di Cristina Vannuzzi
Oltrarno a Firenze, il quartiere “più cool”, ospita molte botteghe ed è tra i più amati dei fiorentini tra cui quella di Leonardo Naldini detto Tigre. Cristina Vannuzzi l’ha incontrato per noi.

Il quartiere «più cool» di Firenze è l’Oltrarno con le sue piazze, Chiese,  Porta Romana, Piazza Tasso, Borgo San Frediano, incoronato da Lonely Planet primo della classifica dei posti cool che indicano le «nuove tendenze».
Gli esperti della guida più famosa al mondo mettono l’Oltrarno, il rione come si dice a Firenze, in pole position,  ha battuto Seoul, Dubai e persino New York, il cui Sunset Park si è posizionato «solo» settimo.
Una «città nella città» in grado di stupire e affascinare per i suoi contrasti, la sua vita e principalmente il suo artigianato e, in tempi non funestati dal Covid, anche per la sua movida, che ha sbaragliato Seongsu-dong di Seoul, il Triangolo di Lisbona e la Business Bay di Dubai.

Per i fiorentini lo spirito e l’anima dell’Oltrarno, Santo Spirito,  San Frediano, Porta Romana sono scontati, il fascino che la zona ha sempre avuto è una realtà nota, qui il mondo sembra si sia fermato, è tutto “per conto suo”, l’atmosfera è d’altri tempi, gli abitanti si conoscono  e si chiamano per nome, il fornaio, l’edicolante, la bottega del restauro, il doratore, il ciabattino che risuola le scarpe, l’ebanista: sono loro i protagonisti della vita di questo piccolo borgo, una città nella città.
La città sembra lontana, qui siamo nella parte meno conosciuta di Firenze dal turismo del mordi e fuggi, ma amata dai fiorentini in quanto non meno glamour, fatta da botteghe e fondi, tra un vociare che è quasi un leit motive affascinante, una base musicale al tran tran cittadino, “le botteghe” ricordo Rinascimentale dei maestri d’arte, dei mestieri dimenticati, tramandati dai babbi e anche dai nonni, nozioni apprese da padre al figlio, locali e magazzini appartati, discreti, quasi nascosti.

Incontrarsi è facile, qui gli artigiani, i maestri d’arte, sono di casa, e mi viene incontro un omone, Leonardo Naldini, chiamato Tigre, entro nella sua bottega che fa parte della sua vita, smalti, gioielli,  colori che fanno ridere l’anima, e accompagnano fra la gente.
Leonardo Tigre lavora lo smalto, è  figlio d’arte, mestiere che gli viene dal babbo, smaltatore di qualsiasi oggetto, dalla gioielleria e argenteria arrivando alla bigiotteria di lusso o di moda.

Leonardo ci racconta la storia interessantissima dello smalto.
«L’arte dello smalto è antichissima e nasce probabilmente nell’antico Egitto, 2000 anni a.C. con lo scopo di abbellire con il colore i monili di oreficeria. All’origine si trattava di incastonare piccole scaglie di vetro in cellette di metallo e solo più tardi si utilizzava il fuoco per fondere questi vetri su metalli quali il bronzo. Nato per l’oreficeria, lo smalto fu usato nel Medio Evo per l’arte sacra, ma col Rinascimento si diffuse moltissimo anche per oggetti di diversa natura. L’origine della parola smalto non è univoca; c’è chi la vuole derivata dal sostantivo maschile fràncone “smalt”, chi invece la vuole derivante dal tedesco medioevale “schmel-zen” (fondere); questa parola tedesca sembra adattarsi meglio della prima, infatti, “smalto” sta ad indicare il rivestimento vetroso con o senza aggiunta di ossidi coloranti od opacizzanti applicato per fusione su manufatti ceramici o metallici.
Dal punto di vista chimico-mineralogico lo smalto si presentava come una sostanza di natura vetrosa costituita da una miscela di silicati, potassio, silice, soda, minio, quarzo, feldspato, borace e minerali fosfatici. Il colore dipendeva dalla percentuale di ossidi metallici aggiunti. La fusione di questi colori vetrosi avveniva a temperature dai 600°C ai 1400°C. L’elevata temperatura di lavorazione ha portato a contraddistinguere questa lavorazione come “smaltatura a fuoco”».

Leonardo raccontami il tuo lavoro, parlami dello smalto, sei un artista, il tuo è un mestiere bellissimo, pieno di colori…
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Mentre lavoro con le mani io rubo l’attimo – mi dice Leonardo Naldinidevo trasmettere la passione e la qualità che ci sono dietro le mie mani, in un attimo devo fermare e mostrare l’abilità, la sua storia, esalto il primo attore che è il gioiello, lo faccio parlare, raccontare la sua storia, esalto la luce, i chiaroscuri della materia, i colori, la mia fantasia, l’estro, i miei mille pensieri condensati nell’attimo, prove su prove,  accostamenti di colore, prove, io devo tramettere la cultura visiva dello smalto, ma ad ampio respiro, far riflettere chi osserva, farlo immedesimare in una condivisione creativa, ribaltare la forma di oggetto in un riflesso per gli occhi. Ed io faccio parlare i miei smalti fantastici, che raccontano  incredibilmente parole e pensieri, viaggi mai intrapresi ma solo immaginati, visioni diverse, talenti e storie, per parlare di una cultura di un artigianato ad ampio respiro, il fatto con le mani tra sperimentazione e contaminazione fra linguaggi ed esperienze diverse».

Perché il tuo nome d’arte è Tigre?
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Perché la mia grande passione è la boxe, faccio anche l’allenatore nella palestra storica, la Nidiaci, la più antica palestra di Firenze, Leonardo Tigre è un nome, diciamo d’arte, che mi hanno dato, sembra quasi un cognome».
(nella foto Leonardo Tigre è con Andrea Bicchi Palestra Nidiaci, Sempre Avanti dal 1904).

Smalteria di Naldini Leonardo
Via Ugo Foscolo, 9 R – 50124 Firenze
leosmalti25@gmail.com – telefono 3738001565