambino non amavo l’arte. Nessuno mi ha incanalato e accompagnato a capire e apprezzare le varie forme artistiche. Le ho scoperte da solo ritrovandomi, poco più che ragazzo e senza alcun motivo in particolare, con un pennello in mano a dipingere le nature morte. Dipingevo ciò che vedevo fuori dalla finestra ed era per me semplicemente riprodurre delle forme, che potevano pure assumere colori e connotazioni differenti dall’osservato. Forse è questo il motivo per cui ho continuato a dipingere.
Qual è un pensiero o un insegnamento di vita che ha piacere di condividere con noi? Sono tanti i pensieri che vorrei condividere, come altresì lo studio, l’analisi profonda, la ricerca delle motivazioni, l’espressione del colore, la costruzione delle forme, la tipologia di materiali e numerose altre cose ancora…

La critica è stata concorde nell’affermare che «Le forme geometriche si dispongono con inesorabile esattezza ed armonia, dialogano e si rafforzano tra loro… Rettangoli, ellissi, triangoli, lùnule in una composta e ritmata coreografia di rette e curve simmetriche che, come in un caleidoscopio, trovano sempre nuovi movimenti e sospensioni». Da cosa nasce e perché questo Suo uso delle forme geometriche? Le forme geometriche sono un riassunto semplificato e diretto di un pensiero lungo e tortuoso che, grazie ad esse, può invece essere brevemente sintetizzato e trasposto.
Nelle Sue opere sono presenti, regolarmente, anche misteriosi simboli e frecce indicative di opposte verticalità – simili a grafemi, geroglifici, rappresentazione segnica che sembra rimandare agli albori della parola scritta e della società umana. Cosa ci può dire a questo proposito, e perché ha optato per ciò? Le miesono indicazioni e luoghi verso cui dirigersi, posti presso cui sostare. Credo che l’essere umano abbia bisogno dell’indicazione di una direzione verso la quale andare, di un posto nel quale fermarsi e lì riflettere sul proprio passato al fine si intraprendere poi la strada verso il proprio futuro. È importante la possibilità di trovare un senso, di avere una direzione da seguire che deriva dalla propria esperienza e dal proprio trascorso così da poter, in tale maniera, chiarire infine dove e come procedere nella vita futura.