di Alessandro Tasso
Una interessante riflessione sull’umiltà e il confronto con l’arroganza e sul sottovalutare l’importanza di certe virtù.

Nelle tante scorribande mentali a cui la vita ci sta abituando in questo confinamento temporaneo, quella che mi ha più stuzzicato è un viaggio introspettivo alla ricerca del significato e della giustificazione di concetti dei quali talvolta si tende ad abusare (nel bene e nel male): l’umiltà e l’arroganza.

Due termini agli antipodi: l‘arroganza è il vizio che fa ritenere superiori agli altri, cosicché tutto è concesso, perché l’arrogante fa la legge, non la rispetta. Al contrario l’umile accetta sé stesso, si giudica per quello che è, senza strafare per così dire.
Nel mondo di oggi avvolto da una patina di consumismo e da un costante degrado delle virtù morali per eccellenza, questi concetti andrebbero insegnati partendo dal basso. In un periodo di difficoltà come quello di oggi, dove per forza di cose non è più tutta immagine e superficialità, le “sicurezze” tendono a vacillare ed è proprio in quel momento che si capisce la fondamentale importanza di certi dettami.

Si perché talvolta l’umiltà è uno stile di vita, a cui per fortuna ci si fa l’abitudine, spesso sfondando di netto la barriera dell’autenticità e che tende a restituire con gli interessi le “debolezze” in termini di sostanziosi guadagni.
Purtroppo ancora oggi, o forse soprattutto, sottovalutiamo l’importanza morale e psicologica di certe virtù, provando probabilmente la via più socialmente facile dell’arroganza e del menefreghismo.
L’umiltà in tutti gli ambiti vitali ti aiuta a mantenere un equilibrio, deve essere un piacere ed una via di fuga dal minimalismo nostrano che spesso ci opprime.

Un’occasione di rivalsa sociale e non della quale abbiamo avuto tanti esempi anche in settimana, soprattutto sportivi, con l’epica prestazione di Fischetti, schierato come pilone nella battaglia con la Scozia, o l’eroico torneo di Sonego nell’Atp di Vienna.
Concludo con uno dei miei tanti excursus.
La paura eccessiva nell’eseguire un proprio compito deriva dalla pretesa talvolta immaginifica di compierlo perfettamente: ma l’invincibilità, l’infallibilità e la perfezione non fanno parte di questo mondo.

Questa pretesa nasce dell’arroganza, e conduce ad un logoramento psicologico che tende a sabotare il risultato che si sta cercando, porta all’invidia verso gli altri, all’ira e infine alla depressione.
Con buona pace dei nostri cari vecchi politici.