Riceviamo e pubblichiamo

acqui storia maurizio molinariIl Premio Acqui Storia inaugura la 52ª edizione, in concomitanza con la pubblicazione del bando, con una personalità di rilievo nel campo culturale e giornalistico nazionale e internazionale, il direttore de La Stampa Maurizio Molinari, vincitore del Premio Testimone del Tempo 2016, il riconoscimento più ambito del Premio Acqui Storia. Maurizio Molinari presenterà al pubblico la sua ultima opera ”Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa” edita da La nave di Teseo nella giornata di mercoledì 20 febbraio alle ore 17,30 presso la Sala Conferenze di Palazzo Robellini, Piazza Levi 5. L’Autore saràintrodotto dall’Assessore alla Cultura l’avv. Alessandra Terzolo e moderato dal giornalista Gualberto Ranieri.
Il libro di Maurizio Molinari si presenta come un viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa.“Nell’innovazione politica non temiamo rivali, ma non è un primato di cui andare fieri, sperimentiamo due populismi al governo in una volta sola. Secondo Steve Bannon, il troppo ascoltato ideologo americano, saremmo al centro dell’universo politico contemporaneo. Un esperimento pilota. Bontà sua. Ma come è potuto accadere tutto ciò? Sono due forze — scrive Molinari riferendosi a Cinque Stelle e Lega — che non hanno partecipato alla scrittura della Costituzione, alla formazione della Repubblica, alla creazione dell’Unione Europea, alla guerra fredda contro l’Urss e alla genesi della società interclassista forgiata dalla riforma agraria degli anni Cinquanta“. Il segno della discontinuità, o se volete della rottura degli schemi classici della nostra democrazia rappresentativa, è tutto racchiuso in questa frase lapidaria, siamo in un altro mondo.
acqui storia molinari 20 febbraioL’analisi on the road dell’Autore, che da quando ha assunto la direzione del quotidiano torinese, nel gennaio del 2016, ha percorso sul territorio italiano quasi 200 mila chilometri, è lucida, spietata, ma non rassegnata. Il sovranismo all’italiana è una riedizione tribale del nazionalismo, esalta la retorica del leader forte facendo leva su un istinto mai represso dell’antropologia politica del Paese, ha bisogno di avere un nemico: l’establishment, i poteri forti, la globalizzazione. Nel difendere e nel riscoprire le radici identitarie ha lo sguardo costantemente rivolto al passato e, dunque, nel ritracciare i confini, non solo geografici, ma anche culturali, rivaluta il ruolo protettivo dello Stato. In questa veste vintage affascina anche il pubblico giovanile, le memorie del Novecento si diradano, i valori della pace e della solidarietà sono ingialliti dal tempo, svuotati dall’impoverimento dei ceti medi, dalla paura delle invasioni migratorie. Il senso della Storia conosce, di conseguenza, rivoli imprevisti e il paradosso, come nota Molinari, è che queste forze, con la testa inebriata dalle peggiori suggestioni del Novecento, si sono dimostrate le più preparate e spregiudicate nell’uso della Rete. Molto più abili dei loro avversari, che restano convinti di essere gli interpreti unici del progresso, della modernità, una dimestichezza nello scorrazzare per i social network che potremmo definire una sorta di avanguardismo digitale, cui la violenza delle parole non fa difetto. Lo squadrismo del web è all’opera. I moderati si ritraggono, il rumore di fondo è tutto sovranista.
Viaggiando nella notte italiana Molinari descrive cinque tabù. Tipologie di malessere che hanno alimentato il consenso dei due populismi: il timore dell’Islam; la competizione economica con i migranti; la paura di perdere l’identità nazionale; l’indifferenza e il disamore per l’Europa e, infine, il fascino dei leader autoritari come Vladimir Putin. acqui storia libro molinariAnalizza le ragioni per le quali la nostra società, bianca e cattolica per secoli, fatichi ad accettare una dimensione multiculturale. È vero che abbiamo una percentuale di immigrati inferiore a quella di altri Paesi, ma gli “stranieri di colore e di fede” sono cominciati ad arrivare solo negli anni Novanta. Il fenomeno ci ha colti impreparati, indifesi, senza un vissuto storico multiculturale. Intanto, la nostra società invecchiava, diventava ancora più diseguale e corrotta. I diritti dei più deboli sottovalutati. I giovani costretti a emigrare a loro volta oppure tenuti in quella immensa “discarica delle vite” che è costituita dagli oltre due milioni che non lavorano né studiano.
Se i partiti tradizionali — nota Molinari — avessero dedicato più tempo e risorse al rafforzamento dei diritti dei cittadini ciò avrebbe consentito al Paese di avere uno scudo di anticorpi per fronteggiare la valanga populista. Più i diritti sono garantiti, più i cittadini si identificano con lo Stato, più entusiasmo c’è nei confronti dell’interesse collettivo“. Il Partito democratico invece ha raccontato in campagna elettorale, un Paese che non c’era, la modesta crescita riguardava solo una piccola minoranza degli italiani. Si è scatenato così quello che l’Autore definisce “un micidiale corto circuito”: più i leader del Pd parlavano di ripresa, più cresceva la collera del ceto medio. Chi si sente escluso dalla globalizzazione diffida dell’Europa e del libero commercio di cui coglie i rischi dimenticandosi le opportunità, i maggiori consensi la Lega li ottiene in distretti industriali del Nord Est che esportano fino al 90 per cento della loro produzione.
Come reagire, allora? Occorre dare risposte credibili al ceto medio soprattutto in tema di giustizia economica, di avvenire per i figli, serve un piano serio per integrare i migranti sulla base di un scambio fra parità di diritti e assoluto rispetto della legge, ma ci vogliono leader capaci e coraggiosi e Molinari chiede di rompere un ultimo tabù: un premier donna. «Chi meglio di una donna potrebbe guidare il nostro Paese nella sfida alle diseguaglianze, lì dove questo tallone d’Achille della società nazionale è rappresentato soprattutto da famiglie con figli che provano disagio per non poter coronare i propri sogni?». Sarebbe una grande prova di soft power, nel mezzo del Mediterraneo, un segnale anche all’Islam, non solo di casa nostra.
Giornalista e scrittore italiano, Maurizio Molinari, dopo avere studiato all’Università Ebraica di Gerusalemme ed al Manchester College di Oxford, si è laureato in Scienze Politiche e in Storia all’Università “La Sapienza” di Roma. Dal 1989 ha lavorato per La Voce Repubblicana prima di diventare corrispondente per La Stampa da Gerusalemme, Bruxelles ma soprattutto da New York. Specializzato in politica estera e questioni internazionali, dal 2016 è direttore del quotidiano di Torino. È autore di numerose pubblicazioni, tra le ultime: Il paese di Obama (2009, Vincitore del Premio Capalbio 2011), Gli italiani di New York (2011), Governo Ombra (2012), L’Aquila e la farfalla (2013), Il califfato del terrore(2015), Jihad. Guerra all’Occidente (2015), Duello nel ghetto (2017), Il ritorno delle tribù (2017).