La Capra Enoica (Fabrizio Capra)
Per l’articolo di oggi prendiamo spunto da un modo di dire, farsi infinocchiare, e il suo collegamento con il mondo del vino… condito con qualche ricordo e qualche considerazione.

Quanti di voi sanno che il modo di dire “Non facciamoci infinocchiare” deriva dal finocchimondo del vino?
E senza andare velocemente a fare la ricerca su Google! Intanto tra poche righe ve lo svelo.
Notoriamente il termine “infinocchiare” significa raggirare, fregare, imbrogliare.
E che cosa centra con il vino? Centra, centra!
La parola “infinocchiare” deriva proprio dal connubio tra il vino e il finocchio.
Un tempo, nei secoli passati, quando gli osti volevano rifilare vino rancido o molto cattivo agli avventori, lo accompagnavano con piatti a base di finocchio, che, consumato crudo, addolcisce la bocca e altera la capacità di riconoscere i sapori e la percezione di quelli sgradevoli.
Pertanto attenzione: ancora oggi potrebbe succedere, anche se, in certi locali, quando vino cattivochiedi del vino sfuso della casa ti arriva una porcheria imbevibile e dal sapore indefinibile al punto che anche l’acqua di sciacquatura dei piatti diventa qualcosa di eccelso… e non ti abbinano nemmeno un pezzettino di finocchio crudo.
E poi scopri, casualmente, che il vino della casa è contenuto in quella dame da cinque litri che nei discount acquisti a poco prezzo e che nel locale te lo propongono nei menu a cifre sbalorditive se rapportate alla qualità del prodotto poi propinato in caraffa.
Allora meglio andare sul sicuro e scegliere una buona bottiglia perché non esistono più gli osti di una volta, quelli che allungavano il vino con un po’ di acqua oppure ti abbinavano, appunto, il finocchio per nascondere la schifezza che ti rifilavano, quegli stessi osti che stavano molto attenti nell’aprire la bottiglia: il caraffecavatappi doveva arrivare solo a metà del tappo, poi si infilava la bottiglia tra le gambe e si tirava facendo si che il tappo rimaneva bucato da una sola parte e poteva essere riutilizzato in un’altra bottiglia.
Al giorno d’oggi, nel bene e nel male, non c’è più pudore e proporti a tavola una bottiglia di Barolo o una caraffa di vino in scatola è la stessa cosa, anzi… meglio il vino in scatola perché si ha un maggior ricarico sulla spalle e, soprattutto nel portafoglio, del cliente.
Ho scritto Barolo? Il re dei vini?
bartolo mascarelloRisolleviamo le sorti del buon bere proprio con questa eccellenza, un capolavoro della vitivinicoltura.
Tempo fa ho avuto la fortuna di conoscere un grande della viticoltura piemontese: Bartolo Mascarello, uno dei padri del Barolo, il Barolo degli intellettuali.
Anziano, sulla sedia a rotelle è rimasto sempre attivo e battagliero, una di quelle figure che hanno messo in campo tutto per affermare il buon nome del vino, un impegno portato avanti ancora oggi dagli eredi senza snaturare quello che la famiglia ha portato etichetta mascarelloavanti fin dal 1918.
Per queste vere chicche della viticoltura italiana non serve di certo il finocchio: il sapore del vino buono non ha paragoni e questi produttori non lavorano per infinocchiarti perché amano il loro prodotto e conoscono i sacrifici che si celano dietro a ogni bottiglia.
E allora quando siamo davanti allo scaffale dei vini di un supermercato, per una volta, non guardiamo soltanto il prezzo perché dietro a pochi euro di differenza si aprono due mondi differenti e sinceramente non ho voglia di farmi infinocchiare da chi specula sui produttori che credono nel loro lavoro e nel prodotto che propongono.