Torino: il Cimitero di San Pietro in Vincoli e il fantasma della principessa russa

di Fabrizio Capra
La rubrica “Non solo misteri” oggi è dedicata al Cimitero di San Pietro in Vincoli a Torino, luogo dove venivano seppelliti i condannati a morte e noto per la leggenda del fantasma della principessa russa.

Nel 1776, a seguito della disposizione normativa che vietava, per motivi igienici, la pratica delle inumazioni presso le chiese, il re Vittorio Amedeo III, dispose la costruzione di appositi cimiteri per la sepoltura dei defunti. Era antica consuetudine foto giusi virgilio (2)seppellire nelle chiese perché vi era la credenza che la vicinanza al luogo sacro agevolasse la salita verso il Paradiso.
Alla disposizione del sovrano si associa la carta pastorale dell’arcivescovo torinese mons. Francesco Lucerna Rorengo di Rorà, datata 25 novembre 1777, che andava a recepire la regia volontà di definire aree idonee alle sepolture e alla cessata inumazione nei luoghi di culto.
Fu così che si diede avvio alla costruzione, affidata all’architetto della Real Casa Francesco Valeriano Dellala di Beinasco, del primo cimitero localizzato fuori dalla cinta muraria cittadina.
Dall’architettura tipica del Settecento, il cimitero aveva in origine uno spazio centrale adibito a ossario, intorno a esso quarantaquattro pozzi per le salme dei poveri senza bara e le cripte delle famiglie nobili, disposte lungo i portici che corrono sui tre lati del perimetro. Inoltre all’esterno del cimitero si trovavano due aree separate: una destinata ai giustiziati e ai boia e l’altra ai suicidi, ai non cattolici e ai non battezzati.
Il nuovo cimitero era però di piccole dimensioni e risultò in pochi anni sovraffollato oltre che carente dal punto di vista sanitario poiché d’estate i cadaveri, essendo seppelliti in modo caotico e approssimativo, emanavano un fetore intollerabile per gli abitanti delle zone vicine.
Dal 1829,  con la costruzione del cimitero monumentale, il cimitero di San Pietro in foto giusi virgilio (3)Vincoli cadde in uno stato di disuso e pochi anni dopo fu chiuso al pubblico. Nel 1852, a seguito dello scoppio della polveriera del vicino arsenale militare il cimitero subì gravi danni e nel 1854 venne decisa la sua abolizione anche come cimitero dei giustiziati.
Le sepolture nelle cappelle private ebbero luogo ancora sino al 1882.
Per lungo tempo oggetto di vandalismo, profanazioni e teatro di messe nere, nel 1988 venne radicalmente ristrutturato.
Gran parte dei resti dei cadaveri (tranne le cripte del prato centrale che sono state sigillate) sono stati trasferiti al cimitero monumentale.
Attualmente l’area del cimitero è adibita a luogo di eventi culturali e spettacoli teatrali.
All’ingresso del cimitero una piccola cappella funeraria ospitava al suo interno una statua di stile neoclassico denominata “La morte velata”, in pratica una figura di donna con volto coperto da un velo che le conferiva l’aspetto di un fantasma con sembianze femminili.
Tale statua fu realizzata nel 1794 dallo scultore Innocenzo Spinazzi in commemorazione la velatadella prematura morte (1792) della ventottenne principessa russa Varvara Belosel’skij, moglie di Aleksandr Michajlovič Belosel’skij-Belozerskij, ambasciatore russo presso la corte sabauda.
Nel 1975 la Velata fu trasferita, su decisione dell’ufficio tecnico del comune di Torino, nei sotterranei della Mole Antonelliana a causa del degrado in cui versava la cappella e il cimitero di San Pietro e da qualche anno è esposta alla Gam (Galleria d’Arte Moderna – via Magenta 31).
Qual è la storia della principessa russa?
Nel 1792 alla corte di Torino arrivò la splendida principessa, Varvara Belosel’skij, moglie dell’ambasciatore russo. La giovane amava divertirsi, la moda e fare lunghe passeggiate sulle sponde del Po che lei amava tanto ma che l’avrebbe uccisa. La principessa era infatti di salute delicata e cagionevole e l’aria insalubre del fiume e l’umidità le procurarono una malattia di petto che la portò alla morte in pochi foto giusi virgilio (1)mesi il 25 novembre 1792, a soli 28 anni con  tre bambini e un marito inconsolabili.
L’ambasciatore, come monumento funebre, commissionò una statua di candido e purissimo marmo che rappresentava la moglie con il volto coperto da un velo; fece poi aggiungere un’epigrafe (poi trafugata con il danneggiamento della statua): “Oh sentimento! sentimento. Dolce vita dell’anima. Quale cuore non hai mai colpito? Quale sfortunato mortale cui non hai offerto il dolce piacer di versar lacrime? E quale è  l’anima crudele che, di fronte a questo monumento così semplice e pietoso, non si raccolga con malinconia e non perdoni generosamente i difetti dello sposo che l’ha innalzato?
La leggenda vuole che di notte il fantasma della giovane principessa passeggi ancora intorno al cimitero, e che qui porti i suoi inconsapevoli amanti.
Di fatti, subito dopo la collocazione della “Velata”, si verificarono nel cimitero fatti strani: molti giurarono di aver udito pianti di dolore che provenivano dalla statua; altri san-pietro-in-vincoli-testo-2ancora riferirono di aver visto una donna bellissima, dai capelli biondi e un volto d’angelo, aggirarsi inconsolabile tra le tombe. La stessa donna fu vista più volte lungo le sponde del Po, sempre disperata e piangente, sparire improvvisamente, come inghiottita dal fiume.
Secondo la leggenda la donna apparirebbe a giovani uomini, forse cercando tra loro lo sposo tanto amato; li sedurrebbe conducendoli fino al luogo in cui riposano i suoi resti mortali per poi sparire. Uno dei testimoni più famosi delle apparizioni fu un tenente di artiglieria Enrico Biandrà che la vide spesso senza sapere che si trattava di uno spirito e se ne innamorò.
Iniziarono nell’Ottocento vere e proprie peregrinazioni  da parte di persone appassionate di occultismo fino a quando la statua non fu traslata.
Ma nel piccolo cimitero di San Pietro in Vincoli, il fantasma della Velata si aggira ancora nelle notti di luna piena tra le lapidi in cerca dello sposo.

Le foto di San Pietro in Vincoli sono di Giusy Virgilio

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