Castelfranco Emilia: un vino schietto come il suo territorio

La Capra Enoica (Fabrizio Capra)

castelfranco vignetiNei primi anni ottanta, per lavoro, ho frequentato con una certa assiduità le province di Reggio Emilia e di Modena allorquando accompagnavo gruppi di “contadini” alessandrini, iscritti ai corsi professionali organizzati dalla Confcoltivatori, a visitare quelle realtà agricole emiliane che, in quei tempi là, erano fiori all’occhiello dell’agricoltura italiana, portate a esempio per capacità imprenditoriale ed efficienza tecnologica ma dove anche la componente “umana” era messa a disposizione della collettività: cantine sociali, stalle cooperative, la produzione del parmigiano reggiano, centrali del latte, cooperativa produttrice di fertilizzanti.
Ogni volta che si metteva piede sul suolo emiliano ne tornavi ricco nella mente per ciò che si era visto ma affranto nel cuore pensando all’incapacità di essere  bravi come loro nel saper creare quell’unione tra gli agricoltori mirata alla vera gestione del prodotto: ma si sa l’individualismo nelle campagne piemontesi è sempre stato come un marchio di fabbrica (piuttosto che ottimizzare i costi di gestione se il vicino acquistava un trattore da 900 cavalli si doveva prendere quello da 1000, anche se non serviva, così ti ritrovavi con 1000 cavalli del motore e un asino sopra che lo guidava!).
parmigiano reggianoCertamente non era tutto oro ciò che luccicava ma a “vent’anni – come canta Francesco Guccini in Eskimosi è stupidi davvero” e piaceva credere che era così, tutto perfetto.
È con vero piacere, però, che ricordo di quel periodo la briosa e spontanea cordialità contagiosa degli emiliani, con quella cadenza nella parlata che ti faceva ricordare i grandi cantautori emiliani come Guccini o Bertoli quando parlavano durante i loro concerti o nelle interviste.
Ogni viaggio mi ha lasciato dentro un ricordo particolare e quando credevi di aver visto tutto ti ritrovavi a scoprire qualcosa di nuovo, ma sempre con grande arricchimento umano.
Le varie sedi del Civ, le Cantine Sociali Riunite, che veicolavano già allora un gran quantità di prodotto e che strizzavano l’occhio con il Lambrusco a quella nazione dalla bandiera stelle e strisce (tra la via Emilia e il West sempre come canta Guccini): erano ancora i tempi dove entrare negli States se avevi sul passaporto un timbro di un paese dell’est era pressoché impresa ardua e il “rosso” Lambrusco delle “rosse” cooperative vi sbarcava senza alcuna difficoltà.
La stalla sociale interamente computerizzata di Novellara (paese del reggiano che ha dato i natali al compianto Augusto Daolio, leader storico de I Nomadi) che rappresentava un esempio all’avanguardia sulla distribuzione dell’alimentazione e sulla mungitura delle vacche che “offrivano” il loro latte per la produzione del re dei formaggi, il Parmigiano Reggiano.

museo cervi

Museo Cervi

La Latte Giglio, centrale del latte all’avanguardia che ha saputo essere presente in tutta Italia con il suo prodotto fresco ma in grado, anche, di lavorare il prodotto di terzi.
Immancabile la visita ai caseifici: si rimaneva senza fiato assistere allo spettacolo di migliaia di forma di parmigiano-reggiano conservate con cura e dedizione, un vero tesoro, nei grandi locali di stagionatura e di stoccaggio.
Ciò che mi ha lasciato dentro un qualcosa ancora più di particolare è stata una delle ultime volte che per questi tour agricoli giunsi in quelle fantastiche terre.
Una delle mete di quel viaggio prevedeva la visita alla Casa Museo “Alcide Cervi”, museo della resistenza e della storia del mondo contadino, con commovente sosta al cimitero per deporre un mazzo di fiori sulla tomba dei notissimi sette fratelli Cervi.
Fu un’emozione unica, come fu un’emozione conoscere ed essere accompagnati per tutto il tempo della visita dalla moglie di Agostino Cervi, Irnes, una donna dalla forte personalità e ricca di valori allora ultima delle mogli dei famosi fratelli rimasta in vita (deceduta poi nel 1986) di quella numerosa famiglia contadina che tutto ha dato per la propria terra e per la propria Patria.
La contagiosa cordialità emiliana raddoppiava al momento del pranzo, un qualcosa che ricordo con piacere: il momento conviviale.
Gli amici emiliani ci stupivano accompagnandoci in ristoranti dove si mangiava veramente bene e si beveva altrettanto bene smentendo il fatto che dove si va con una comitiva numerosa alla fine si mangia e si beve male.
Tutte le specialità della zona sono passate, in quegli anni, sulle nostre tavolate, anche quelle enoiche.
Tra i vini che allietavano questi pranzi c’era, sempre abbondante, il Lambrusco, che ben si addiceva alle portate dimostrando come ogni territorio ha i suoi “piatti” da abbinare ai vini prodotti nello stesso territorio.
Non voglio, però, parlare del Lambrusco: troppo scontato quando si parla della regione Emilia.
bianco-di-castelfrancoRicordo, invece, la possibilità che ho avuto nel poter degustare, tutte le volte che mi sono recato in zona (ma sono anni che non lo degusto più) un ottimo vino bianco.
Mi sono ricordato del Bianco di Castelfranco Emilia, un vino molto antico e tradizionale della zona, un vino che ha sempre saputo accomunare due realtà, Bologna e Modena, componenti importanti di una regione importante, ma un tempo rivali in quando facenti parte di Stati diversi: quello Pontificio (Bologna) e il Ducato legato agli Asburgo Lorena (Modena). Bisogna anche pensare che prima del 1929 Castelfranco Emilia era comune in provincia di Bologna per  poi passare a quella di Modena (celeberrima tra le dispute la “secchia rapita” di tassoniana memoria).
Il Bianco di Castelfranco Emilia si presenta amabile, armonico, gradevole e sapido al punto giusto dimostrando quella schiettezza propria della gente di queste terre.
Poi il poterlo assaporare in momenti conviviali basati sulla cordialità e l’amicizia lo rendevano ancora più unico: un vino che si abbina bene con tutto, proprio come la compagnia di un emiliano.
E accompagnando questo vino con i tortellini (i benpensanti della cucina, quelli che credono di sapere tutto, mi additeranno come un blasfemo!!!) mi veniva in mente la leggenda che aleggia intorno alla nascita di questo prodotto della gastronomia emiliana.
In breve si racconta che un oste di Castelfranco Emilia spiando una giovane e bella donna nuda dal buco della serratura rimase colpito dal suo ombelico e inventò questa pasta ripiena che s’ispirava a ciò che aveva visto (e degustando un  turtlén – in bolognese – o un turtlèin – in modenese – il tutto per par condicio e assaporando un sorso di Castelfranco certamente il mio pensiero di ventenne – allora – non correva di certo dietro all’oste… e forse nemmeno al tortellino, piuttosto alla fonte di ispirazione per l’oste).
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l’anima a forza di botte.
(Fabrizio De Andrè, Un blasfemo).

  One thought on “Castelfranco Emilia: un vino schietto come il suo territorio

  1. dicembre 29, 2018 alle 11:26 am

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