di Giulia Quaranta Provenzano
Pubblichiamo oggi una interessante riflessione che ci ha inviato Giulia Quaranta Provenzano. Un parallelismo con Don Chisciotte e la sua lotta conto i mulini a vento.

A qualche giorno dall’ingresso nel nuovo anno, mi sono chiesta ancora una volta che direzione io voglia dare alla mia vita…e ancora una volta, mi ritrovo combattuta tra il più severo pragmatismo – senza, tuttavia, vestirmi mai di un atteggiamento volto ad ottenere alcunché in modo spregiudicato – e una quasi chimerica passione esagerata per l’Arte, la Cultura, lo Spettacolo, incurante del concreto, dei difficilmente travalicabili dati di fatto. Dunque?
Quindi sorrido della mia follia, delle mie antitesi e delle mie contraddizioni, in una danza del petto che quando si trova di fronte ad uno schermo, ad un pezzo di carta, vede una penna o la macchina fotografica appoggiata sulla scrivania ne è talmente attratto da abbandonare ogni insistente criterio di, razionale, giudizio della mente per venir risucchiato nel solo universo in cui mi senta al sicuro.

Nel quale mi sento bene, che alimenta ciò di cui il mio cuore ha bisogno per continuare a battere: credere che tutto sia ancora, sempre, possibile!
Ciò che voglio dire è che mi rendo conto di come e di quanto il motto “lottare contro i mulini a vento” spesso mi si addica a pennello, eppure non riesco a credere che la mia sia soltanto una lotta contro una causa persa similmente a quel che accadde all’hidalgo Don Alonso Quijano, nobile della regione spagnola della Mancia il quale – accanito lettore di romanzi cavallereschi – nutrì un amore per queste narrazioni tanto grande da non riuscire più a distinguere la realtà dalle storie lette. Non voglio pensare ovvero che la mia dedizione appassionata alla fotografia, alla poesia, alla recitazione, al giornalismo sia soltanto un cavalluccio di poco conto,  Ronzinante d’una Don Chisciotte del 2021.
Certo non sono così fuori dal mondo (che eppure non stimo) da non capire che salvare un poco d’amor proprio dall’indifferenza dei tanti, che percuotono l’umana fiducia di chi si sottrae alla zuffa del chi concede di più – che è all’ordine del giorno, esige una fermezza eroica.

Non sono così fuori dal mondo (che eppure schifo) da non capire che oggi tutto è sotto la morsa di standard che prendono a bastonate l’unicità e l’impegno dell’essere veri, genuini, spontanei senza calcolo alcuno ma sol per il piacere della serenità.
Ovvio, se sono di continuo qui che scrivo è perché non mi lascio facilmente fermare e dopo ogni sberla riparto fedele nei propositi, scagliandomi appunto per la maggiore contro giganteschi mulini a vento. Mostri, questi, che l’inconscio forse somatizzerà fino, un giorno all’improvviso, farmi desistere da qualsiasi ulteriore passo e crollare, e allora la ragione restituirà tutti gli sforzi compiuti ricoperti di ridicolo ma non è questo ancora il giorno per tale odierna “cavaliere dalla triste figura”.

Oggi, per me, essere oggetto delle beffe che certamente non mancano né mancheranno presto, non ha alcun valore se non fungere da crediti allo specchio del divenire, crediti di fronte a quei buchi neri che si alimentano proprio ed altresì della mancanza di fede, della pochezza di spirito e malignità altrui. Chissà se arriverà il tempo in cui una rivoluzione dell’animo mi porterà ad ubbidire a qualche superiore vincitore dell’esanime volontà. Spero di no e che non alcuna febbre, a caccia d’una postuma sanità, giunga ad affermare «Orbene, a tutto c’è rimedio meno che alla morte, sotto il giogo della quale tutti si deve passare, per quanto, quando la vita finisce, ci dispiaccia» senza prima riconoscermi GQP al di là d’ogni tempo e luogo – ché l’attuale non ha scadenza laddove ogni apparente stranezza s’incarna nell’Arte qual irreprensibile amare, amare che abbatte ogni limite posto fra realtà e finzione.