di Jacopo Scafaro
Nuovo appuntamento con la rubrica del calcio amatoriale con una riflessione del nostro redattore Jacopo Scafaro.

«Grande importanza assume oggi la pratica sportiva, perché può favorire l’affermarsi nei giovani di valori importanti» così il Santo Padre, Giovanni Paolo II, disse in occasione del Giubileo degli sportivi, nell’ottobre del 2000.

È una passione troppo grande il calcio, che ti prende e non ti lascia più.
Il calcio amatoriale, per quanto abbia le stesse regole del calcio professionista, è totalmente diverso; è diverso nel modo in cui lo si vive, molto spesso lo si condivide con gli amici di sempre, lo si condivide arrivando da una giornata infernale al lavoro e lo si condivide soprattutto per passione, non per il dio denaro.
C’è chi lo associa ai rituali primordiali di caccia, chi ci vede un potente elemento tribale della nostra società, chi lo considera lo spettacolo più emozionante di tutti e chi un ritorno al divertimento spensierato dell’infanzia.

In qualunque maniera la si pensi, non c’è nessun dubbio sul fatto che il calcio sia lo sport più bello del mondo.
Se è vero che è bello ciò che piace, il calcio è lo sport più bello di tutti proprio perché è quello che piace di più.
A tutte le età, senza distinzioni di ceto sociale, preferenze politiche o divisioni locali, la “Febbre a 90” si è sempre dimostrata capace di unire tutti, e anche di fare gli italiani, che secondo il grande statista inglese Winston Churchill, “perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”.
Tira, passa, anticipalo, crossa, para, rubala, temporeggia, fuori, nostra, fallo, mani, palo, traversa, rigore, angolo… Tutte queste parole possono essere parole famigliari per chi è abituato a vivere con un pallone tra i piedi.
Parole gridate giocando con gli amici tra la confusione e il divertimento generale sentendosi dei campioni.

Sono ormai mesi che il calcio amatoriale è fermo: un danno enorme per i gestori dei centri sportivi ma anche per le singole persone.
Come già raccontato nelle scorse puntate del nostro viaggio all’interno di questo mondo (grazie alle squadre che partecipano al campionato targato X-five), abbiamo portato all’attenzione dei nostri lettori quanto, correre dietro alla palla su un campo verde, sia vitale ed importante per molti di noi.
Serve ad evadere dalla routine quotidiana, serve a cementare i rapporti umani, serve a tenersi in forma, serve a tornare quel bambino che da piccolo voleva diventare un giocate di seria A, serve per qualche ora alla settimana a poter urlare “ho fatto goal” come succedeva al Geometra Calboni, in uno dei film dedicati a Fantozzi di Paolo Villaggio.
Serve a sentirsi vivi.

Non ci si può permettere di lasciare dopo 4 mesi il calcio amatoriale nel silenzio. Non poi si può permettere di far finta che lo sport di contatto sia il problema dell’Italia per la nascita di nuovi focolai , dopo che ogni giorno assistiamo a festeggiamenti, mezzi pubblici pieni, spiagge piene.
Lo sport non si merita tutto questo, specialmente lo sport di base
”, questo è il grido d’allarme che arriva dai gestori e organizzatori del calcio amatoriale.
Concludiamo questo articolo con la speranza che presto si possa tornare alla normalità e con una frase, sempre di Karol Wojtyla a testimonianza di come il calcio e tutto lo sport non siano solo un passatempo.
«La vostra presenza qui, da molti Paesi, – affermò il Papa – è un simbolo eloquente del potere di unire che ha lo sport. Porta la gente insieme. La competizione tra gli atleti è un linguaggio universale che immediatamente va oltre le frontiere di nazione, razza o convinzione politica».
In sostanza il calcio, come ogni sport, fa bene alla comunità.