Oggi ospitiamo per la rubrica “Racconti e poesie” un racconto breve dal titolo “Verso casa, lungo il viale” che ci fa vivere un qualcosa che potrebbe accadere tutti i giorni.
Verso casa, lungo il viale
di Faber 61

Eravamo sprofondati nell’autunno, il buio, inesorabilmente, si manifestava sempre prima.
Stavo imboccando il lungo viale che mi conduceva verso casa.
La pioggerella che cadeva fina ma incessante rendeva scivolose le foglie che, staccatesi dagli alberi, si erano delicatamente posate sul selciato che stavo calpestando.

Dovevo stare attento, il buio non mi permetteva di vedere bene dove mettevo i piedi e non volevo scivolare o inciampare.
Intorno non c’era nessuno: una desolazione.
Solo uno strano e innaturale silenzio regnava, strano per essere le 19. Il campanile della chiesa vicina aveva appena diffuso i sette rintocchi che nel silenzio rimbombavano in maniera sinistra.
Avrei voluto accelerare il passo però non volevo rischiare di cadere per una scivolata o per qualche ostacolo che si poteva frapporre nel mio cammino.
Anche se ero solo tenevo la mascherina appiccicata su naso e bocca: gli occhiali si appannavano e il respiro faticava, così, ogni tanto, mi fermavo un attimo, pulivo gli occhiali, abbassavo la mascherina per prendere un attimo di respiro e poi si ripartiva.
Non ero ancora arrivato a metà del viale che mi parve di scorgere un’ombra che proveniva dalla parte opposta.
Camminava in modo circospetto, almeno mi pareva.
Quello che vedevo era una sagoma ma non distinguevo altro: imprecai contro la mia vista che si stava abbassando anno dopo anno.

All’apparenza sembrava più alto di me e, anche, più corpulento, non affrettava il passo: proseguiva a camminare con un leggero incedere che mi dava l’impressione di essere indeciso indeciso.
“Chissà chi è?” mi chiesi mentalmente..
“E se fosse un malintenzionato?” mi dissi.
Rallentai un poco il passo, volevo provare la sua reazione.
Dovevo prevenirlo, non potevo rischiare che fosse lui a fare la prima mossa.
Intanto ci avvicinavamo sempre più.
Lui continuava a camminare, mi veniva incontro.
Ormai mancava pochissimo al nostro incrociarsi.
Il buio sembrava ancora più buio, quasi spettrale, forse a presagire quello che da lì a poco poteva succedere, nel momento in cui fatalmente ci si incrociava.
Eccolo, era ancora più vicino: cappello scuro, un soprabito scuro, mascherina che gli copriva parte del viso.
Un viso scuro che metteva ancora più in risalto la mascherina azzurrina.
Le mani in tasca.
Mani in tasca? Chissà cosa nascondeva.
Camminava guardando dritto, mai distratto da cosa lo circondava o dalla mia presenza.
O almeno così dava a vedere.
Il cuore iniziò a battere forte, lo sentivo quasi in gola, ero angosciato, avevo quasi paura, anzi senza il quasi.
Mancavano pochi metri per trovarci uno di fronte all’altro.
Mi accorsi che camminavamo entrambi al centro del viale.
Allora mi spostai sulla mia sinistra dove una tenue luce di un lampione mezzo nascosto tra i rami di una pianta illuminava, si fa per dire, quel tratto di viale.
Lui proseguiva al centro.
Era ormai inevitabile il fatidico momento.
Nel volgere di qualche secondo mi passò per la mente cosa poteva succedere, come mi avrebbe colpito, neutralizzato, tramortito, derubato.
Il cuore inizio a battere ancora più forte, sembrava voler saltare fuori dal petto, il respiro iniziava ad arrancare, l’assenza di saliva mi impediva quasi di deglutire.
Ci siamo, dissi tra me e me, quando pochi passi ci separavano..
Ecco mi affianca, volta il viso verso di me e con voce tremolante mi dice «Buonasera».
Anch’io con un filo di  voce contraccambiai e ognuno proseguì per la sua strada.
Pochi passi ed era già lontano.
Tutto qui?

Forse era uno che aveva più paura di me?
Arrivai alla fine del viale rimuginando su cosa ci aveva portato tutto questo nostro vivere quotidiano tra angosce e paure.
Non siamo nemmeno più capaci di comprendere chi incontriamo, di avere fiducia di chi incrociamo, lo vediamo subito come un nemico, invece, magari, è una persona che ha solo bisogno di un saluto, di un sorriso, di una gentilezza.
Proprio come me.
Arrivo a casa, chiudo la porta, mi preparo per le paure, le angosce, i timori del giorno dopo.
Metto su un cd.
La musica parte e anche la voce di Luigi Tenco

Un giorno dopo l'altro
Il tempo se ne va
Le strade sempre uguali
Le stesse case
Un giorno dopo l'altro
E tutto è come prima
Un passo dopo l'altro
La stessa vita
E gli occhi intorno cercano
Quell'avvenire che avevano sognato
Ma i sogni sono ancora sogni
E l'avvenire è ormai quasi passato
Un giorno dopo l'altro
La vita se ne va
Domani sarà un giorno uguale a ieri…